Un gesto semplice.

Papa FrancescoCi voleva un papa latinoamericano per compiere un gesto semplice: cancellare l’ingiustizia con cui papa Woitila e il suo cardinale Joseph Razinger avevano punito il padre Miguel D’Escoto, sacerdote della Congregazione missionaria Maryknoll con la sospensione a divinis nel 1984, per la colpa di aver partecipato alla costruzione di un governo rivoluzionario nel Nicaragua sandinista che era appena riuscito a liberarsi dalle sanguinarie dittature della famiglia Somoza. D’Escoto è stato un saggio e coraggioso Ministro degli Esteri e le sue capacità gli sono poi state riconosciuto dalla più importante organizzazione internazionale, le Nazioni Unite dove ha lavorato per parecchi anni diventando nel 2008 residente della sessantatreesima Assemblea Generale permanente. In quell’occasione, per non smentire la sua fama di uomo coraggioso, aveva redarguito lo Stato di Israele, all’epoca di “Piombo fuso”, per la sua inaccettabile e aggressiva politica verso la Palestina. E’ stato lui, ormai superati gli ottanta anni, a scrivere a papa Francesco per esprimergli il suo desiderio di poter celebrare di nuovo l’eucarestia.

padre Miguel D’Escoto

padre Miguel D’Escoto

La risposta non si è fatta attendere e ormai il Superiore Generale della Congregazione Maryknoll ha già ricevuto l’indicazione di reintegrare l’anziano sacerdote nicaraguense. Sarebbe bello poter dire: giustizia è fatta! Ma purtroppo, quando la giustizia arriva tardi, il male è stato fatto e a quel sacerdote è stato reso molto difficile lavorare per il suo paese e collaborare alla sua trasformazione. Una delle novità più interessanti, che veniva da quella esperienza politica, è stata la generosa partecipazione di sacerdoti (oltre a D’Escoto il frate trappista e poeta Ernesto Cardenal e suo fratello, il gesuita Fernando). Tutti loro avevano respirato, studiato e condiviso la Teologia della Liberazione e ne volevano tradurre in pratica lo spirito e quando Fernando Cardenal aveva accettato l’incarico di Ministro dell’Istruzione del governo di Daniel Ortega, la Compagnia di Gesù gli aveva comunicato immediatamente l’incompatibilità con la sua funzione pubblica. Fernando aveva risposto con una frase che riassume bene la posizione di tanti sacerdoti latinoamericani convinti dell’obbligo morale di aiutare a superare ingiustizie e prepotenze: “Forse io sbaglio a voler essere ministro e gesuita, ma lasciatemi sbagliare a favore dei poveri, perché la Chiesa si è sbagliata per molti secoli a favore dei ricchi”.

Si stanno per compiere venticinque anni da quel 16 novembre 1989 quando uno squadrone della morte assassinava nei propri letti sei padri gesuiti, la loro cuoca e la nipote sedicenne di questa. Si trattava del rettore dell’Università Centroamericana, Ignacio Ellacuría, e di altri cinque docenti, gente di cultura e di grande umanità, esponenti della teologia della liberazione e anime pietose incapaci di tacere di fronte alla barbarie che si svolgeva sotto i loro occhi nel Salvador della guerra civile. Di quel brutale assassinio era al corrente la CIA, i due noti terroristi anticubani Carlos Alberto Montaner e Luis Posada Carriles, ma anche l’addetto militare dell’ambasciata degli Stati Uniti nel Salvador, il colonnello Milto Menjívar e un importante funzionario del Dipartimento di Stato. Tutti costoro sapevano del piano per assassinare i gesuiti. Nel gennaio del 1992 furono individuati alcuni autori materiali della strage, furono processati e condannati a 30 anni di carcere, ma appena 14 mesi dopo, nell’aprile del 1993 furono rilasciati.

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