Rafael Hernández, appunti sociologici sulle strutture politiche a Cuba.

CubaIl blog “la pupila insomne” del cubano Iroel Sánchez, ha pubblicato a fine luglio un saggio del politologo Rafael Hernández, studioso attento del processo politico cubano. E’ un documento davvero interessante e ne ho tradotto l’Epilogo.

EPILOGO

Come se il processo politico della transizione non contenesse sufficienti sfide, è necessario anche combattere con un cumulo di postulato consacrati dal senso comune dominante, che tende il suo velo di verità accettate e ripetute, mai contrastate con evidenza o messe nel loro contesto, circa i fenomeni della nuova Cuba. Fra queste ce ne sono alcune talmente vecchie come l’ “eccesionalità cubana” (e cioè, “Cuba è un caso deviante”) o “le due Cube: l’Avana e Miami ( cioè, “uno stesso paese diviso, come la Germania”), insieme ad altre più recenti come “l’assenza di modernità e cosmopolitismo” (cioè, non c’è internet”), “la distanza crescente fra vecchi e giovani” (dove “giovani” comprende tutte le generazioni “fra i 15 e i 59 anni”), il “basso livello di sviluppo” (cioè, il basso “tasso di crescita economica”), la “generazione nascosta”, ecc.

Invece di esaminare la realtà cubana concreta a partire dagli indicatori sociali, economici, politici e della sua stessa rotta storica e culturale, si salta direttamente a modelli che la spieghino o addirittura la guidino –quello tedesco, il polacco, l’ungherese e più recentemente il cinese o il vietnamita. Come è accaduto con “l’ (eccezionale) modello cubano” negli anni sessanta e settanta, gli asiati si presentano come paradigmi o modelli da montare, sorprendentemente, in primo luogo da parte degli stessi cinesi e vietnamiti i quali confessano di non averlo immaginato come un prodotto d’esportazione. La maggior parte di questi avvocati pro-asiatici fuori dalla Cina e dal Vietnam trovano che nell’equazione “economia di mercato più Partito unico (comunista)” ciò che attrae è la parte mercato, non tanto quella Partito. Ne viene fuori un comportamento tipo quello di elogiare una tigre, ma preferirla senza strisce, che dorma sul divano e che vada a caccia di topi.

Se si trattasse seriamente di guardare in faccia quei modelli cinesi e vietnamiti, la prima cosa sarebbe notare che la legittimità di quei Partiti Comunisti in Cina e in Vietnam oggi ha meno a che vedere con il marxismo-leninismo ortodosso e con le concezioni stato-centriche sul socialismo che con il ruolo storico nella lotta per l’indipendenza e la sovranità, la difesa degli interessi nazionali degli stati e della popolazione, e particolarmente con la capacità di sviluppare politiche stabili rivolte alla modernizzazione delle società ancora molto rurali, vittime di una povertà ancestrale, con vasti territorio isolati e minoranze etniche che richiedono di integrarsi in maniera accelerata ad un processo che assicuro un miglior nivello di vita di tutta la popolazione. Viene anche riconosciuto a questi partiti Comunisti il fatto di aver corretto l’indirizzo dei propri rapporti esteri, recuperando il proprio posto nella comunità regionale e nel sistema internazionale, superando l’isolamento in cui si trovavano e raggiungendo un alto grado di cooperazione con i paesi vicini e con quelli industrializzati, compresi i loro vecchi nemici.

Misurata con questo metro, Cuba non ha raggiunto una parte di questi risultati, ma altri sì –e altri non li vuole. Confondere l’insufficiente accesso a internet, la bassa media pro capite di smart phone e Kindles, lo stato precario del trasporto, la mancanza di televisione via cavo, l’automatizzazione dei servizi, la disponibilità di libri elettronici ed altri deficit tecnologici e di consumo a Cuba con la misura della modernità nerlla cultura e nella società significa non capire cosa è il moderno. Cuba è un paese che ha sperimentato per cinque secoli l’effetto di trovarsi piazzata nell’incrocio di strade del Nuovo Mondo; dove le relazioni sociali capitaliste si sono estese a un certo momento alla totalità del territorio nazionale; la maggioranza della sua popolazione discende da immigranti poveri europei e schiavi africani emancipati, ma la più densa influenza culturale nell’ultimo secolo proviene dagli Stati Uniti; si è integrata etnicamente più della maggioranza delle altre nazioni; il 75% della sua popolazione ha accesso alle condizioni della vita urbana; l’assistenza scolastica è universale e obbligatoria per nove anni; il suo modello di benessere sociale è paragonabile solo con il Nord civilizzato; e l’incremento relativo della povertà (20%) e della disuguaglianza razziale, aggravata dalla crisi, viene percepita come un’anomalia.Come dimostrano le cifra che ho presentato più sopra, le donne costituiscono la maggioranza fra gli scienziati, gli studenti universitari, il personale sanitario, gli insegnanti e il personale della giustizia; ed esiste una classe politica ringiovanita, come dimostrano i dati che ho presentato, e dotata di un’istruzione superiore, perfino nei livelli più bassi del sistema politico, formata in una modernità alla quale ha contribuito proprio lo sviluppo socialista, con le sue ombre ma anche con tutte le sue luci.

Se non fossero sufficienti gli indicatori sopra esposti sulla demografia politica delle istituzioni del sistema e della società su cui si poggiano, quello della struttura occupazionale dentro le fila del partito Comunista di Cuba rivela il significato di questo livello di sviluppo umano e il suo peso nelle istituzioni del sistema politico: i professionisti sono il gruppo socio- istituzionale più numeroso, che ascende al 41,6% del totale dei membri del Partito Comunista di Cuba, molto al di sopra di qualunque altro, compresi i dirigenti. Una quarta parte di questi professionisti, il sottogruppo maggiore, equivalente a un 11,1% del totale dei membri del Partito Comunista di Cuba, sono insegnanti a vari livelli.

Gradare in faccia anche questa realtà cubana significa non chiudere gli occhi quando questi dati non quadrano con i gusti popolari o con le visioni a corto raggio di ciascuno. Nessuna politica ragionevole getterebbe a mare questo capitale umano e istituzionale, né gli verrebbe in mente di disfarsi o considerare obsolete organizzazioni che corrispondono in un grado elevato, per la loro composizione, alla società reale in sui hanno le radici. Neanche vanno pensate come se non fossero passati cinquanta anni da quando sono state fondate, quando i figli di quegli operai e contadini, grazie alla mobilità sociale propiziata dalle politiche sociali e dallo sviluppo, si sono trasformate in un gruppo sociale diverso, che pensa le cosa in altro modo, includendo il socialismo. Se attualizzare significa non solo aggiornare, ma realizzare, “fare in modo che gli elementi astratti o virtuali si convertano in concreti e individuali”, l’obbiettivo della politica dovrebbe consistere nella ricostruzione di un ordine dove l’esercizio del potere, la circolazione di nuove e vecchie idee politiche, lo spazio di azione dei cittadini reali, l’espansione della sfera pubblica e le istituzioni esistenti fossero all’altezza di questa società pensante e attiva che essi devono rappresentare.

 Tratto da: Rafael Hernández*, Demografia politica e istituzionalità. Appunti sociologici sulle strutture politiche a Cuba.

*Rafael Hernández è il direttore della rivista “Temas”, una rivista trimestrale dedicata ai problemi delle scienze sociali e umanistiche, arti e lettere, teoria politica e ideologia.

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