Manuel E. Yepe, l’ 11 settembre e le torture dimenticate.

frida-kahloLa pittrice messicana Frida Kahlo era una grande provocatrice. Uno dei suoi quadri più terribili mostra un fatto di cronaca: un uomo accanto al cadavere della donna che ha appena ammazzato si giustifica dicendo che si era trattato solo “di qualche buchetto”. Qualche giorno fa, il Premio Nobel per la Pace, Barak Obama, si è comportato esattamente come quell’assassino: costretto ad ammettere la pratica delle torture da parte della CIA dopo i fatti dell’11 settembre, ha minimizzato l’orrore riconoscendo che alcuni ufficiali statunitensi “hanno torturato della gente”(!)

Sul Granma del 12 agosto 2014, Manuel Yepe, esperto di politica internazionale, ci rinfresca la memoria.

Quasi tredici anni dopo gli esecrabili avvenimenti dell’ 11 settembre 2001, il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ha riconosciuto che funzionari statunitensi hanno “torturato della gente” dopo quegli attentati terroristi a New York e a Washington. Ovviamente questa cosa era nota a molti milioni di persone in tutto il mondo, compreso lo stesso Obama che, mentre opinava sul rapporto del Senato riguardante la pratica della tortura su presunti terroristi da parte della CIA, ha ammesso: “anche prima di assumere la carica di presidente, sapevo perfettamente che dopo l’undici settembre abbiamo fatto cose insensate”. Ha aggiunto eufemisticamente: “abbiamo oltrepassato il limite, abbiamo fatto cose sbagliate che vanno contro i nostri valori …, ma abbiamo giustificato queste azioni nel contesto degli attentati …, la gente dei servizi segreti ha operato sotto una grande pressione nel 2001 ma anche dopo. Non dobbiamo essere troppo moralizzatori nel giudicare retrospettivamente il duro lavoro di queste persone … che sono degli autentici patrioti”.

Lo scandalo che ha obbligato il Presidente degli Stati Uniti a dare queste spiegazioni è sorto quando, apparentemente per errore, un funzionario della Casa Bianca ha fatto filtrare un documento che rivela la portata delle torture praticate dalla CIA dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Si sa che il Dipartimento di Stato ha preparato un sommario di quattro pagine con le conclusioni tratte da un rapporto segreto del Senato sulle pratiche applicate dalla CIA nei suoi interrogatori, un rapporto che è finito nelle mani di un giornalista dell’agenzia di stampa statunitense AP, mandato per errore da un funzionario della Casa Bianca. Si direbbe che, più che per il fatto che si trattava di denuncie di gravi delitti commessi dal governo e ignorati dai media corporativi di stampa, quel che potrebbe nascondersi dietro l’ingenuità di chi ha commesso l’errore di permettere che fosse reso noto il rapporto segreto del Dipartimento di Stato, è il fatto che lì viene spiegato il modo in cui è stata occultata intenzionalmente l’informazione, specialmente in merito alla crudeltà delle torture e all’esistenza di carceri segrete, nei riguardi di alcuni membri del Congresso e del Governo degli Stati Uniti.

Questo occultamento potrebbe aver significato una violazione del “patto fra gentiluomini” che sostiene la dittatura bipartisan che governa gli Stati Uniti da molto tempo. A quanto si è appreso, il preambolo del sommario che è al centro dello scandalo recita: “Questo rapporto racconta una storia di cui nessun cittadino statunitense può sentirsi orgoglioso”. Dal rapporto si evince che dopo gli attacchi dell’ 11.9, le pratiche di interrogatorio della CIA sui presunti membri di Al Qaeda erano perfino più atroci di quel che si pensava e, nonostante ciò, attraverso quelle torture la CIA non era riuscita ad ottenere dati indispensabili che servissero a salvare altre vite. Secondo quel che si è venuto a sapere attraverso la stampa sul rapporto elaborato dal Dipartimento di Stato, fra quelle tecniche c’erano schiaffoni, umiliazioni, esposizioni al freddo, privazioni del sonno e annegamenti in acqua. Il rapporto “non lascia dubbi che i metodi usati per ottenere informazioni da alcuni presunti terroristi hanno causato un profondo dolore” e che il danno causato “ha superato qualunque potenziale beneficio”.

Manipolato dal controllo dei mezzi di informazione esercitato dalle stesse forze responsabili delle guerre statunitensi, un numero relativamente alto di nordamericani considera che i torturatori di Abu Graib e i carnefici di un mezzo migliaio di prigionieri nella base illegale degli Stati Uniti a Guantánamo, Cuba, sono pecore nere in un esercito in cui questi mali sono un’eccezione. Purtroppo siamo molto distanti dalla realtà. Poiché è scandalosamente evidente che, così come gli stessi avvenimenti dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti devono ancora essere indagati, sono ancora avvolti da nebulose molti aspetti orripilanti della “guerra contro il terrorismo” che gli Stati Uniti hanno dichiarato contro il loro stesso popolo e contro il mondo dopo quel mostruoso crimine. A 13 anni da quel tragico avvenimento, è sconfortante osservare che coloro che negli Stati Uniti insistono a cercare le verità corrono il rischio di venire accusati, in virtù delle “leggi patriottiche”, di condividere teorie cospirative o di essere dei traditori, almeno è di questo che hanno paura. L’affermazione dello stesso Presidente degli Stati Uniti di non aver ignorato gli orrori che hanno fatto seguito agli avvenimenti dell’11 settembre 2001 (che ha definito come errori) senza neanche censurarli per 13 anni, sembrerebbe giustificare quei timori.

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