José Manzaneda: L’ebola, Cuba e la mano invisibile.

Cuba EbolaDopo l’annuncio del governo di Cuba che manderà il maggior contingente mondiale di cooperanti della salute contro l’epidemia di ebola in Africa, viene spontanea una domanda: il governo degli Stati Uniti applicherà il “Cuban Medical Professional Parole”, cioè il protocollo per captare –mediante asilo politico- i cooperanti medici di Cuba, come fa in tutte le ambasciate e i consolati del mondo? E, se si verificherà un caso di questa pratica così poco presentabile, diventerà notizia nella stampa internazionale?

E’ una domanda interessante, adesso che la solidarietà medica di Cuba è finalmente diventata notizia in alcuni dei grandi media internazionali. Facciamo memoria: giorni fa il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha telefonato a cinque presidenti mondiali per chiedere la loro collaborazione urgente contro l’epidemia di ebola in Africa. Di loro, quattro erano presidenti di potenze economiche –Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Consiglio d’Europa-. Il quinto –un fatto sorprendente- era il presidente di un piccolo paese del Terzo Mondo: Cuba. Stranamente, a dare la prima risposta positiva era proprio quest’ultimo, che appena 72 ore dopo inviava a Ginevra il suo Ministro della Sanità e il Direttore dell’Istitut6o Cubano di Medicina Tropicale, “Pedro Kourí”. A Ginevra, insieme alla Direttrice Generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute, hanno annunciato l’invio di 165 esperti in Sierra Leona. Margaret Chan e Ban Ki Moon hanno ringraziato pubblicamente il Presidente Raúl Castro perché Cuba è stato “il primo paese a farsi avanti dopo l’appello dell’ONU”. Nessuno dei grandi media, però, ha fatto notare questo fatto insolito: che un piccolo paese del Sud sottoposto a blocco economico si sia messo alla testa delle grandi potenze su un tema trascendentale per l’umanità.

Altri mezzi d’ informazione riproducevano un reportage di France-Press (AFP) che riduceva la solidarietà medica cubana a un’interessata politica di “diplomazia medica” e di vendita di servizi sanitari a scala mondiale. Questa agenzia francese ha dedicato gran parte del testo –più che a informare dell’iniziativa di Cuba per l’Africa- a riportare la resistenza dell’élite medica nei paesi dove si è impiantata la collaborazione medica cubana. Il messaggio di France-Press, diffuso da decine di organi di informazione, ha una carica politica evidente: i 50.731 cooperanti cubani che oggi si trovano in 66 paesi dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa sono puri e semplici strumenti del governo cubano per ottenere divisa e voti all’ONU. Ma quello che l’Agenzia non dice è che in 40 di questi 66 paesi, i più poveri, Cuba si è assunta tutte le spese dei programmi di aiuto.

Solo negli altri 26 –in nazioni con risorse come il Venezuela, il Brasile o il Sudafrica- esiste una controprestazione economica che serve ad autofinanziare il sistema sanitario di Cuba. Una cosa assolutamente giusta, ma che offre al mondo un esempio pericoloso per i potenti: quello di paesi del Sud che si uniscono per scambiare le proprie risorse e condividere le proprie forze a beneficio delle popolazioni più vulnerabili, in uno schema distante dalle regole della globalizzazione capitalista. In questi giorni, lontano dalla ribalta della stampa internazionale, numerosi professionisti della salute si stanno presentando volontariamente nelle Direzioni municipali della Salute in tutta Cuba, per andare in Africa. Proprio quando le azioni della Takmira Pharmaceuticals, un’industria finanziata da Monsanto e dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti crescevano improvvisamente –di quasi un 50%- davanti alla prospettiva di trovare una medicina redditizia contro l’ebola. Ma questo non diventerà di certo argomento di un reportage dell’Agenzia France-Press. In fin dei conti, è la maniera “logica e normale” di funzionare in questo mondo governato dalla mano invisibile del mercato.

 

L’autore è un coordinatore di Cubainformación. Si è basato su vari testi del blog “Isla mía” di Norelys Morales Aguilera

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