Intervista al poeta Pablo Neruda di Margarita Aguirre.

Pablo NerudaNel giugno del 1973, pochi mesi prima del golpe del generale Pinochet in Cile, la scrittrice, giornalista e prima biografa del poeta Pablo Neruda, Margarita Aguirre, realizzò una lunga intervista al Premio Nobel cileno, pubblicata nel n. 4 della “Revista Crisis” dell’agosto del 1973. Ne traduco qui la parte finale: un appello che il poeta rivolge agli intellettuali e al mondo sul grave pericolo che correva il suo paese e il governo del Presidente Salvador Allende.

“Non è facile spiegare la situazione cilena, soprattutto all’estero, a causa dell’informazione tendenziosa della stampa e della mancanza di informazione per molti. Il mio appello ha lo scopo di risvegliare le coscienze degli intellettuali –dei popoli prioritariamente, ma anche degli intellettuali- su quanto sta accadendo nel mio paese.
La parte finale del mio appello è rivolta agli scrittori e agli artisti della nostra America e del mondo intero. Ci troviamo in una situazione piuttosto grave. Io ho chiamato ciò che accade in Cile, un Vietnam silenzioso in cui non ci sono bombardamenti, dove non c’è l’artiglieria. Tranne questo, tranne il napalm, si stanno usando tutte le armi, dall’estero e dall’interno, contro il Cile. In questo momento, dunque, siamo di fronte a una guerra non dichiarata. La destra –accompagnata da gruppi di assalto fascista e da un parlamento insidioso, velenoso, con una maggioranza parlamentare completamente all’opposizione, avversa, sterile e nemica del popolo, con la complicità dei più alti Tribunali di Giustizia, della Corte Costituzionale e dei cavalli di Troia presenti nell’amministrazione e che fino ad ora sono stati tollerati, della grande stampa cilena, sta cercando di provocare un’insurrezione criminale della quale devono prendere immediata conoscenza i popoli dell’America Latina. Si sta cercando di istaurare un regime fascista in Cile. Hanno cercato di incitare a un’ insurrezione dell’esercito, hanno cercato di far ricorso al popolo per ottenere nelle elezioni una vittoria che permettesse loro di far cadere il governo. Non sono riusciti a smuovere l’esercito per i loro fini mercenari e neanche a raggiungere la maggioranza necessaria a far cadere il governo. E’ vero che abbiamo ottenuto un successo popolare straordinario, è vero che il presidente Allende e il governo di Unidad Popular hanno guidato in maniera coraggiosa un processo vittorioso, vitale, di trasformazione della nostra patria. E’ vero che abbiamo ferito a morte i monopoli stranieri, che per la prima volta, a parte la nazionalizzazione del petrolio in Messico e le nazionalizzazioni cubane, abbiamo colpito la parte più sensibile dei grandi signori dell’imperialismo che si credevano padroni del Cile e che si credono padroni del mondo. E’ vero che possiamo dire con orgoglio che il presidente Allende è un uomo che ha tenuto fede al suo programma, che è un uomo che non ha tradito in nulla le promesse fatte al popolo, che ha preso sul serio il suo ruolo di governante popolare. Ma è anche vero che siamo minacciati. Io voglio che questo lo sappiano e che lo ricordino i miei amici, i miei compagni, i miei colleghi di tutta l’America Latina, specialmente in Argentina, che conosce la questione perché ha visto molte volte, nella sua storia, regimi di implacabile durezza instaurarsi contro la volontà e i diritti del popolo argentino. Per questo io faccio appello a una solidarietà che si deve manifestare in maniera militante, in una maniera ardente, in maniera fraterna. E’ questo lo scopo del mio appello e io l’autorizzo, cara amica, a divulgarlo attraverso la sua rivista. Per ultimo, voglio aggiungere che una intervista come questa avrebbe dovuto essere il più possibile e soprattutto una conversazione spirituale sulle prospettive e le derivazioni della cultura. Ma voglio dire ai lettori di “Crisis” che la vita politica del mio paese non mi ha permesso di limitarmi in maniera idilliaca a temi di tanto interesse. Che possiamo farci! La mia posizione è nota e mi sarebbe piaciuto davvero parlare di tanti temi che sono essenziali per la nostra vita culturale. Ma il momento che sta vivendo il Cile è lacerante e passa davanti alla porta della mia casa, invade il recinto del mio lavoro e non mi lascia altra scelta che quella di partecipare a questa grande battaglia. Molti penseranno: ancora! Perché continuo a parlare di politica, ora che dovrei starmene tranquillo. Forse hanno ragione. Non ho nessun senso di orgoglio tale da dire: adesso basta! Ho conquistato il diritto di ritirarmi nei miei quartieri d’inverno. Ma io non ho quartieri d’inverno, ho solo quartieri di primavera.

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