Storia di un’amicizia: il Che e Fidel.

Fidel CastroLa storia della Rivoluzione cubana, a metà del secolo scorso, ha sorpreso il mondo per la sua aura di leggenda, corroborata dalle testimonianze fotografiche e cinematografiche che diffondevano le immagini di giovani, belli e determinati, con barbe e capelli lunghi, collane di semi al collo, armati senza apparire militareschi. Fra tutti si faceva notare un corpulento avvocato, ex dirigente studentesco, autore di un sensazionale e fallito attacco alla più importante caserma dell’esercito del dittatore Batista, la Moncada, ex detenuto nel carcere di Isla de Pinos, amnistiato a furor di popolo, esiliato in Messico da dove aveva organizzato una spedizione sul piccolo yacht Granma, sbarcando sull’isola per combattere il dittatore in una guerra di guerriglia sui contrafforti dell’impervia Sierra Maestra. Accanto a lui, un argentino, bello e terribile, imbarcato come medico della spedizione, che aveva abbandonato la cassetta dei farmaci per imbracciare il fucile durante il drammatico sbarco e la disperata ritirata verso gli anfratti della montagna.
Si erano conosciuti in Messico, dove Ernesto Guevara, ribattezzato dai cubani “Che” a causa dell’intercalare tipico degli argentini, si era rifugiato dopo il golpe contro il presidente Arbenz in Guatemala. Il suo incontro con Fidel è entrato nella leggenda: in una casa ospitale i due conversano tutta la notte e all’alba il Che è reclutato e la sua scelta di combattere per i diritti degli oppressi è definitiva. Ne scrive ai suoi familiari in Argentina quando ormai, dopo essere stato arrestato con tutti gli altri cubani, sorpresi ad addestrarsi con le armi, non può più continuare a fingere di voler proseguire nella sua carriera di medico, come aveva fatto credere fino a quel momento.
Questo momento determinante è registrato nelle ultime lettere che ha scritto a sua madre, amatissima, con una durezza che nasconde il dolore e la coscienza della gravità della sua scelta; la redarguisce con severità per gli appelli alla prudenza e a ripensare a quel che faceva, naturali in una madre, ricordandole che la sua decisione scaturiva proprio dall’educazione che aveva ricevuto da lei, donna colta e progressista. In quelle lettere, il Che non nasconde la possibilità di perdere la vita ma è disposto a farlo per partecipare, insieme a quei giovani compagni, a lottare per l’affermazione di diritti, per sconfiggere un dittatore sanguinario, per combattere lo sfruttamento, il neocolonialismo e l’imperialismo.
La storia di Fidel Castro è diversa ma uguale nelle finalità, negli stimoli etici, nella visione antimperialista, nel dovere di affermare la sovranità dei paesi latinoamericani. Fidel è cubano e a Cuba dedica il suo impegno dopo aver sconfitto la dittatura nel gennaio del 1959 ed aver dato inizio all’immane lavoro di costruzione di una società rivoluzionaria. Resta a Cuba ma guarda al mondo in un momento in cui tutto il Terzo Mondo è in fermento e dall’Africa, dall’Asia e dall’America Latina sorgono reclami e movimenti di decolonizzazione che trovano eco a Cuba. Il Che, ormai cittadino cubano onorario, ha accettato importanti incarichi di governo, è Presidente della Banca, è Ministro dell’Industria ma la sua anima internazionalista lo porta a combattere nel Congo, appena dopo la morte di Lumumba, in un’avventura finita male ma importante per rafforzare il suo internazionalismo. Ricercato come un delinquente, entra in clandestinità, appoggiato, difeso, protetto e consigliato da Fidel Castro dal quale riceva anche l’aiuto –segretissimo- per organizzare la sua spedizione in Boliva con l’intento di unirsi poi alla guerriglia in Argentina. “En silencio ha tenido que ser”, il Che scompare dalla ribalta internazionale. Tutte le ipotesi, spesso grottesche e perfide, circolano per il mondo e mirano soprattutto a insinuare che è lo stesso Fidel ad aver fatto fuori il suo braccio destro, ad averlo gettato in manicomio, ad averlo liquidato. Ma la lettera di addio che Ernesto Guevara indirizza a Castro rivela la nobiltà di un’amicizia profonda:
“Ripeto ancora una volta che libero Cuba da qualsiasi responsabilità, tranne quella che emana dal tuo esempio. Che se l’ora definitiva mi raggiungerà sotto altri cieli, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e specialmente per te. Che ti ringrazio per i tuoi insegnamenti ed esempio e che cercherò di essere fedele sino alle estreme conseguenze dei miei atti. Che mi sono sempre identificato con la politica estera della nostra rivoluzione e che continuo a farlo. Che ovunque andrò, sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale agirò. Che non lascio a miei figli e a mia moglie niente di materiale, ma ciò non mi preoccupa e mi rallegro che sia così. Che non chiedo nulla per loro, perché lo Stato darà loro quel che è sufficiente per vivere ed istruirsi”.

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