Nuvole sul Messico, di A. Riccio.

MessicoE’ davvero una tragica bufera quella che si è scatenata in Messico il 26 settembre scorso, e non accenna a passare. Non che la violenza di militari, paramilitari e narco contro i civili sia una novità per quel grande e contradittorio paese che, dopo l’esperienza di una rivoluzione contadina e popolare a inizi del novecento, ha attraversato grandi e controverse sperimentazioni sociali, culturali e politiche finché, a metà di quel secolo, nel braccio di ferro fra l’ideario rivoluzionario e un aggressivo progetto neoliberale si è scatenata una sorda battaglia fra le forze di governo e chi protestava rivendicando i propri diritti di categoria e di classe. Sono rimaste epiche le battaglie dei ferrovieri, degli elettricisti, dei lavoratori del petrolio, rivendicazioni violente stroncate con violenza dai governi federali e statali. Nei decenni seguenti fu il turno delle rivendicazioni contadine e indigene in lotta per la proprietà della terra, degli studenti, massacrati nella Piazza delle Tre Culture nel 1968, degli indigeni del Chiapas e dello stato di Guerrero. E intanto il Messico diventava preda dei cartelli del narcotraffico, dello sfruttamento di operai e operaie delle “maquiladoras”, finiva in balia di una violenza delirante con i dati raccapriccianti di migliaia di femminicidi rimasti impunti, massacri di latinoamericani con il sogno di poter varcare la “frontera” per trovare benessere negli Stati Uniti, finiti per loro disgrazia nelle mani di sciacalli, più di cinquantamila minori trattenuti in dormitori lager dalla incapacità (o dalla non volontà) delle autorità dei due lati della frontiera di regolamentare la migrazione, il movimento giovanile “Yo soy 132”, i reclami del poeta Javier Sicilia e del suo movimento per la pace e la giustizia, fino al movimento studentesco delle ultime settimane che chiede al governo federale una serie di riforme dei piani di studio.
A quest’ultimo movimento di protesta si sono uniti gli studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa, che, come è loro costume e tradizione della scuola, hanno sequestrato tre autobus per raggiungere il Movimento a Città del Messico. Si tratta di una delle scuole rurali per la formazione di maestri e insegnanti, volute dalla rivoluzione messicana per favorire i figli dei contadini che venivano accolti in quegli internati e preparati per insegnare. Della trentina di scuole disseminate nel paese, dopo la Presidenza Ordaz, ne erano rimaste sette, sempre viste con ostilità dalle istituzioni, particolarmente la Normal di Ayotzinapa, considerata un vivaio di guerriglieri e di protestatari. Infatti, quei “normalistas”, come vengono chiamati e la loro scuola, hanno sempre costituito luoghi di dibattito e lotta, di difesa dei diritti e di vigilanza sui soprusi, anche con metodi spicci, ormai diventati tradizione. Ma il 26 settembre, a Iguala, nello Stato di Guerrero, il più violento del Messico, la polizia territoriale ha deciso di non tollerare il sequestro degli autobus e ha teso un agguato sull’autostrada, sparando all’impazzata e provocando due morti e una ventina di feriti fra gli studenti. Molti testimoni raccontano che insieme alla polizia, operavano gruppi mascherati su fuoristrada con vetri oscurati, tipici dei paramilitari narcos Nel fuggi fuggi generale sono scomparsi una quarantina di studenti di cui ancora non si sa nulla, tranne per un giovane il cui cadavere orrendamente mutilato è stato ritrovato qualche giorno dopo. Le massime autorità di Iguala si sono date alla macchia, ventidue poliziotti sono indagati, il Messico è in subbuglio, ma ancora non si sa niente degli studenti scomparsi.

La violenza in Messico è ormai parte delle istituzioni governative, dalle istanze locali a quelle federali; la corruzione, la complicità con i potentissimi cartelli della droga, una politica neoliberista che ha visto in questi mesi riprivatizzare il petrolio in una inarrestabile svendita del paese sono segnali di una crisi profondissima non solo della democrazia ma dei più elementari diritti umani. Ma il Messico si mantiene nell’orbita del Consenso di Washington, indice elezioni (molto pilotate), esibisce istituzioni democratiche, per questo riesce ad acquattarsi nelle pieghe dell’ipocrisia grazie anche alla sua grande ricchezza culturale, mantenendo nel campo del folclorico non solo la rumorosa presenza delle armi al cinto ma perfino l’esperienza politica, originalissima e non violenta, del Chiapas del subcomandante Marcos, ormai ribattezzatosi “Galeano” in onore di un militante vittima della violenza repressiva.
Un secolo di battaglie civili, di manifestazioni di protesta, di appelli della società civile per nuovi assetti sociali dimostrano che la popolazione messicana è viva, presente e desiderosa di grandi cambiamenti ma è tenuta a freno da un sistema imperfetto che gode dell’alta protezione della maggior potenza mondiale e che patisce l’egoismo delle grandi imprese finanziarie, agrarie e industriali. Un paese corrotto fino al midollo, per rigenerarsi può sperare solo nei suoi giovani ancora capaci di credere che un mondo migliore è possibile.
Commemorando il 46° anniversario della strage della Piazza delle Tre Culture in cui furono assassinati circa duecentocinquanta studenti,  l’ottantaduenne Elena Poniatowska, grande giornalista e scrittrice messicana, ha ricordato tutto questo parlando all’Università Iberoamericana: “[Era] solo una rivolta di giovani illusi che credevano che la città fosse loro, che potevano cantare di gioia e liberare il poeta che portavano dentro, il loro angelo custode, l’ego, il subcosciente, abbandonandosi all’amore per gli altri, alle forze del bene e del male. Adolescenti ingenui che hanno creduto che le cinquecentomila persone che avevano marciato insieme a loro nelle grandi manifestazioni, li avrebbero protetti sempre, che appoggiati dalla moltitudine sarebbero stati invincibili, giovani allucinati e splendidi”.
Le parole della Poniatowska sono quanto mai attuali e servono per esigere la ricomparsa con vita dei “normalistas”. Un’altra donna, la storica Tanalís Padilla, ha denunciato su “La Jornada”: “Il governo sta attaccando le scuole normali rurali da decenni; da decenni sta uccidendo sogni, ideali e principi di coloro che studiano lì. Ma a quanto pare non gli basta più. Adesso, mentre si commemora il 68, c’era bisogno di nuovo di assassinare dei giovani. Come definire un ordine sociale che criminalizza la sua gioventù? In Centroamerica ci sono le maras, in Palestina i giovani che tirano pietre contro i blindati, nelle metropoli degli Stati Uniti sono gli afrodiscendenti. In Messico sono adesso i giovani delle scuole normali rurali?”

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