Ancora sul Messico

MessicoQuel che accade in Messico non può rimanere sotto silenzio. Le istituzioni, in tutte le proprie diramazioni, sono sotto accusa; al Presidente Peña Nieto viene richiesta un’immediata e veritiera informazione alla cittadinanza, anche se non ha più nessuna credibilità. Sotto accusa è lo Stato messicano nel suo complesso, ormai corrotto fino al midollo, colluso con i cartelli del narcotraffico, smembrato in mille rivoli locali, regionali e federali del tutto fuori controllo. Quel che accade in Messico, sia pure nell’esasperazione della violenza che lì viene esercitata come offesa e difesa, riguarda anche noi; riforme che tendono a cancellare esperienze di scuola popolare, che intendono squalificare i diplomi delle istituzioni statali, che tagliano poco a poco qualsiasi opportunità per i giovani; la tolleranza e i rapporti torbidi con la malavita organizzata; la classe politica sempre più arroccata nei propri privilegi sono uno scenario familiare anche da noi in Europa e in Italia.

Quarantasei anni fa, nella Piazza delle Tre Culture, nel cuore della capitale, il movimento studentesco fu castigato con il massacro di centinaia di giovani. Ne hanno dato testimonianza, fra gli altri, Oriana Fallaci (che rimase ferita) ed Elena Poniatowska (a cui ammazzarono il fratello). Eppure prima e dopo di allora, sono stati soprattutto gli studenti, nella capitale federale come negli altri Stati, a levare la loro voce non solo sui pure importantissimi temi attinenti alla Istruzione. Essi hanno difeso e difendono le libertà cui hanno diritto, propongono iniziative, elaborano idee al passo con i tempi ma non al ritmo di ciò che impone l’economia di mercato.

Insieme a loro, assediati nella Selva Lacandona, crescono silenziosamente gli zapatisti, impegnati non solo a resistere, ma a cercare di trovare la difficile armonia fra la vita ancestrale e la modernità in cui vivono.

Nello Stato Michoacán, il dottor Mireles, un bizzarro medico dalla vita strampalata, finisce col mettersi alla testa delle pattuglie di autodifesa con cui i civili, stanchi dell’orrore, delle sparizioni delle loro donne, degli abusi dei cartelli, rispondono alla violenza con la violenza.

Al poeta Xavier Sicilia ammazzano un figlio, ospite di una festa presa di mira per sbaglio dai narcos. Uomo di pace, si mette alla testa di un movimento di protesta.

La lista dei movimenti, delle manifestazioni, delle proteste di una società civile esausta è molto più lunga. Ma lo Stato è sordo, qualunque sia il partito al governo. L’alleanza con il poderoso vicino del nord, gli Stati Uniti d’America, offre ai governi messicani il curioso privilegio di poter rimanere fuori dall’attenzione internazionale sui grandi e maltrattati temi della democrazia e dei diritti umani. La guerra al narcotraffico, pretesto usato da varie amministrazioni USA per poter scorazzare per i cieli, le terre e i mari del Messico con i loro corpi speciali, non solo è fallita, ma ha prodotto contrabbando di armi, maggiore corruzione, maggiore violenza. E la frontiera che separa questi due paesi dell’America del Nord è, secondo la scrittrice chicana Gloria Anzaldúa, una cicatrice che sanguina ancora; un luogo infernale dove a pagare sono i disperati che cercano, da tutto il Centroamerica e dal Messico, di entrare a vivere in quel paese ricco; a pagare sono gli oltre cinquantamila bambini trattenuti in dormitori-lager in attesa che il Presidente Obama si decida a cambiare le disumane leggi migratorie di un paese che ha creato il suo fascino sulla leggenda, sempre meno credibile, di garantire le libertà per tutti, senza distinzioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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