John Saxe-Fernández* Il Messico in pericolo

200px-United_States_Northern_Command_emblemPrendo spunto dagli avvenimenti di Tlatlaya, dagli omicidi, dai feriti, e dai 43 “normalistas” scomparsi della Scuola Normale di Ayotzinapa, atrocità che vanno sommate alle più di centomila morti di civili e ai 30.000 desaparecidos dal 2007, per ricordare che quando il Presidente Calderón dichiarava guerra al crimine organizzato, William Brownfield, aiuto Segretario di Stato degli Stati Uniti, aveva raccomandato “… di mantenere le attuali politiche antinarcotici … la strada è lunga, questione di decenni, di generazioni”. Chiedeva pazienza. Non una parola sul lavaggio nel sistema bancario degli Stati Uniti, o sul legame fra la violenza e lo sregolato flusso di armi da guerra verso il Messico. Sopportare, come ha documentato il Tribunale Permanente dei Popoli, esecuzioni estragiudiziarie, paramilitarismo, sparizioni forzate, massacri, assassinii, torture, persecuzione di attivisti dei diritti umani e oppositori politici, frodi elettorali e repressione sistematica dei movimenti sociali di resistenza, mentre oligarchi, compagnie petrolifere e minerarie continuano nella rapina del secolo?

Bownfield sa che i protocolli che riguardano queste incombenze, indicano che la forza militare può essere usata solo in ultima istanza, invece è stata la prima cosa che gli Stati Uniti hanno raccomandato e che Calderón e il suo staff hanno accettato, mentre si trattava un disegno di intervento/occupazione clandestina, di guerra irregolare o sporca già sperimentata in Colombia quella che Brownfield elogiava, senza ricordarsi della nota di Wikileaks in cui, in una lettera di José Aznar (ex primo ministro spagnolo) all’Ambasciata degli Stati Uniti a Madrid, Calderón gli aveva detto di aver fatto una valutazione sbagliata circa la capacità istituzionale di affrontare il crimine organizzato. La sua decisione, con un costo umano immenso, era basata su un calcolo erroneo circa la profondità e l’ampiezza della corruzione in Messico (Vedi Jorge Carrillo Olea, México en riesgo, Gijalbo, 2011).

Calderón si è comportato così quando il Comando Nord degli Stati Uniti diceva che, basandosi sull’esperienza (della controinsorgenza) acquisita dagli Stati Uniti in Afganistan e in Irak “…abbiamo lavorato con le forze armate del Messico affrontandoli con l’idea che il nemico vive in mezzo ai civili e non è un nemico esterno al paese, come tradizionalmente viene formato l’esercito e la marina. Incorporando il Messico nel perimetro della homeland security (sicurezza del suolo patrio) vine inferta una ferita alla sovranità e alla funzione della difesa nazionale messicana. La meta centrale del Comando Nord è, testualmente: “addestrare le forze armate del Messico in aree specifiche, necessarie … a trasformare i militari messicani di una forza convenzionale progettata per combattere minacce esterne, in un esercito che deve affrontare una guerra irregolare dove il nemico vive fra i civili (sic)”. Cioè, una guerra civile di lunga durata tesa alla balcanizzazione del Messico, ricco di risorse umane e materiali, che confina con gli Stati Uniti i quali, fin dagli enigmatici attacchi dell’11 settembre si è dichiarato formalmente in stato di guerra (antiterrorista) senza limiti temporali o territoriali.

Gli studi di Michael Klare sulla battaglia per l’accesso, il controllo e l’usufrutto delle risorse naturali a cominciare dai combustibili fossili (The race for what’s left, 2012) sono essenziali per capire la sostanza di quello che Michael Sheenan, sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha stimato innanzi a un comitato senatoriale riguardo alla durata di una guerra anti-terrorista: per lo meno da 10 a 20 anni oltre i 12 anni già accumulati dall’11 settembre con la gestazione di uno Stato di eccezione domestico e internazionale e un accentuato spiegamento bellico degli Stati Uniti intorno ai principali giacimenti petroliferi, di gas e minerari del pianeta. In linea con le direttive del governo Bush-Cheney, secondo il ragionamento del governo di Obama e quello di Browsfield sul Messico, ci troveremmo davanti a una guerra irregolare di almeno 30 anni, piena di operativi clandestini, terrestri, aerei, navali e di attacchi con droni, che secondo i portavoce della Casa Bianca, non ha limiti geografici. Il senatore Angus King presente all’audizione, ha detto che era quanto di più sorprendente e grave avesse sentito da quando era arrivato. “In poche parole, oggi voi state riscrivendo la Costituzione”. Il conservatore Jack Goldsmith, avvocato durante il governo Bush, si è sorpreso che in quel Comitato sulle Forze Armate degli Stati Uniti nessuno sappia contro chi è questa guerra senza fine, né chi o da dove vengono prese queste decisioni, a quanto riferisce Glenn Greenwald.

Davanti all’enorme tragedia e catastrofe umanitaria per crimini di lesa umanità (Aguas Blancas, Atlatlaya, Ayutzunapa) causata dal progetto di guerra irregolare o guerra sporca e di subordinazione economico/energetica /recessivo/estrattivista) formalizzata nell’ALCA e nelle controriforme del Presidente Peña Nieto, incapaci di generare sviluppo, lavoro, benessere e futuro per la gioventù, aumenta il cumulo di offese e di rischi per la nazione, per cui è imperativo un vigoroso cambio di direzione multidimensionale. Li vogliamo vivi! E ci dichiariamo in resistenza civica e pacifica per il Messico.

*Docente di Studi Latinoamericani della Facoltà di Lettere e Filosofia della Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM)

 

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