L’informazione mainstream “cambia verso”?

 

onuC’è voluto un mese prima che il giornalismo italiano mainstream si accorgesse di quel che succedeva, è successo, succede in Messico! Su Repubblica del 24 ottobre, Roberto Saviano, che di criminalità organizzata, di narcos e di collusioni con pezzi dello stato se ne intende, ha raccontato brandelli della storia, prendendo le mosse dall’omicidio di Maria del Rosario Fuentes Rubio che, su twitter e su altri media denunciava gli illeciti, le complicità, le violenze della sua regione, Tamaulipas, uno stato messicano vicino alla maledetta frontera con gli Stati Uniti. La donna, medico e attivista, è stata sequestrata, uccisa e la foto del suo cadavere pubblicata sul suo stesso account insieme all’avvertimento di badare ai fatti propri. L’assassinio di giornalisti e comunicatori non è una novità: il Messico “democratico” è uno dei paesi con il più alto tasso di omicidi di giornalisti, e Saviano ne ricorda alcuni casi. Il Messico è anche uno dei paesi che presenta il maggior numero di femminicidi, un paese che non è esagerato definire un narcostato, un paese dove il traffico di organi e di esseri umani è frequente. Ed è anche il paese dove la violenza si palesa nelle forme più crudeli e spietate.

Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno rivelato un’ accelerazione della violenza dei grandi cartelli di narcotrafficanti, ma anche delle forze armate messicane a livelli comunali, statali e federali, rivelando in modo sempre più sfacciato le connivenze e gli intrecci diabolici fra Istituzioni e delinquenza. Oggi, la novità in Messico è l’unanime indignazione popolare, la resistenza civile contro la piovra di una violenza ormai diventata prassi, la protesta che cresce ovunque; forse, addirittura, la perdita della paura prodotta proprio dall’insensatezza della violenza il cui fine era ed è quello di sottomettere la popolazione ai traffici, alle imposizioni del pizzo, agli stupri, agli omicidi, ai voleri, alle illegalità dei cartelli, delle bande ma anche delle istituzioni.

Questa rivolta della società civile meriterebbe il sostegno e la solidarietà internazionale, invece qui in Italia c’è silenzio e indifferenza. I nostri mezzi d’informazione non sembrano sensibili a quanto succede in Messico ormai da un mese, nessuno va a intervistare i parenti, gli intellettuali, gli artisti, i portavoce di un grande movimento riunito sotto lo slogan “Vivi se li sono presi, vivi li rivogliamo”, ricordando l’assurda tragedia dei 43 studenti normalistas fatti scomparire un mese fa durante un immotivato attacco agli autobus che li conducevano ad una manifestazione nella capitale; giovani poveri, di famiglia contadina, con l’ambizione di diventare maestri rurali e di poter lavorare nei pueblos abbandonati dalle istituzioni nelle mani della malavita.

Non dovrebbe sfuggire, al di là del massacro, della particolare violenza, della scandalosa impunità del sistema, l’accanimento, non nuovo, verso le Escuelas Rurales, questo retaggio dei tempi belli del Presidente Lázaro Cárdenas, quando si tentava di costruire un paese sovrano, con una popolazione alfabetizzata, non solo bianca, non solo meticcia, ma riconoscendo alle popolazioni originarie il loro posto, il loro ruolo, il rispetto per le loro tradizioni.

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Non ci dovrebbe più sorprendere la constatazione che i nostri media si dimostrano ogni giorno più provinciali e miopi, eppure non posso non rilevare che c’è voluto un editoriale del New York Times per ricordarci che una delle primissime risposte all’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per arginare l’epidemia di ebola, è arrivata da Cuba e nella forma più utile: l’invio di medici e infermieri disposti a lavorare nelle zone di rischio. Altri ci mettono (o dicono di volerci mettere) i soldi, Cuba ci mette coraggio e professionalità.

Una volta sdoganato Raúl Castro e il suo governo niente di meno che dal NYT, anche “El País” di Madrid, sempre all’avanguardia nell’annunciare orrori in Venezuela, in Bolivia, in Ecuador ma soprattutto a Cuba, ha affidato a uno dei suoi pezzi da novanta, Juan Jesús Aznarez, dei sorprendenti articoli dove, contrariamente alla sua abitudini, il giornalista informa del “rapido invio di medici cubani in Liberia, Sierra Leona e Guinea”. Per il giornalista, ciò comporta per L’Avana “importanti benefici politici”, ma non si sofferma sul piccolo dettaglio che, per poter disporre di professionalità specializzate e di cittadini solidali con chi soffre, bisogna star costruendo da più di cinquanta anni una società diversa per esempio da quella (ma l’esempio non è casuale) costruita in Messico negli stessi anni. Qualche giorno dopo, lo stesso Aznarez ci sorprende nuovamente: dopo lustri di silenzio sul caso dei Cinque cubani prigionieri negli Stati Uniti, il 24 ottobre scorso il giornalista racconta correttamente tutta la storia di come è avvenuta l’individuazione e l’arresto dei Cinque in Florida dove si erano infiltrati per sorvegliare il terrorismo anticastrista che stava dando un preoccupante affondo contro la vitale industria turistica del paese rimasto senza appoggi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Aznarez racconta come si sono svolti i fatti fino all’arresto, ma quando arriva al momento del processo, illegale perfino per una commissione delle Nazioni Unite, svolto a Miami, nel cuore stesso della controrivoluzione, centellina abilmente le parole e racconta che “durò sette mesi ed ebbe ampia risonanza quando fu celebrato nella effervescente Miami”. E’ davvero esilarante l’uso della parola “effervescente” per descrivere il mondo della controrivoluzione che alligna nella capitale della Florida e che ha provocato morti, feriti e danni molto consistenti nell’isola.

C’è da pensare che sia arrivato un ordine di scuderia: allentare la museruola dell’informazione su Cuba. Lo ha raccolto subito El País e non dubito che l’eco è arrivata anche a La Repubblica, la sua gemella italiana, sempre che quella redazione si decida a rinunciare a pagine e pagine di miserie della nostra politica. Ancora oggi 26 ottobre, il New York Times, in un altro editoriale, torna su Cuba e sull’embargo con cui gli USA hanno cercato di strangolarla. Si sostiene che sia arrivato il momento di fare il grande passo ed eliminare questo strumento coercitivo che si è rivelato controproducente per tante amministrazioni statunitensi. Gli editorialisti de New York Times non esitano criticare la posizione di “un appassionato gruppo di legislatori di ascendenza cubana che insistono per mantenere l’embargo”. Sono il democratico Robert Menéndez e i repubblicani Marco Rubio, Ileana Ros-Lethinen e Mario Díaz Balart storici e incalliti anticastristi capaci di giocare sporco e di vendere a carissimo prezzo i voti della Florida.

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