Alessandra Riccio – Prefazione a Laura Fano Morissey, Invisibili?*

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E’ proprio così, l’America Latina è “un continente seduttore e spaventoso”; questa definizione di Laura Fano sembra davvero cogliere il carattere contraddittorio di quel vastissimo territorio sul quale l’Europa si è gettata come su una preda succulenta, spazzando via usi, costumi, lingue, civiltà, forte non solo dei suoi fucili, armature e cavalli, non solo di una cultura che considerava superiore, ma anche della determinazione di chi si lascia alle spalle miseria e discriminazione e sa che il sol dell’avvenire è lì, in quell’occidente dell’ Occidente che deve essere ridotto a tabula rasa per rendere possibile la costruzione di un mondo non nuovo, ma fatto a propria immagine e somiglianza. E’ questo il succo di quel fenomeno terribile che si chiama colonizzazione e che ha visto alleati e complici i poteri temporali e spirituali di tutta Europa sotto il falso stendardo della civiltà e del progresso.

Dopo più di cinque secoli di colonizzazione e circa due di neocolonialismo, le conseguenze di quelle pratiche non possono essere eluse: esse stanno alla base della contemporaneità latinoamericana insieme al loro contrario: la resistenza india, nera e contadina, sopita ma mai domata, emarginata ma viva, negata ma reale.

E’ da questa premessa che parte Invisibili, con il proposito audace di scovare e mettere in evidenza una coerenza profonda fra la resistenza a cui accennavo (con la conseguente insorgenza contro lo sfrenato liberismo imposto dal mondo colonizzatore), e il trasversale protagonismo femminile esaminato nella contemporaneità degli ultimi decenni, quando l’America Latina è stata attraversata da un movimento di movimenti assolutamente inedito e precedente a quelli che oggi investono un’Europa in profonda crisi economica.

Ma tessere questo intreccio è operazione davvero difficile. Infatti, percorrendo una strada comune per opporsi, resistere e combattere le dure leggi dell’economia liberista, le ingiuste discriminazione di censo, razza e sesso, gli agguati alla sovranità nazionale, alla fine si arriva sempre a un punto delicatissimo, quello che riguarda la condizione femminile in sé e la sua ancestrale discriminazione.

Avendo provato su se stesse e sulla carne della loro carne l’ingiustizia, il sopruso, l’abuso di potere (tanto del potere pubblico come di quello del padre, marito, compagno), per le donne latinoamericane si è aperto l’eterno conflitto fra il pubblico e il privato. La loro partecipazione alle battaglie sociali, generosa, ardita e di avanguardia, è finita spesso in un ritorno a casa e alle cure a cui sono tradizionalmente deputate.

Lo fa osservare con rabbia e tristezza la venezuelana Margarita, attiva nelle battaglie sociali del Venezuela chavista, che constata:

 

Una volta che noi donne abbiamo formato il consiglio, le sue commissioni e comitati, e una volta che abbiamo fatto tutto il lavoro, allora arrivano gli uomini (quelli dei vecchi partiti politici) per approfittare delle risorse economiche che il consiglio riceve dal Governo. Ci rimuovono dagli incarichi dentro l’organizzazione per occuparli loro stessi.

 

La consapevolezza di questa costante e il tentativo di rimuoverla all’interno delle lotte sociali, è –secondo l’autrice- uno dei segni di originalità del movimento zapatista nel Chiapas messicano, un territorio a stragrande maggioranza india che, dal 1 gennaio 1994 si è fatto conoscere combattendo una battaglia mediatica di grande impatto grazie alla singolare figura del portavoce, il sub comandante Marcos, coperto da un passamontagna e con la pipa fra le labbra. Da allora, i media hanno inseguito l’ombra di Marcos, ne hanno indagato l’identità, l’hanno fotografato, ritratto, commentato lasciando ostinatamente in secondo piano altri leader come la comandante Ramona e le altre donne coraggiose, creative, combattenti che non risultavano altrettanto attraenti per la curiosità occidentale, sicuramente a causa della loro identità di donne indie e cioè di ombre immobili nello sfondo della storia dell’umanità perché esse sono state davvero ultime fra gli ultimi. No Marcos, no party, si potrebbe dire con un’infelice parafrasi di una nota pubblicità; ed è proprio quello che è successo di recente, quando è stato barbaramente assassinato un militante zapatista che si faceva chiamare Galeano durante un attacco –uno fra i tanti- degli uomini armati, dei paramilitari che proteggono gli interessi del latifondo in Chiapas. Questo barbaro assassinio non ha trovato riscontro nei grandi media internazionali, con l’eccezione di alcuni settori della sinistra del Messico, e non solo non è diventato notizia, ma non ha suscitato indignazione nè commozione nè rabbia, sentimenti che, invece, hanno devastato la sensibilità zapatista tanto che Marcos ha platealmente dichiarato di rinunciare al suo nome e al suo ruolo per diventare semplicemente Galeano, un combattente come tanti disposto, come tanti, a difendere il progetto zapatista anche a costo della vita. Inteso solo da pochi, frainteso dai più, il gesto di Marcos/Galeano diventa più comprensibile e trasparente leggendo il primo dei quattro casi di studio che Laura Fano intercala alla testimonianza di sei donne emigrate dai propri paesi in questa Italia del terzo millennio.

Il capitolo iniziale, La costruzione dell’America Latina e la sua reinvenzione, ci introduce agli anni ottanta, novanta, quelli del neoliberismo feroce e del conseguente impoverimento a cui tante donne hanno cercato di far fronte emigrando in paesi come l’Italia, dove la loro propensione alla cura era diventata una merce molto appetita. In questo modo, da paesi già brutalmente impoveriti scivolavano via, come per una silenziosa emorragia, donne decise ad avventurarsi verso mondi ignoti, lasciandosi alle spalle figli, madri, mariti e fratelli, superando umiliazioni e cattiverie con lo scopo di inviare denaro alla famiglia, come hanno fatto anche tante donne asiatiche, africane e dell’Europa dell’Est quando ancora l’Europa sembrava il paese di Bengodi. Ma quel che rende interessante la storia delle sei donne che ci raccontano in prima persona le loro vicende, spesso addirittura picaresche, è il retroscena di cui ci parla l’autrice, l’accurato scenario storico-politico che sta dietro alle piccole storie individuali dando loro una particolare pregnanza perché la lettura che ci offre Laura Fano dell’America Latina degli ultimi decenni si intreccia molto bene con la specificità della condizione delle donne soprattutto perché si avvale di una accurata bibliografia di valentissimi studiosi locali, e questo dettaglio, che potrebbe sembrare ovvio, non lo è affatto visto che, in generale, per un certo qual provincialismo europeo, le fonti e i testi di uso provengono dai grandi centri di ricerca statunitensi, inglesi, francesi magari anche di autori che provengono dall’America Latina ma che diventano noti ed accessibili solo se scrivono e lavorano in grandi università o in case editrici del primo mondo.

Qui, invece, l’autrice fa ricorso a materiali che provengono da ricerche sul campo, ivi compresi documentari, memorie, reportage e siti internet, si ispira ad autori di grande creatività come la citatissima sociologa italo messicana Francesca Gargallo che dichiara di odiare “il femminismo dai tacchi alti”, una delle migliori studiose del delicato tema delle donne indie e della loro presenza e inserimento nell’attualità politica di paesi come il Messico, la Bolivia, il Guatemala; si serve di documenti ufficiali, statistiche, e scritti di studiosi e comunicatori come Aleida Guevara, Raúl Zibechi, Julieta Paredes, Elizabeth Peredo, Carlos Gabetta o Pino Solanas Si tratta di una scelta non da poco di fronte all’evidente necessità di “concepire altre forme di convivenza” in questa contemporaneità globalizzata che, tuttavia, riscopre l’esistenza di localismi resistenti e riconosce la necessità di rispettarli, di includerli per difficile che questo compito si riveli, servendosi delle voci di chi con quelle realtà convive, le analizza e le conosce dal di dentro. Magari ispirandosi al chachawarmi, il tradizionale concetto di complementarietà fra uomo e donna tuttora vivo in Bolivia e comunque usando sempre il massimo rispetto e la più aperta curiosità verso altre forme di cultura, altre specificità nella comune condizione di donna, rispetto alla quale diventa sempre più urgente abituarsi a riconoscere che, non per essere tutte donne, siamo tutte uguali e che la differenza esiste anche all’interno del genere. Il genere ci identifica come donne ma la nostra soggettività dipende dal luogo in cui siamo nate, dal nostro spazio economico, dalla nostra educazione familiare, dalla classe a cui apparteniamo, dal colore della pelle e, naturalmente, dalle nostre preferenze sessuali. Il genere ci definisce ma –per fortuna- è performativo e ci permette di trasformarci, di crescere, di consentire e di trasgredire. Soggettivamente differenti l’una dall’altra e non identificabili totalmente con la storia dei loro paesi, le sei donne che parlano in questo libro ci aiutano a capire –dal basso- gli straordinari cambiamenti politici e sociali degli ultimi decenni.

La cornice in cui l’autrice inserisce i suoi sei ritratti è costituita dai casi/studio a cui accennavo prima: i contenuti rivoluzionari e destabilizzanti del movimento zapatista in Messico, che l’autrice individua come “una resistenza diversa e creativa al sistema dominante”; le straordinarie battaglie comunitarie per l’acqua, e non solo, che hanno portato l’indio aymara Evo Morales alla presidenza della Bolivia; l’avventura delle fabbriche recuperate, i cacerolazos, il fenomeno dei piqueteros, ma soprattutto la presenza instancabile a fianco di queste lotte delle Madres de la Plaza de Mayo in Argentina; e infine la grande rivoluzione operata da Hugo Chávez in Venezuela con attenzione prioritaria se non esclusiva verso le classi escluse tradizionalmente dalle cure dello stato. Le testimonianze, pur non coincidendo con i paesi analizzati, ci consentono comunque di ampliare, se non completare, il panorama del grande subcontinente in quanto, a suo modo, il quadro politico fornito da Laura Fano proviene –comunque- dal basso; l’autrice infatti non fa ricorso alla teoria, non usa schemi in voga preferendo ricostruire una narrazione della cronaca di questi decenni non esente da dubbi e da critiche, eludendo la trappola della facile adesione ed inseguendo una possibile obbiettività che ci viene negata dalle grandi correnti dei mezzi di informazione, prevalentemente orientate a negare l’originalità dei fenomeni esaminati dimostrando una mancanza assoluta di una delle qualità essenziali del giornalismo: la curiosità. Qui, invece, si mettono in evidenza sia i tratti di originalità che i rischi, sia il coraggio di assumere nuovi atteggiamenti politici e sociali che i pericoli derivanti da un sogno della ragione troppo ardito, sia i meriti che i limiti di gestioni come quelle dei Kirchner in Argentina, di Morales in Bolivia, del chavismo in Venezuela.

Quanto a quella piccola parte del Messico in cui gli zapatisti governano a loro modo, a loro rischio e pericolo e nelle più dure condizioni, l’autrice riconosce i tratti di una vera, profonda rivoluzione che, però, non riguarda un potere costituito e istituzionalizzato come quello degli altri paesi dove l’impulso dato dai movimenti sociali, dagli indignados, dalle minoranze hanno portato al potere nuovi soggetti assai più sensibili alle richieste popolari di quanto non lo siano mai stati i loro predecessori.

Ma in questo libro c’è un rimosso sul quale vale la pena spendere qualche parola perché riguarda un problema prioritariamente femminile, quello dell’aborto. E’ noto che in quasi tutto il subcontinente l’aborto è illegale, spesso perfino quello terapeutico o motivato da stupro; l’argomento è così scabroso che nel caso dell’Ecuador il progressista presidente Correa ha minacciato le dimissioni se una deputata del suo stesso partito non avesse ritirato una proposta di legge per la legalizzazione. In Nicaragua, il presidente Ortega –un tempo audace combattente contro il dittatore Somoza- ha addirittura abolito la legge varata durante la Rivoluzione Sandinista. La presidenta del Chile recentemente rieletta, Michelle Bachelet, sta ricevendo un’accoglienza gelida alla sua modesta proposta di legalizzazione. Né la decisionista Cristina Kirchner in Argentina, né l’agguerrita ex guerrigliera Dilma Rousseff in Brasile hanno intrapreso questa battaglia che, per il momento, ha vinto solo nell’Uruguay del vecchio Pepe Mujica, strenuo difensore delle libertà individuali. Eppure, c’è un’eccezione: a Cuba, la legge che autorizza l’aborto e lo pratica nella struttura sanitaria statale esiste da molti decenni e dal 1979 figurano nel Codice Penale, all’art. 267 del Capitolo IV, i casi in cui l’aborto diventa illecito e deve essere sanzionato. Infatti, nella legislazione cubana non si discute nemmeno la legittimità del ricorso all’aborto senza restrizioni, mentre si precisano opportunamente le circostanze in cui diventa illecito, e cioè se viene praticato a fini di lucro, se viene praticato fuori dalle istituzioni ufficiali o se non viene effettuato da un medico.

Si tratta di una norma giuridica rivoluzionaria difesa dal governo cubano anche contro le critiche che non sono mai mancate, una norma che riconosce il diritto soggettivo di operare una scelta libera in questa delicata materia, imponendo sanzioni solo nei casi in cui quella pratica metta a rischio la salute della donna e l’etica professionale.

*(Laura Fano Morissey, Invisibili? Donne latinoamericane contro il neoliberismo, prefazione di Alessandra Riccio. Postfazione di Gustavo Esteva, Ediesse, Roma 2014, pp. 228, € 14,00)

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