Alessandra Riccio – Sul Messico: Semo, Mujica, EZLN

A mio parere miglior lettore di Gramsci del segretario del nostro partito di sinistra (?) al governo, lo storico Enrique Semo, di origini bulgare ma naturalizzato messicano, nel ricevere in questi giorni di grande convulsione sociale, il Premio Nazionale di Scienze e Arti del suo paese di adozione, ha ragionato su quanto sta avvenendo sostenendo che : “Quello che stiamo vivendo in Messico è quello che Antonio Gramsci ha denominato ‘rivoluzione passiva’ […], quando una classe al governo vuole trasformare un paese per modernizzarlo. Nel progetto di modernizzazione ci possono essere aspetti molto positivi, ma lo vogliono attuare senza tenere conto delle necessità, dei sogni, della mentalità del popolo, addirittura in spregio al popolo”.
Dopo aver riflettuto su altri due momenti di ‘rivoluzione passiva’ in Messico, Semo sostiene che il neoliberismo al potere, volendo modernizzare il paese ha scelto un cammino consistente nel far dimagrire lo Stato, dare all’impresa privata molto più gioco in tutti gli aspetti dell’economia, aprire al capitale straniero, che è l’unico che abbia nelle sue mani i progressi tecnici della nuova rivoluzione, quella informatica. […] Rosa Luxemburg, in piena Prima Guerra Mondiale, di cui adesso si commemorano i cento anni, ha detto che per l’umanità c’erano due vie d’uscita: il socialismo o la barbarie. Non dobbiamo dimenticarcene mai perché è profondamente vero e vigente. All’uscita dalla crisi ci sarà una di queste due cose.” Semo ha parlato da storico, sociologo e filosofo quale egli è, oltre che da profondo conoscitore della realtà messicana e latinoamericana.
Pepe Mujica, il vecchio Presidente dell’Ecuador, ormai sulla via della pensione, ha un’altra storia, un’altra esperienza e un altro tipo di formazione, ma entrambi sono stati spettatori e testimoni del convulso Novecento e dell’esordio non rassicurante del Terzo Millennio. Uomo dai modi spicci, non avvezzo alla diplomazia, eppure cortese e prudente, anche Pepe Mujica è sconvolto dalla scomparsa dei 43 studenti ad Iguala, degli scenari che quel massacro ha messo in luce e ne ha parlato fuori dai denti in una intervista alla rivista Foreing Affairs Latinoamerica, definendo “i poteri pubblici messicani totalmente fuori di controllo” e denunciandone la “gigantesca corruzione”: “In Messico la corruzione si è radicata, ho l’impressione osservando da lontano, come un tacito uso sociale. Sono sicuro che il corrotto non è malvisto, è un vincente, è un signore splendido.” Si tratta di una dichiarazione forte, non lontana dalla realtà, ma inaccettabile per il rituale diplomatico. Il Ministero degli Esteri messicano ha chiesto spiegazioni e il placido Mujica, scusandosi, ha messo una toppa peggiore del buco ma non priva di finezza: “Nessuno di noi può sentirsi completamente estraneo al dramma che affligge i messicani e altri paesi centroamericani. Le crude notizie che ci arrivano sulle conseguenze del narcotraffico in paesi come il Guatemala, l’Honduras e adesso il Messico, ci gridano una vera lezione di dolore che può ben mostrarci i nostri stessi pericoli futuri. Abbiamo fiducia nelle loro forze, queste nazioni non sono, né saranno stati innocui o falliti, perché le loro vicissitudini di oggi hanno fondamenta storiche.”
L’Esercito Zapatista per la Liberazione Nazionale (EZLN), che mantiene in ribellione una zona del Chiapas ormai da più di venti anni e che resiste al lungo e impietoso assedio militare al loro territorio, ha immediatamente espresso il suo appoggio ai familiari e ha incontrato una carovana di padri degli studenti scomparsi giunti in Chiapas per cercare solidarietà e consigli di resistenza e di lotta per il loro incipiente movimento. L’avvertimento degli zapatistas è stato scoraggiante. Il subcomandante Moisés li ha messi in guardia: “Può darsi che chi adesso vi sta addosso per usarvi a proprio beneficio, vi abbandoneranno e correranno da un’altra parte, a cercare una nuova moda, un altro movimento, un’altra mobilitazione. […] Devono tornare vivi tutti e tutte, non solo quelli di Ayotzinapa: deve esserci castigo per i colpevoli di tutto lo spettro politico e di tutti i livelli; e bisogna fare il necessario perché mai più si ripeta l’orrore contro qualunque essere di questo mondo, anche se non è una personalità o qualcuno di prestigio. […] Cercatene la parola anche nei familiari dei bambini e delle bambine assassinati nell’asilo ABC a Sonora; nelle organizzazioni per gli scomparsi di Coahuila; nei familiari delle vittime innocenti della guerra, persa fin dall’inizio, contro il narcotraffico; nei familiari di migliaia di migranti eliminati lungo tutto il territorio messicano. Nelle vostre parole si sono specchiati a milioni. Molti lo dicono, anche se la maggioranza tace ma fa propria la vostra protesta e dentro di sé ripete le vostre parole. […] Noi sappiamo che molti vi chiedono, pretendono, esigono, che vi vogliono portare verso un destino o un altro, che vi vogliono usare, che vi vogliono comandare. Sappiamo che vi riempiono la testa di chiasso. Noi non vogliamo essere uno di questi rumori. Noi vogliamo solo dirvi di non far tacere la vostra parola.”
Un amaro discorso, quello di Moisés, frutto di un’esperienza amara, un discorso realista ma non disperato, che ha concluso con queste parole: “Noi pensiamo che le congiunture che trasformano il mondo non nascono dall’alto, ma vengono create dal lavoro quotidiano, ostinato e continuo di coloro che scelgono di organizzarsi invece di sommarsi alla moda del momento. Non siete soli, fratelli e sorelle”.

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