Alessandra Riccio – Epistemicidio

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Passato da qualche anno il bicentenario delle guerre d’indipendenza dell’America Latina, aperta ormai la strada a governi francamente attenti all’originalità delle culture di quel vasto territorio e dunque preoccupati di cercare formule e modelli che non ripetano schemi originati in altre geografie e in altri spazi, diventa pregnante la necessità di decolonizzare le università, di distaccarsi dal modello epistemico moderno, evitando di riprodurre un taglio coloniale sui saperi del mondo. Arrivate da un Occidente conquistatore e colonizzatore, le università non potevano non essere portatrici di un punto di vista che crede di possedere un sapere certo (episteme), superiore per definizione, e dunque fondamento immutabile del pensiero disciplinare.

Ma la presa di coscienza della natura stessa dei territori latinoamericani, della loro varietà antropologica, della loro diversità storica; la sensibilità risvegliata dall’esperienza della molteplicità, stanno inducendo a concepire le università come spazi dove riflettere e lavorare a partire dall’insieme di sapienze che provengono dalla totalità delle comunità di riferimento.

In un interessante articolo su questo complesso argomento, Anabelle Contreras Castro [1] ricorda che il dibattito ormai non è più allo stato embrionario e ci ricorda che in Bolivia vi sono già due università, una aymara e l’altra quechua, che stanno facendo prove di dialogo fra culture diverse, sfidando la rigidità accademica. In Ecuador esiste l’Università Comunitaria Interculturale delle Nazionalità e dei popoli Indigeni; in Colombia, l’Università Indigena e Interculturale Jacinto Ortiz e in Nicaragua, l’Università delle Regioni Autonome della Costa Caribe Nicaraguense.

Fra i più interessanti di questi centri di studio, c’è l’Università Ixil in Guatemala, voluta dalle comunità maya ixil di Chajul, Cotzal e Nebaj nel Quiché, la terra da cui ci è arrivata la straordinaria testimonianza sulla resistenza indigena di Rigoberta Menchú, premio Nobel per la Pace nel 1992, l’etnia che ha osato accusare di genocidio per la strage di 1771 indigeni ixiles l’ex presidente Ríos Montt fra il 1982 e il 1983. Un territorio che per circa trenta anni ha vissuto la tragedia del conflitto armato fra un forte movimento rivoluzionario e una spietata repressione militare.

Uno dei principali animatori del progetto di un’università decolonizzata è l’attuale vicerettore, l’ ngegnere Pablo Ceto [2], che ha combattuto nella guerriglia e che dopo gli accordi di Pace del 1996 riversa tutte le sue energie in questo esperimento culturale davvero rivoluzionario. Insieme a un piccolo gruppo, ha cominciato ad analizzare la realtà complessa e difficile dei popoli maya, usciti da una guerra devastante, da centoquattordici massacri solo durante il conflitto, popoli fratturati dai tanti morti e dalle decine di migliaia di emigrati, popoli che rischiano di perdere l’autonomia alimentare, la propria cultura ancestrale, il loro sistema giuridico tradizionale; obbligati ad elaborare continuamente strategie di sopravvivenza e di difesa ambientale dei territori. Siccome dopo più di cinque secoli di resistenza non si può più parlare di un collasso maya, ecco che aver preservato la cultura, i costumi, le tradizioni e una forte filosofia di vita, ha suggerito di aprire spazi a queste diversità, fondando una università che includa come perno la cosmovisione maya, che insegni a guardare il mondo con occhi propri, senza lasciare che il sapere prodotto in altri mondi si imponga, ma che si sommi e includa. Ceto è convinto che la facoltà di governare deve essere affidata agli attori locali che sanno come funziona un territorio e che a partire dalla loro pratica locale devono contribuire alla realtà globale.

L’Università Ixil prepara i suoi studenti a partire dalle necessità locali, al servizio della realtà, disegnando itinerari di studio che siano utili alle comunità alla luce di quanto afferma il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos che sostiene che per chi vive al Sud le teorie non si adeguano a quelle realtà sociali. Infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione del Guatemala non ha ancora riconosciuto l’esperienza universitaria del Quiché perché non soddisfa i requisiti indispensabili: possedere tre edifici e un fondo di quattro milioni di quetzales all’ anno per il funzionamento. Sono requisiti che stridono con la realtà sociale di quel territorio che funziona senza una sede fissa, è itinerante, può far lezioni nei campi, in una grotta sacra, lungo un fiume o in una sala comunitaria. Invece dei libri si ascoltano le testimonianze e i ricordi degli anziani e si dà molta importanza alle conoscenze orali prima che allo studio di autori e di esperti di formazione occidentale [3]. La sensibilità culturale indigena è spesso in contrasto con la visione occidentale; il caso dell’acqua “bene comune” è un esempio chiaro dell’importanza di dare ascolto e di vagliare punti di vista diversi da quello dominante e, del resto, per la cultura ixtil la conoscenza non deve essere trasmessa per conquistare un diploma ma per essere uno strumento utile per conservare le tradizioni della comunità; la conoscenza che trasmette l’Università Ixtil è qualitativa e soggettiva, basata sull’esperienza personale, e non quantitativa e oggettiva; l’insegnamento rifugge dalle specializzazioni per puntare su una comprensione globale.

L’Università Ixtil, che ha già valutato le tesine dei primi allievi nel 2013, è un’istituzione che in maniera insolita vuole diffondere “un sapere storicamente ignorato e respinto ma che offre soluzioni e idee per rispondere ai problemi del mondo globalizzato” [4].

L’esperimento delle università indigene si fonda sulla consapevolezza che le grandi crisi del nostro tempo, quella energetica, alimentare, ambientale, sociale, provengono da un solo settore della società e solo da quel settore si aspettano le soluzioni, le quali vengono da idee che originate da quella cultura e quelle tradizioni. Il non ascolto, il disprezzo, l’ignoranza di altre idee che provengono da culture ritenute inferiori viene definito con una nuova parola: epistemicidio. E la diversità che le culture indigene, i cui paradigmi sono profondamente diversi, possono apportare al mondo globalizzato disturba e turba l’assoluta certezza della superiorità della cultura occidentale. Da qui è nata l’urgenza di misurarsi con un nuovo, rivoluzionario esperimento di trasmissione culturale.

[1] – Anabelle Contreras Castro, El pueblo ixil: después de Prácticas epistemicidas y genocidios nace una universidad, in “Casa de las Américas, n. 275, abril-junio 2014, pp. 3-14.

[2] – Pablo Ceto lavora attualmente come consulente, formatore e tecnico per municipalità e gruppi comunitari del popolo Maya per la fondazione FUNDAMAYA e dell’Associazione di Popoli di Montagna del Mondo. Ha combattuto nelle fila dell’URNG (Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca) di cui è membro del Comitato Esecutivo.

[3] – Per una informazione su questo esperimento universitario, Tobías Roberts, El conocimiento ixil y su contraste con el conocimiento occidental, 20.11.2013, ALAI.

[4] – Ivi.

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