Geraldina Colotti e Elena Poniatowska – Per Adán Cortés Salas

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Geraldina Colotti, Il Manifesto 12.12.2014

Al Nobel di Oslo, i 43 studenti messicani scompaiono una seconda volta

Malala You­sa­f­zai, 17 anni, pachi­stana, espone ai gior­na­li­sti la targa rice­vuta. Di fianco, il ses­san­tenne indiano Kai­lash Satyar­thi, altro Nobel pre­miato a Oslo. All’improvviso, ruba la scena un ragazzo con la ban­diera mes­si­cana: «Malala — grida in inglese — parla dei 43»: gli stu­denti scom­parsi in Mes­sico, vit­time di un cri­mine di stato — hanno gri­dato le piazze di mezzo mondo. Il gio­vane sem­bra avere la stessa età di Malala. Lei lo guarda e sor­ride. Ma tace. Nel discor­setto pre­pa­rato, parla di «ragazze escluse dall’istruzione». Nes­sun nesso con quelle delle scuole rurali mes­si­cane, costrette ad abban­do­nare gli studi per le misure neo­li­be­ri­ste di Peña Nieto oppure uccise dallo stato? La foto fa il giro del mondo, insieme al gesto dell’attivista: niente, però, com­pare su El Pais. E nean­che sui media italiani.

Elena Poniatowska, La Jornada, 12.12.2014

Adán Cortés Salas, difensore a Stoccolma dei 43 assassinati

Non c’è niente di più solenne e di più intimidente dei premi Nobel di mercoledì 10 dicembre nel municipio di Oslo; niente di più imponente di quel luogo presieduto dal re Harald V e da Sonia; niente di più rigido del protocollo di sicurezza del regno di Norvegia eppure, nonostante tutto, uno studente messicano si è arrischiato: ha fatto irruzione con una bandiera del Messico insanguinata e l’ha alzata davanti agli occhi del mondo intero attento alla cerimonia.

Dopo che Malala Yousafazai e Kailash Satyarthi hanno ricevuto il Nobel per la Pace, Adán Cortés Salas è sbucato correndo dalla folla dei presenti che applaudivano i premiati, un fulmine tricolore è passato davanti alle telecamere, la bandiera messicana con una macchia rossa ha ondeggiato davanti a una Malala sorridente chiedendo:”Please, Malala, Mexico, please”, un attimo prima che una guardia lo portasse via a spintoni.

Adán Cortés Salas, di 21 anni studia Relazioni Internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). Secondo suo fratello gemello, Austin, Adán, che adesso è sotto custodia delle autorità norvegesi, è arrivato grazie all’invito di un amico conosciuto all’università. Adán ha deciso di prendersi un congedo accademico temporale per poter fare il viaggio con scalo in Costarica e far parte della Azione Globale per Ayotzinapa.

La notizia della splendida protesta del giovane messicano ha fatto il giro del mondo, le reti sociali hanno applaudito e lodato l’azione di Adán, che con il suo coraggio e la sua temerarietà fa in modo che il massacro di 43 ragazzi della Scuola Normale non venga dimenticato.

Abbraccio di cuore questo giovane che non appartiene a nessun partito politico e a nessuna organizzazione partitica e che si mette a rischio per esigere giustizia e per chiedere che ci dicano cosa è successo dei 43 studenti della Scuola Normale Rurale Isidoro Burgos di Ayotzinapa, Guerrero, scomparsi il 26 settembre 2014. Fino ad ora, solo uno di loro, Alexander Mora Venancio, è stato “localizzato” grazie a un prelievo forense.

Magari avessimo tutti il coraggio del giovane Adán Cortés Salas, che ha gridato: “Malala, parla per il Messico, parla per il Messico” con la sua bandiera macchiata di rosso davanti all’adolescente pachistana che lo guardava con simpatia. Oggi, detenuto in Norvegia, è un esempio e un orgoglio per il Messico, un orgoglio per tutti noi; speriamo che la pensino così non solo i reali ma tutti i sapienti che hanno ricevuto il Nobel.

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