Alessandra Riccio – Fermezza e resistenza

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E’ passata qualche settimana da quel 17 dicembre che ha fatto credere al mondo –informazione mainstream mediante- che il blocco di più di mezzo secolo che strangola Cuba fosse finito. In questo lasso di tempo ne ho lette di tutti i colori e mentre a Cuba si festeggiava da un capo all’altro dell’isola il ritorno di Ramón, di Gerardo e di Antonio come una vittoria della fermezza e della resistenza, i media con alla testa El País, si esercitavano in acrobazie linguistiche per darci ad intendere che finalmente Raúl Castro aveva capitolato e lo aveva fatto grazie alla malattia che aveva ormai invalidato il tirannico fratello maggiore, il temibile e intransigente Fidel. Insieme a questa bella capriola utile a spacciare per una capitolazione di Cuba quello che, viceversa, ha detto a chiare lettere Barak Obama e cioè che quella politica statunitense perseguita per cinquant’anni era miseramente fallita, si è scatenata la caccia allo scrittore che sul futuro fallimento di Cuba aveva già scritto e lucrato; al giovane avanero –naturalmente anonimo- che festeggia la fine della tirannia, all’esiliato che auspica l’inizio di una relazione più libera e la scomparsa dei “fratelli Castro”. In questa caccia non sono state trovate voci entusiaste né fra i superstiti del vecchio e agguerrito esilio di Miami, né fra i dissidenti, orchestrati, organizzati e finanziati da anni da Ong di comodo le cui fila erano mosse dalla Cia e affini. La “famosissima bloguera” Yoani Sánchez c’è rimasta un po’ male, Zoé Valdés è furiosa, le “damas de blanco” non sanno che dire, e via disinformando. Anche perché sul famoso tema della vigilanza sul rispetto dei diritti umani che gli Stati Uniti e la Comunità Europea pretendono di esercitare sul governo cubano, Raúl Castro non ha aperto il benché minimo spiraglio, difendendo la sovranità e respingendo le ingerenze.

Sui danni prodotti dal blocco esercitato dagli Usa su Cuba si è molto scritto, anche se altrettanto si è scritto per sostenere che, in fin dei conti, quell’embargo era più virtuale che altro, lasciando aperto l’interrogativo conseguente: ma allora, perché mantenerlo per mezzo secolo? Molto meno si è scritto della Posizione Comune che la Comunità Europea mantiene ormai da alcune decine di anni verso Cuba, unico paese latinoamericano con cui non abbiamo un accordo bilaterale e l’unico al mondo contro il quale si mantiene ancora quel tipo di restrizione voluta dall’ex presidente spagnolo, Manuel Aznar, durante la sua presidenza europea. Anche le sanzioni europee erano legate al monitoraggio e alla tutela dei diritti umani nell’isola ma molti paesi della comunità, badando ai propri interessi, non hanno fatto caso alla Posizione Comune e hanno commerciato e dialogato con Cuba mentre da qualche anno l’Europa cerca di uscire dall’impiccio in cui l’ha messa l’ex premier della destra spagnola.

Questo è il quadro del recente passato. Nell’immediato futuro, sul quale vengono espresse perplessità e preoccupazioni da destra e da sinistra, dall’esilio e dall’interno, da dissidenti e rivoluzionari, solo la pratica rivelerà se cinquantacinque anni di Rivoluzione, di resistenza, di tentativo di costruzione di una nuova società porterà i frutti sperati. Appena dopo il suo discorso del 17 dicembre, Obama ha chiarito, a scanso di equivoci: “These changes don’t constitute a reward or a concession to Cuba. We are making them because it will spur change among the people of Cuba, and that is our main objective” [Questi cambiamenti non costituiscono una ricompensa o una concessione a Cuba. Stiamo facendoli perché stimolerà il cambiamento tra la gente di Cuba, e questo è il nostro  principale obiettivo].Dunque, il principale obbiettivo degli Stati Uniti continua ad essere favorire il cambiamento a Cuba. Con qualunque mezzo, aggiungo io.

Intanto mi sembra opportuno ripubblicare parte di un discorso tenuto da Fidel Castro a Santa Clara il 26 luglio 2000 in occasione dell’anniversario dell’assalto alla Caserma Moncada, considerato come la data di inizio della Rivoluzione. Politico lungimirante, il discorso di Castro mi è sembrato di assoluta attualità e l’ho tradotto per Nostramerica.

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