Maria Venegas, La figlia del fuorilegge

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Che fare di un padre che definire “fuorilegge” è davvero poca cosa rispetto al suo disonorevole curriculum? E’ questo il tormento di Maria Venegas, nata in Messico e portata negli Stati Uniti all’età di quattro anni. E’ una giovane americana, ha studiato, ha fatto teatro, scrive, ha un compagno comprensivo e affettuoso, molte sorelle, vive a New York e adesso ha pubblicato pure questo suo primo libro, accompagnato da un notevole battage pubblicitario. E in effetti, Maria, adesso, è in pace. Adesso che quel “fuorilegge” di suo padre è morto in modo violento dopo aver salvato infinite volte la vita, grazie al suo karma ma anche alla sua resistenza fisica e alla sua abitudine alla vigilanza: ha ammazzato molte volte e sa che chi di spada ferisce…Tutto questo Maria lo imparerà poco alla volta.

Dopo aver sofferto molto per l’abbandono dei suoi genitori, avventuratisi nel vicino, grande paese nordamericano in cerca di una vita migliore, a quattro anni, insieme ai più piccoli dei suoi numerosi fratelli, si ricongiunge finalmente al resto della famiglia dopo un viaggio avventuroso, accompagnati dal fratello di sua madre, un simpatico e generoso zio che in seguito verrà ammazzato dal suo stesso padre per delle ragioni assurde in una cultura in cui la violenza è norma. Ma la vita “oltre confine”, come sono soliti dire, è funestata dalle gesta del padre, bevitore, chiassoso, affezionato a quell’assurda tradizione che induce a sparare in aria per dimostrare felicità, allegria o chissà che altro. In una delle sue notti brave Jose, il padre, dopo aver curato le sue ferite, deve sfuggire alla giustizia, lascia la famiglia, si arrangia a fare il lavapiatti e finalmente si vede costretto a tornare nel suo rancho, in Messico, abbandonando la numerosa famiglia e la moglie Pascuala che aveva fatto sua con violenza e che non lo ha mai amato. Anzi, dopo l’assassinio del loro figlio maggiore e dopo che Jose ha ammazzato suo fratello, lo odia a morte. E’ una donna forte, austera, fredda che trova consolazione nella chiesa evangelica e che riesce a mandare avanti le figlie che riusciranno a crearsi una piccola posizione. Il Messico è nel cuore di tutti ma è lì che si è rifugiato un padre colpevole non solo di abbandono, ma di essere “un fuorilegge”.

Maria lo detesta: nel bel prologo che annuncia tutta la violenza di questa storia, racconta che quando riceve la telefonata di una sorella annunciando che il padre è stato vittima di un terribile agguato, chiede, fredda e secca, se Jose è morto. Non è morto e la sua assenza comincia a far breccia nella vita di Maria che vuole fare i conti con questa sua imbarazzante genealogia. Comincia dunque a riavvicinarsi al padre in successivi e costanti viaggi in Messico. Cavalca con lui, prova il peyotle con lui, a volte beve con lui, ma soprattutto parla con lui. Ne viene fuori la storia di un’assurda educazione imposta dalla madre di Jose che esige dall’uomo aggressività e pronta risposta, che disprezza la vigliaccheria e contempla l’uso delle armi come giusta risposta a una qualunque provocazione. Ne viene fuori una vita esagerata dove l’alcol, la musica esaltante dei “corridos”, le grandi cavalcate, la cura del bestiame non sono sufficienti a far sfogare il “fuorilegge”. Il mondo che lo circonda è altrettanto violento e insensato, le rivoltelle sono sempre pronte a sparare, il sequestro è un comune mezzo di sussistenza, nessuno può fidarsi di nessuno.

Mentre la famiglia negli Stati Uniti si indirizza verso professioni, commerci e studi che apportano un certo benessere, nel rancho di famiglia, Jose ha trovato una convivente, ci ha fatto una figlia e cova una lacerante nostalgia per la moglie lontana il cui odio gli pesa come un macigno. E’ qui che Maria lo accompagna nelle sue visite ricorrenti. E’ qui che in un Capodanno triste, Jose le mette in mano una pistola per sparare in aria una triste allegria. Con lui impara a cavalcare, a riconoscere gli animali del corral, a fare joggin accompagnata dai fedeli cani, ma vive anche la paura costante per le minacce di sequestro, per gli odi che circondano il rancho, per il timore della puntura degli scorpioni, pronti a scattare da un qualsiasi angolo buio. Jose le insegna a stare sempre all’erta e non si sottrae a quello che Maria gli chiede: poter capire come e perché un uomo, nel cui cuore non manca la tenerezza, l’affetto e perfino l’amore, resti intrappolato nel labirinto della morte: se non ammazzo io te, tu ammazzi me.

Tutto sommato, gli otto figli di Jose e perfino la gelida Pascuala non hanno potuto evitare di amarlo. Maria ne potrà parlare davvero solo dopo la sua morte. Potrà raccontare il percorso fatto insieme una volta che lui è tornato ad essere un’assenza come lo era stato per tanti anni.

La figlia del fuorilegge è un memoir di alta classe che rispetta profondamente il patto di verità con il lettore ma è costruito con sapienza stilistica e si avvale di un montaggio molto efficace. Diviso in tre libri, offre una sequenza spezzata ma coerente fra passato, presente e futuro, obbliga il lettore a ricostruire una vita esagerata, ad accompagnare la figlia nel suo itinerario di riconciliazion.

Ho letto il memoir della Venegas nei giorni in cui quarantatré studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa sono stati fatti scomparire dalla polizia di Iguala che ne aveva già ammazzati alcuni. La ricerca degli studenti ha condotto al ritrovamento di molte fosse comuni piene di cadaveri sconosciuti. La polizia, i governanti e lo stesso Presidente hanno cercato di presentare gli studenti come sovversivi e complici del narcotraffico, ma l’accusa non regge; il Messico è insorto, le famiglie rivogliono i loro figli vivi, le istituzioni che dovrebbero difendere i cittadini si sono rivelate emanazioni della malavita organizzata, la società civile si ribella, esige la verità, la pretende. Fior fiore di intellettuali, prima fra tutti l’anziana e magnifica Elena Poniatowska, non tacciono e non si arrendono.

Il libro di Maria Venegas lascia tante, troppe domande senza risposta, ci fa sprofondare nell’insensatezza della violenza ma, forse, apre uno spiraglio alla speranza in virtù della tenacia grazie alla quale la pietas di una figlia, può accostarsi, comprendere e, forse, modificare l’insania.

Maria Venegas, La figlia del fuorilegge, Traduzione di Manuela Faimali, Bollati Boringhieri, pp. 376, € 18.

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