Juan J. Paz e Miño C. – Otto anni di Revolución Ciudadana

Ecuador

Il Governo della Revolución Ciudadana (2007-2015) ha dato inizio a un nuovo ciclo storico in Equador, rispetto ai governi presenti dal 1979 al 2006. Grazie al processo costituente, alla Costituzione del 2008, alla guida del presidente Rafael Correa e all’appoggio della cittadinanza espresso in dieci scadenze elettorali o di consultazioni popolari, si sono affermati altri processi: potere della cittadinanza nello Stato; re-istituzionalizzazione dello Stato Nazionale, della sua sovranità e dignità; stabilità governativa e rafforzamento del sistema democratico; rafforzamento ed espansione di investimenti pubblici in opere e servizi (particolarmente in istruzione, salute, sicurezza sociale); economia di mercato regolata dallo Stato con promozione imprenditoriale ma con obblighi e responsabilità sociali; egemonia politica di una nuova sinistra; identità latinoamericana e, soprattutto, un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita e di lavoro che, misurate con diversi indici (occupazione, equità, salari, investimenti sociali, ecc.) riflettono un cambiamento inedito nella vita del paese, secondo quanto constatano enti come le Nazioni Unite o il CEPAL, tanto da convertire l’Ecuador in un paese di riferimento nell’ambito latinoamericano.

Visto dai suoi oppositori accademici come “caudillista”, “populista”, “iperpresidenzialista”, “estrattivista”, come semplice “modernizzazione capitalista”, “post-neoliberale” e perfino” neosviluppista”, “neostrutturalista” e addirittura “neokeynesiano”, questo cammino verso il “socialismo del secolo XXI” non è stato capito e viene giudicato attraverso categorie procedenti da una scienza sociale ancorata a paradigmi teorici e a concetti applicabili ad altre epoche storiche. Non c’è stato uno sforzo intellettuale serio per comprendere che l’Equador, insieme ad altri paesi dell’America Latina, hanno inaugurato altre prospettive che superano antiche concezioni circa la realtà latinoamericana.

Otto anni di governo hanno permesso anche di fare chiarezza sulle forze interne dell’opposizione: imprenditori politici; una serie di mezzi di comunicazione privati; dirigenti tradizionalisti di diversi movimenti sociali; destre e classe politica tradizionale che cercano di risorgere perfino rinnovando le loro etichette di partito; altre sinistre obsolete. Nella loro lotta al correismo, queste forze coincidono nell’accusare il Governo di essere “autoritario”, “intollerante” o incline a “criminalizzare la protesta sociale” e “persecutore” dei movimenti sociali. Nessuno degli oppositori è riuscito, per il momento, a formulare un progetto alternativo che possa sostituire la guida di Correa e ribaltare l’appoggio della cittadinanza al suo Governo.

I due grandi “errori” del Governo sono stati, da una parte, quello di “trascurare” l’organizzazione e la mobilitazione popolari, confidando nelle urne (ma per questa “trascuratezza” adesso si sta provvedendo), e dall’altra, quello di mettere dei limiti al suo stesso progetto storico richiudendolo in una cornice di “capitalismo sociale” (sfera economica) e di Stato cittadino (sfera politica), che dovrà essere ridefinito a lungo termine per approfondire le conquiste del socialismo del secolo XXI.

(El Telégrafo, 20.1.2015)

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