Raúl Castro – Intervento al III Vertice della CELAC

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La Nostra America si è proiettata in un’epoca nuova e ha fatto progressi, dalla creazione della Comunità di Stati latinoamericani e Caraibici, quanto ai suoi obbiettivi di indipendenza, di sovranità sulle risorse naturali, di integrazione, di costruzione di un nuovo ordine mondiale, di giustizia sociale e di democrazia del popolo, con il popolo e per il popolo. Ormai esiste un impegno con la giustizia e con i diritti dei popoli superiore a quello di qualsiasi periodo storico.

Insieme, rappresentiamo la terza economia a livello mondiale, la zona con la seconda riserva petrolifera, la maggiore biodiversità del pianeta e un’alta concentrazione delle riserve minerarie globali.

Sviluppare l’unità nella diversità, l’operare in maniera coesa e il rispetto per le differenze continuerà ad essere il nostro primo proposito e una necessità ineludibile, perché i problemi del mondo si aggravano e persistono gravi pericoli e dure sfide che trascendono le possibilità nazionali e perfino sub-regionali.

Nell’ultimo decennio, le politiche economiche e sociali e la crescita sostenuta ci hanno permesso di affrontare la crisi economica globale e hanno reso possibile la diminuzione della povertà, della disoccupazione e l’ingiusta distribuzione delle entrate.

Le profonde trasformazioni politiche e sociali realizzate in diversi paesi della regione hanno portato dignità a milioni di famiglie che sono uscite dalla povertà.

Tuttavia, la regione dell’America Latina e del Caribe è ancora la più disuguale del pianeta. In media, il 20% delle famiglie con minori entrate capta il 5% delle entrate totali; 164 milioni di persone soffrono ancora la povertà, uno ogni cinque minori di 15 anni vive nell’indigenza e la cifra di analfabeti supera i 35 milioni.

La metà dei nostri giovani non ha un’istruzione superiore o la licenza media, e nel settore con minori entrate, il 78% non la raggiunge. Due terzi della nuova generazione non arrivano all’università.

Crescono le vittime della delinquenza organizzata e della violenza che minaccia la stabilità e il progresso delle nazioni.

Che idea avranno le decine di milioni di emarginati della democrazia e dei diritti umani? Quale sarà il loro giudizio sui modelli politici? Che penseranno delle leggi elettorali? E’ questa la società civile a cui pensano i governi e le organizzazioni internazionali? Che direbbero se venisse chiesta la loro opinione sulle politiche economiche monetarie?

Poco hanno da insegnare nella nostra regione, su questi aspetti, molti degli Stati industrializzati dove la metà dei giovani sono disoccupati; la crisi è scaricata sui lavoratori e gli studenti, che sono repressi mentre i banchieri sono protetti; viene impedita la sindacalizzazione; si paga un salario inferiore alle donne per un lavoro uguale; si applicano politiche disumane contro gli immigranti; cresce il razzismo, la xenofobia, l’estremismo violento e le tendenze neofasciste, e dove i cittadini non vanno a votare perché non vedono alternativa alla corruzione della politica o sanno che le promesse elettorali vengono dimenticate molto presto.

Per raggiungere l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale, dovremo sviluppare una visione nostra sui sistemi economici, i modelli di produzione e consumo, la relazione fra la crescita economica e lo sviluppo e anche sull’efficacia dei modelli politici.

Dobbiamo superare le brecce strutturali, assicurare istruzione gratuita e di alta qualità, copertura universale e gratuita della salute, sicurezza sociale per tutti, pari opportunità, raggiungere l’esercizio pieno di tutti i diritti umani per tutti.

Compreso in questo sforzo c’è il dovere di solidarietà e la difesa degli interessi del Caribe e in particolare di Haiti.

E’ necessario un nuovo ordine economico, finanziario e monetario internazionale, dove si dia posto e priorità agli interessi e alle necessità dei paesi del Sud e delle maggioranze, dove non prevalgano quelli imposti dalla concentrazione del capitale e dal neoliberismo.

L’Agenda di Sviluppo dopo il 2015 deve offrire soluzioni ai problemi strutturali delle economie della regione e generare i cambiamenti che possono condurre a uno sviluppo sostenibile.

E’ anche imprescindibile costruire un mondo di pace, senza il quale è impossibile lo sviluppo, retto dai Principi della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto Internazionale.

La firma apposta dai Capi di Stato e di Governo del Proclama dell’America Latina e del Caribe come Zona di Pace, ha rappresentato un passaggio storico ed è un punto di riferimento per i rapporti fra i nostri Stati e con il resto del mondo.

La solidarietà nella Nostra America sarà decisiva per far avanzare gli interessi comuni.

Condanniamo energicamente le ingiustificate e inaccettabili sanzioni unilaterali imposte alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, e i continui interventi esterni volti a creare un clima di instabilità in questa nazione fraterna. Cuba ribadisce il suo fermo appoggio alla Rivoluzione Bolivariana e al Governo legittimo guidato dal Presidente Nicolás Maduro Moros.

Appoggiamo la Repubblica Argentina nella sua richiesta delle isole Malvinas, Georgia del Sud e Sandwich del Sud e gli spazi marittimi circostanti. Appoggiamo la nazione sudamericana e la sua Presidentessa Cristina Fernández che affronta gli attacchi dei fondi speculativi e le decisioni di tribunali venali, che violano la sovranità di questo paese.

Riaffermiamo la solidarietà con il popolo e il governo dell’Ecuador presieduto da Rafael Correa, appoggiando la sua richiesta di risarcimento per i danni ambientali provocati dalla multinazionale Chevron nell’amazzonia ecuadoriana.

Come abbiamo detto in altre occasioni, la Comunità non sarà completa finché mancherà Portorico. La sua condizione di colonia è inammissibile e il suo carattere latinoamericano e caraibico non può essere messo in dubbio.

Nel processo di pace della Colombia, sono significativi gli accordi raggiunti dal Governo e dalla Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo nel Tavolo dei Negoziati che si svolgono all’Avana. Non si era mai andati così avanti nella direzione di raggiungere la pace. Cuba, nel suo ruolo di garante e di sede di questi negoziati, continuerà ad offrire le condizioni necessarie per una pace giusta e durevole con la fraterna Colombia.

Daremo un franco appoggio, come abbiamo fatto fino ad ora, alla giusta richiesta dei paesi del Caribe di risarcimento per i danni della schiavitù e del colonialismo, e ci opporremo risolutamente alla decisione di privarli di risorse finanziarie imprescindibili con pretesti tecnocratici pretendendo di considerarli di reddito medio.

Applaudiamo gli eccellenti progressi raggiunti nel Foro CELAC-Cina e nei rapporti della regione con il gruppo BRICS.

Confermiamo la preoccupazione per le enormi e crescenti spese militari imposte al mondo dagli Stati Uniti e dalla NATO, e per il tentativo di estendere l’aggressiva presenza di quest’ultima fino alle frontiere con la Russia, con la quale abbiamo storiche e fraterne relazioni, mutuamente vantaggiose. Dichiariamo un’energica opposizione all’imposizione di sanzioni unilaterali e ingiuste contro questa nazione.

La crescente aggressività della dottrina militare della NATO e lo sviluppo di guerre non convenzionali, che hanno prodotto già devastanti conseguenze e gravi sequele, minacciano la pace e la sicurezza internazionali.

L’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite deve usare le sue facoltà per preservare la pace e la sicurezza internazionali rispetto a un doppio trattamento, agli eccessi e alle omissioni del Consiglio di Sicurezza.

Non dobbiamo più aspettare per assicurare la sua appartenenza di diritto alla Palestina, alla quale esprimiamo la solidarietà del popolo e del governo cubani. Bisogna farla finita con il veto nel Consiglio di Sicurezza per garantire impunità ai crimini di Israele. L’Africa, dove ci sono anche le nostre radici, non ha bisogno di consigli o di intromissioni, ma di trasferimenti di risorse finanziarie, tecnologiche e di un giusto trattamento. Difenderemo sempre gli interessi legittimi delle nazioni con le quali lottiamo spalla a spalla contro il colonialismo e l’apartheid e con le quali manteniamo fraterni rapporti e cooperazione. Ricorderemo sempre il loro invariabile appoggio e solidarietà.

La voce di Cuba difenderà senza posa le cause giuste e gli interessi dei paesi del Sud e sarà leale ai suoi obbiettivi e posizioni comuni sapendo che Patria è Umanità. La politica estera della Rivoluzione cubana continuerà ad essere fedele ai suoi principi.

Lo scorso 17 dicembre sono tornati in patria i combattenti antiterroristi cubani Gerardo Hernández, Ramón Labañino e Antonio Guerrero che, insieme a Fernando González e René González sono per noi motivo di orgoglio ed esempio di fermezza.

Il Presidente degli Stati Uniti ha riconosciuto il fallimento della politica contro Cuba applicata da più di cinquanta anni e il completo isolamento che ha causato al suo paese, il danno che il blocco causa al nostro popolo e ha ordinato la revisione della ovviamente ingiustificabile inclusione dell’isola nella Lista dei Paesi Patrocinatori del Terrorismo Internazionale.

Nello stesso giorno ha annunciato la decisione di ristabilire le relazioni diplomatiche degli Stati Uniti con il nostro Governo.

Questi cambiamenti sono il risultato di quasi un secolo e mezzo di eroica lotta e fedeltà ai principi del popolo cubano. Sono stati possibili anche grazie alla nuova epoca che sta vivendo la nostra regione e alla solida e coraggiosa protesta dei governi e dei popoli della CELAC.

Si è trattato di una rivendicazione per la Nostra America che ha operato unitariamente per questo obbiettivo nell’Organizzazione delle Nazioni Unite e in tutti gli ambiti.

Preceduti dal Vertice dell’ALBA a Cumaná, Venezuela, i dibattiti mantenuti nel 2009 nel Vertice delle Americhe a Puerto España, Trinidad Tobago, hanno portato il presidente Obama, appena eletto, a proporre una ripartenza con Cuba.

A Cartagena, Colombia, nel 2012, si è avuto un grande dibattito con una posizione unanime e categorica contro il blocco, situazione che ha indotto un dirigente nordamericano a qualificarla come il grande disastro di Cartagena, e si è discusso sull’esclusione di Cuba da questi eventi. L’Ecuador, per protesta, ha deciso di non essere presente. Il Venezuela, il Nicaragua e la Bolivia hanno sostenuto che non sarebbero stati presenti a un altro Vertice senza Cuba e hanno ricevuto l’appoggio del Brasile, dell’Argentina e dell’Uruguay. La Comunità del Caribe ha assunto la stessa posizione. Il Messico e le altre nazioni si sono pronunciate ugualmente.

Il presidente del Panama, Juan Carlos Varela, prima di prestare giuramento, ha fatto sapere con decisione che avrebbe invitato Cuba, con pieno diritto e uguaglianza di condizioni, al VII Vertice delle Americhe e così ha fatto. Cuba ha dichiarato subito che sarebbe stata presente.

Aveva ragione Martí quando scriveva che “un principio giusto, dal fondo di una caverna, può più di un esercito”.

Trasmetto a tutti i presenti la profonda gratitudine di Cuba.

A nome della Nazione, ringrazio i 188 Stati che hanno votato contro il blocco alla Nazioni Unite, coloro che hanno fatto la stessa richiesta nell’Assemblea Generale, Vertici e Conferenze internazionali e tutti i movimenti popolari, forze politiche, parlamenti e personalità che si sono mobilitati instancabilmente a questo scopo.

Anche al popolo degli Stati Uniti che ha manifestato una crescente opposizione alla politica del blocco e dell’ostilità di più di cinquanta anni, trasmetto i nostra ringraziamento e i nostri sentimenti di amicizia.

Questi risultati dimostrano che governi che hanno profonde differenze possono trovare soluzioni ai problemi attraverso un dialogo rispettoso e scambi basati sull’uguaglianza sovrana e sulla reciprocità, in beneficio delle rispettive nazioni.

Come ho detto molte volte, Cuba e gli Stati Uniti devono apprendere l’arte della convivenza civile, basata sul rispetto delle differenze fra i nostri due governi e sulla cooperazione su temi di interesse comune, che contribuisca alla soluzione delle sfide che affronta l’emisfero e il mondo.

Ma non bisogna, per questo, pretendere che Cuba debba rinunciare ai suoi ideali di indipendenza e di giustizia sociale, o claudicare su uno solo dei nostri principi, o cedere di un millimetro sulla difesa della sovranità nazionale.

Non ci faremo provocare, ma non accetteremo nessuna pretesa di consigliare o di far pressione su quel che riguarda i nostri affari interni. Ci siamo conquistati questo diritto sovrano con grandi sacrifici e al prezzo di altissimi rischi.

Potrebbero mai ristabilirsi i rapporti diplomatici senza riannodare i servizi finanziari alla Sezione di Interessi di Cuba e del suo Ufficio Consolare a Washington, tagliato in conseguenza del blocco finanziario? Come spiegare la ripresa delle relazioni diplomatiche senza togliere Cuba dalla Lista degli Stati Patrocinatori del Terrorismo Interazionale? Quale sarà adesso la condotto dei diplomatici statunitensi all’Avana rispetto all’osservanza delle norme stabilite dalle Convenzioni Internazionali per le Relazioni Diplomatiche e Consolari? Queste sono le cose che la nostra delegazione ha detto al Dipartimento di Stato durante le conversazioni bilaterali della scorsa settimana, ma ci vorranno molte altre riunioni per trattare questi temi.

Abbiamo condiviso con il Presidente degli Stati Uniti la disposizione ad avanzare verso la normalizzazione delle relazioni bilaterali, non appena ristabiliti i rapporti diplomatici, cosa che comporta l’adozione di misure reciproche per migliorare il clima fra i nostri due paesi, risolvere problemi pendenti e avanzare nella cooperazione.

La situazione attuale apre modestamente un’opportunità per l’emisfero di trovare nuove e superiori forme di cooperazione convenienti per le due Americhe. Una cosa che consentirebbe di risolvere acuti problemi e di aprire nuove strade.

Il testo del Proclama dell’America Latina e del Caribe come Zona di Pace costituisce la piattaforma indispensabile, incluso il riconoscimento del fatto che ogni Stato ha l’inalienabile diritto di scegliere il suo sistema politico, economico, sociale e culturale, senza ingerenze di nessun tipo da parte di un altro Stato, cosa che costituisce un principio irrinunciabile del Diritto Internazionale.

Il problema principale non è stato risolto. Il blocco economico, commerciale e finanziario, che provoca enormi danni umani ed economici e che è una violazione del Diritto Internazionale, deve cessare.

Ricordo il memorandum del sottosegretario Mallory, nell’aprile del 1960, che, in mancanza di un’opposizione politica effettiva, proponeva l’obbiettivo di creare a Cuba fame, disperazione e sofferenza per provocare la caduta del governo rivoluzionario. Ora tutto sembra indicare che l’obbiettivo è quello di fomentare un’opposizione politica artificiale con strumenti economici, politici e di comunicazione.

Il ristabilimento delle relazioni diplomatiche è l’inizio di un processo verso la normalizzazione dei rapporti bilaterali, ma ciò non sarà possibile finché esiste il blocco, finché non sarà restituito il territorio illegalmente occupato dalla Base Navale di Guantánamo, finché non cesseranno le trasmissioni radio-televisive che violano le norme internazionali, finché non ci sarà il giusto compenso al nostro popolo per i danni umani ed economici sopportati.

Non sarebbe etico, giusto e accettabile non chiedere a Cuba niente in cambio. Se questi problemi non troveranno soluzione, questo riavvicinamento diplomatico fra Cuba e gli Stati Uniti non avrà senso.

Non ci si può neanche aspettare che Cuba accetti di negoziare gli aspetti riguardanti i nostri fatti interni, assolutamente sovrani.

Abbiamo potuto progredire in questo recente negoziato perché ci siamo trattati reciprocamente con rispetto, come uguali. Per continuare a progredire, dovrà essere così.

Abbiamo seguito con attenzione l’annuncio del Presidente degli Stati Uniti su alcune decisioni esecutive per modificare certi aspetti dell’applicazione del blocco. Le misure rese pubbliche sono molto limitate. Rimangono la proibizione del credito, dell’uso del dollaro nelle nostre transazioni finanziarie internazionali; sono proibiti i viaggi individuali di nordamericani con il permesso per i così detti scambi “popolo a popolo” che vengono condizionati a fini sovversivi, e viene loro impedito anche di viaggiare per via marittima. Continua la proibizione dell’acquisto in altri mercati di apparecchiature e tecnologie che abbiano più di un 10% di componenti nordamericane e le importazioni per gli Stati Uniti di merci che contengano materie prime cubane, fra moltissime altre.

Il presidente Barak Obama potrebbe utilizzare con decisione le sue ampie facoltà esecutive per modificare sostanzialmente l’applicazione del blocco, cosa che è nelle se facoltà fare anche senza la decisione del Congresso.

Potrebbe permettere in altri settori dell’economia tutto quello che ha autorizzato nell’ambito delle telecomunicazioni, con l’evidente obbiettivo di avere un’influenza politica a Cuba.

E’ stata significativa la sua decisione di sostenere un dibattito con il Congresso allo scopo di eliminare il blocco.

I portavoce e del governo nordamericano sono stati chiari nel precisare che adesso cambieranno i metodi, ma non gli obbiettivi della politica e insistono con azioni di ingerenza nei nostri fatti interni che non possiamo accettare. Le controparti statunitensi non dovrebbero proporsi di rapportarsi alla società cubana come se a Cuba non ci fosse un governo sovrano.

Nessuno potrebbe sognare che la nuova politica annunciata accetterà l’esistenza di una Rivoluzione socialista a 90 miglia dalla Florida.

Si vorrebbe che nel Vertice delle Americhe del Panama sia presente la così detta società civile e questo è quello che Cuba ha sempre condiviso. Abbiamo protestato per quello che è accaduto durante la Conferenza dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio a Seattle, nei Vertici delle Americhe di Miami e del Quebec, nel Vertice per il cambio climatico di Copenhaghen, o quando si riunisce il G-7 o il Fondo Monetario Internazionale, dove è stata tenuta dietro pareti di acciaio, con una brutale repressione poliziesca, confinata a decine di chilometri dagli eventi.

Naturalmente la società civile cubana sarà presente e io spero che non ci siano restrizioni per le organizzazioni non governative del nostro paese che ovviamente non hanno, né gli interessa avere, un qualunque status nell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) ma si accontentano del riconoscimento dell’ONU.

Spero di poter vedere in Panama i movimenti popolari e le Organizzazioni Non Governative che lottano per il disarmo nucleare, ambientaliste, contro il neoliberismo, gli Occupy di Wall Street e gli Indignados di questa regione, gli studenti universitari e delle superiori, i contadini, i sindacati, le comunità originarie, le organizzazioni che si oppongono alla contaminazione da frammentazione delle rocce, quelle che difendono i diritti degli immigranti, quelle che denunciano la tortura, le esecuzioni extra giudiziarie, la brutalità poliziesca, le pratiche razziste, quelle che esigono per le donne un salario uguale per un lavoro uguale, quelle che esigono il risarcimento per i danni dalle compagnie multinazionali.

Tuttavia, gli annunci del 17 dicembre hanno ricevuto un riconoscimento mondiale e il presidente Obama ha ricevuto un ampio appoggio nel suo paese.

Ci sono forze negli Stati Uniti che cercheranno di fare abortire questo processo che comincia appena. Sono i nemici di un rapporto giusto degli Stati Uniti con l’America Latina e il Caribe, sono quelli che intralciano i rapporti bilaterali di molti paesi della nostra regione con questa nazione. Sono quelli che ricattano e fanno pressione sempre.

Sappiamo che la fine del blocco sarà un cammino lungo e difficile che avrà bisogno dell’appoggio, della mobilitazione e dell’azione decisa di tutte le persone di buona volontà negli Stati Uniti e nel mondo, dell’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella prossima seduta, della risoluzione che reclama che vi si metta fine e, soprattutto, dell’azione coordinata della Nostra America.

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