Leonela Inés Relys – Alessandra Riccio

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Quando ha cominciato a brillare la stella del nuovo presidente del Venezuela, Hugo Chávez, giovane, energico ex militare, autore di un fallito colpo di stato contro l’insopportabile catena di corruzione e di abusi del potere, e con il suo arrivo al governo di quel paese la costruzione di stretti legami con il Governo rivoluzionario di Cuba, si è levato un coro di sciocchi commenti su un’improbabile “colonizzazione” del grande e ricco Venezuela ad opera della piccola isola caraibica. Fra gli esili argomenti sbandierati da quanti vedevano di mal occhio il riavvicinamento dei due paesi che pure si affacciano sullo stesso mare, hanno tanta storia in comune e parlano con gli stessi accenti, ve n’è uno che mi è sempre parso inconsistente. A seguito della caduta del Muro di Berlino e di tutto il campo socialista, compresa l’Unione Sovietica, Cuba si trovava nella drammatica circostanza che prese il nome di “periodo especial” e che costrinse la popolazione ad enormi sacrifici per la mancanza di prodotti industriali e di materie prime. La più necessaria fra tutte era il petrolio. Fu naturale, a mio parere, che il paese vicino, uno dei più grandi produttori di petrolio al mondo, offrisse un prezzo speciale ai suoi vicini e garantisse la fornitura. Cuba, da parte sua, aveva da offrire –e lo fece con gratitudine ed entusiasmo- personale sanitario e maestri, una merce che scarseggiava nel Venezuela di Carlos Andrés Pérez, di Rafael Caldera e compagnia. Con l’aiuto fondamentale dei cubani, partirono le “Misiones”, a cui venne affidato il compito di trasformare il paese dal basso, garantendo salute e istruzione anche ai più diseredati. Questo scambio –equo e solidale- suscitò scandalo perché (era questo il commento) il petrolio ha un valore molto superiore a quello di un maestro. Un’affermazione davvero superficiale e che può essere concepita solo all’interno di una mentalità neoliberista in cui l’unico, vero valore è il denaro.

Chávez non era di questo parere e meno ancora Fidel Castro, animatore della grande campagna di alfabetizzazione su tutta l’isola. A quella campagna ormai mitica, aveva preso parte una giovane provinciale di appena 13 anni, Leonela Inés Relys che nel 1961 entrava a far parte della Brigata Conrado Benítez, in ricordo del giovane alfabetizzatore barbaramente ucciso dai contro rivoluzionari. Da allora, Leonela ha dedicato la sua vita all’insegnamento e, in particolare, all’alfabetizzazione degli adulti. Il suo tirocinio sul campo è stato sempre accompagnato da uno studio ininterrotto che le ha permesso di accumulare titoli accademici e perfino esperienze di docenza universitaria, ma la sua vocazione è stata sempre quella di consentire ai più diseredati di abbandonare il buio dell’analfabetismo per acquisire quegli elementari e indispensabili saperi che consentono di informarsi e di poter accedere al diritto al voto e alla consapevolezza della propria cittadinanza. Per far questo, Leonela ha speso le sue competenze nel Ministero dell’Educazione, ha contribuito a formare alfabetizzatori come Preside della Facultad Obrera y Campesina. Fra il 1999 e il 2001, è stata incaricata di preparare e organizzare l’alfabetizzazione via radio per la vicina Haiti, paese disgraziatissimo e miserrimo, verso il quale Cuba e il Venezuela hanno avuto una particolare attenzione sia nel campo medico che in quello educativo. Ad Haiti si parla il creolo e non lo spagnolo, questa complicazione ha reso necessario uno studio particolare per alfabetizzare in questa lingua oltre ad obbligare a conoscere un paese rimasto sempre ai margini. In questa impresa, Leonela conferma la sua convinzione che analfabetismo e povertà vanno a braccetto e, per questa ingiustizia, ancora poco prima di morire, continuava a commuoversi, decisa a fare di tutto per i più diseredati.

L’esperienza di Haiti è stata il punto di svolta; durante questa impresa ha messo a punto una dispensa piccola e non costosa dal titolo stimolante e ottimista di “Yo sí puedo”, io posso. La sua intuizione del rapporto fra numeri e lettere, derivante dalla costatazione che gli analfabeti, spinti dalla necessità, sapevano contare, la portò ad intuire che, andando dal noto all’ignoto, dal numero alla lettera, avrebbe ottenuto i risultati a cui aspirava. Aveva notato che, anche i più indigenti usavano il telefono cellulare e si districavano su tastiere che associavano, p. es., il numero due con le lettere A,B,C. Fidel Castro ha intuito ben presto l’importanza del metodo che Leonela stava impostando; ricordava bene che i contadini di Biran, il suo villaggio natale, associavano il valore numerico dei biglietti di banca con l’immagine impressa. Hugo Chávez si unì subito al suo entusiasmo e cosí, insieme come tante altre volte, questi due capi di stato hanno offerto alla tenace maestra l’imprescindibile appoggio dello stato. Ormai il metodo “Yo sí puedo”, gira per tutto il mondo in quechua, in creole, in aymara, in swaili, ecc. Sono 533.000 le persone che in questo momento prendono lezione, con l’ausilio degli audiovisivi.

Leonela è morta a gennaio, è vissuta in modo semplice, dedicata al lavoro; ha messo la sua intelligenza e la sua sensibilità al servizio dei meno favoriti dalla sorte e ha trovato in Fidel Castro e in Hugo Chávez due capi di stato impegnati per il progresso dei propri cittadini e convinti dei diritti di tutti.

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