Alessandra Riccio – Non si fidano e la guardia è in alto

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Dopo la breve fiammata di entusiasmo del 17 dicembre scorso, quando Barak Obama e Raúl Castro sono comparsi quasi in contemporanea su tutte le televisioni del mondo per annunciare la ripresa delle relazioni, sono cominciate le preoccupazioni di quanti –con Fidel Castro in testa- non si fidano degli yankee. Anche in Italia ho sentito, e sento, continue espressioni di timore, di preoccupazione e addirittura di paura che la bella avventura rivoluzionaria finisca per essere ingoiata dall’ingorda fame imperialista degli Stati Uniti. Ma il luogo dove questa preoccupazione è più acuta è, naturalmente, a stessa Cuba.

Con la liberazione degli ultimi tre agenti cubani incarcerati negli USA, la gioia popolare è dilagata da una costa all’altra dell’isola, e dura ancora. Una mitologia popolare non ha mancato di notare che tutto è accaduto nel giorno di San Lázaro, l’orisha Babalú Ayé, potente divinità afrocubana la cui protezione è spesso invocata. A rendere ancora più festoso il ritorno, c’è stata la “miracolosa” nascita della piccola Gema, la figlia di Gerardo, condannato a due ergastoli più 15 anni. La moglie di Gerardo, a cui è stato sempre negato il visto per poter visitare il suo compagno, aveva più volte manifestato il suo diritto ad essere madre di un figlio di Gerardo, un sogno che sembrava impossibile vista la condanna, la negazione sistematica del visto e l’età dei coniugi. In assoluto silenzio e segreto, con la complicità di funzionari meno rigidi e spietati, anche a distanza la fecondazione è stata possibile, e pochi giorni dopo il suo arrivo, l’eroe ha avuto questa nuova, enorme gioia. E con lui tutto il paese.

Lo racconto perché le feste per il ritorno non sono ancora finite, e nemmeno la felicità di aver vinto su questo fronte; ma insieme a questo, la preoccupazione per quello che potrebbe implicare la ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti si è resa evidente a tutti i livelli, da quello altissimo di Fidel e Raúl Castro, che su questo hanno detto parole chiarissime, fino a intellettuali come Miguel Barnet o Eusebio Leal, editorialisti fra i più prestigiosi, politici e gente comune. Il popolo cubano non si fida. Ma quello che è più bello, è che non si fidano neanche i “dissidenti”, prontamente invitati nell’Ufficio di Interessi di Washington all’Avana ma ben coscienti che la fine del blocco significherebbe la fine della loro ragion d’essere e, probabilmente, anche della sopravvivenza di molti di loro.

Pubblico in questo blog la traduzione delle dichiarazioni di Natalia Bolívar, rilasciate in un’intervista per un giornale della Navarra, mentre era in viaggio in Spagna. Mi sembra che il tono colloquiale e semplice di questa raffinata studiosa, la limpidezza del suo pensiero, possa rassicurare quanti non sanno fino a che punto la lunga storia della rivoluzione cubana abbia formato la coscienza di un popolo.

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