Armando Gnisci, Manifiesto-ensayo de la transculturación europea

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Armando Gnisci è un prestigioso saggista e professore di letteratura comparata dell’Università di Roma, La Sapienza. La rivista “Casa de las Américas” ha pubblicato nel n. 208 del 1997 il suo saggio “La letteratura comparata come disciplina di decolonizzazione” e, nel n. 219, un altro articolo dal titolo “Una storia differente”.

Questo piccolo libro è un vero regalo di cento pagine. Cento esatte, anche se ci sorprende questa precisione. Un vero regalo culturale che si scopre solo nel piacere di leggerlo. Si tratta di un saggio erudito, anche se l’erudizione non ne fa un articolo per specialisti; infatti si gode e si impara contemporaneamente, senza bisogno di essere particolarmente esperto del linguaggio dell’accademia. Basta essere disposti a seguire l’autore nella sua avventura intellettuale.

Di cosa parla? Ci parla della transculturazione, l’importante effetto di costruzione culturale caratterizzato da Fernando Ortiz per spiegare a fondo il percorso civilizzatore della nostra spiritualità cubana. Prende da Ortiz questo concetto legittimamente e lo proietta alla ricerca dell’ampiezza della sua connotazione. Dice Gnisci: “La transculturazione è uno dei percorsi per mantenere e comprendere i fenomeni migratori e sociali del nostro tempo; e anche per proporre e costruire in Europa e dovunque, insieme alla moltitudine delle nazioni, nuovi status di benessere individuale e comunitario”.

La tendenza di tutte le culture umane a meticciarsi con altre, alimentata dall’intensificarsi del movimento migratorio, è in una progressione inarrestabile che sta cambiando la composizione demografica mondiale, sta dominando, nel nostro tempo, il corso della storia. Lo scenario europeo, sempre più conservatore, ha generato un veemente ripudio come reazione: “gli europei si scoprono razzisti in casa propria …, una specie di razzismo in democrazia […] sintomo e malessere per il fallimento del multiculturalismo forzato e della multiculturalità astratta e confusa che, nel migliore dei casi, possiamo definire come volontariosa e caritatevole”.

Per squalificare alla radice il rifiuto eurocentrico, Gnisci fa notare che “gli immigranti oggi non arrivano per conquistarci o colonizzarci o per fare terrorismo: arrivano per vivere insieme a noi […] in una nuova comunità transculturale per costruire, insieme e adesso”.

Gnisci sottolinea “per costruire” perché non ci sta parlando dell’effetto al quale siamo abituati a fare riferimento, orientato dall’Europa verso l’America, ma ad uno inverso, dall’America verso l’Europa, dal Terzo Mondo verso il Primo, dalle periferie verso il centro. Per questo lo intitola Manifesto: non si limita a spiegare una situazione, ma fa un appello per attivare i meccanismi per cambiarla.

Fa un appello per cambiare la mappa della dipendenza che è ancora coloniale. “Gli europei hanno inventato la ‘guerra mondiale’ nel 1492 […] Abbiamo finito di governare il mondo da un secolo ma continuiamo ad agire come se fossimo coloni e padroni, in Europa e nel mondo”. L’ascesa degli Stati Uniti come leader materiale e politico del potere mondiale si è conclusa con la creazione della NATO, nel secondo dopoguerra, che per l’Europa significa la continuità estemporanea della sua condotta coloniale.

Gnisci ricorda, fra gli anni cinquanta e i sessanta del XX secolo, una “domanda di decolonizzazione e di liberazione della mente europea dalla sua volontà imperiale e universale” in Aimé Césaire (Discours sur le colonialisme), Frantz Fanon (Les damné de la terre), e Jean Paul Sartre nella prefazione al libro di Fanon. Si è trattato di un grande sforzo congiunturale, ma anche dell’ultimo gesto significativo di una sinistra europea rivoluzionaria, e l’autore conclude lamentandosi che siano passati invano settanta anni.

Si appella, perciò, alla formazione di una nuova cosmovisione, a “ricomporre la storia dei popoli europei conquistatori, insieme e unitamente alle civiltà da loro distrutte e colonizzate”. Si ispira, a questo scopo, a “una nazione del Mundus Novus, Cuba, che si è liberata dal colonialismo europeo e che di questa liberazione ha fatto un modo nuovo di civiltà in marcia: posteuropea”.

Non esistono paesi poveri ma paesi che sono stati impoveriti e sottosviluppati dall’oppressione e dallo sfruttamento imperiale. Da qui, la transculturazione latinoamericana che propone a se stessa la sua cosmovisione, centrata sul meticciato invocato da “Fernando Ortiz, Oswald de Andrade, Joao Guimaraes Rosa, Aimé Cesaire, Gilberto Freire, Fratz Fanon, Edward Glissant, Walter D. Mignolo, Alejo Carpentier, Roberto Fernández Retamar, Eduardo Galeano”, per citare alcuni degli autori più identificati con questa proposta di retroantropofagia, per nominarla lasciandomi trascinare dalla sua audacia contaminante. Credo che questo saggio ci dimostri che la metafora di Calibano dovrà cavalcare ancora per un buon periodo.

Voglio solo aggiungere che il Manifesto-Ensayo vive il suo battesimo editoriale in spagnolo e non nella lingua del suo autore, e di una magnifica traduzione in spagnolo di Manuela Derosas, in stretta collaborazione con il suo maestro. E’ un omaggio che Gnisci ha voluto concedere al nostro pubblico lettore, alla Rivoluzione e in particolare al contributo di Casa de las Américas per una nuova cultura.

Aurelio Alonso, vicedirettore di Casa de las América

Armando Gnisci, Manifiesto-ensayo de la transculturación europea, trad. al español de Manuela Derosas, Casa de las Américas, 2014, pp. 100.

(La Ventana, 17.2.2015)

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