Elson Concepción Pérez – In nome dei diritti umani?

imagesUsato con formule imperiali, il concetto diritti umani è stato vilipeso e io direi perfino massacrato, da governi responsabili di intraprendere guerre, di realizzare invasioni, di bombardare città e popoli o di permettere che lo facciano i loro soci più prossimi.

Scelgo come campioni solamente cinque esempi di come qualcuno concepisce i diritti umani e cosa ha fatto o fa nel loro nome.

Yugoslavia. Nel 1999 gli aerei del Pentagono e della NATO hanno bombardato per 78 giorni e altrettante notti quel paese balcanico con il pretesto di ‘proteggere’ i diritti umani nella provincia autonoma del Kossovo.

Cosa stava succedendo nel Kossovo? Che dei gruppi terroristi pro albanesi volevano annettere questa provincia serba all’Albania e stavano impiegando, con appoggio esterno, ogni genere di azioni contro la maggioranza serba, mentre l’Occidente faceva un montaggio mediatico che trasmetteva al mondo, minuto per minuto, le carovane di serbi che fuggivano dai massacri che però venivano presentati come kossovari albanesi attaccati dai serbi.

Perfino lo scoppio di una bomba su una di queste carovane di serbi mentre attraversava un ponte, ha fatto il giro del mondo come se fosse stata l’immagine di albanesi massacrati.

Questo spettacolo mediatico ha preceduto i bombardamenti degli Stati Uniti e della NATO che, in nome dei diritti umani hanno ucciso più di 2.000 civili serbi, compresi vecchi e bambini; hanno distrutto asili infantili, ambasciate, istallazioni della televisione serba; ministeri, ospedali e case, e hanno perfino riempito il Danubio dell’ uranio impoverito usato nei missili e nelle bombe sganciate su quel paese.

Sotto la bandiera dei diritti umani hanno distrutto quella nazione, hanno preso il presidente eletto democraticamente e lo hanno portato al Tribunale dell’ Aia, dove è morto in maniera sospetta, e hanno smembrato una Yugoslavia prospera che ancora oggi vogliono continuare a mutilare.

Iraq, 2003, e le armi di sterminio di massa. Washington e il suo capo dell’epoca, George W. Bush, dopo gli attentati terroristi alle Torri Gemelle del 2001 hanno individuato in Iraq non solo il rifugio di Al Qaeda, ma una riserva di bombe di sterminio di massa. Per queste due cose e in nome dei diritti umani bisognava invadere e occupare quel paese.

Pochi giorni dopo l’inizio di quel massacro, il mondo seppe che non esisteva Al Qaeda in Iraq e che non vi erano mai state armi di sterminio di massa.

Ma Washington, a questo punto, ha montato il messaggio mediatico che il presidente Saddam Hussein stava violando i diritti umani del suo popolo.

I bombardamenti della NATO e degli Stati Uniti hanno prodotto qualcosa di più di un milione di morti e di feriti, e addirittura, una volta conclusa l’operazione militare, hanno lasciato un paese distrutto, con gli indicatori sociali sotto terra; con le differenze etniche esacerbate e –importantissimo- si sono impossessati del suo petrolio. Così l’Iraq è rimasto nelle mani del terrore, infatti vi sono entrati gruppi di Al Qaeda e vi è nato il così detto Stato Islamico che oggi occupa una gran parte di quel territorio. In Iraq muoiono ogni giorno decine di esseri umani, vittime di azioni terroriste o delle autobombe e degli attacchi suicidi dell’una o dell’altra fazione che si disputano il potere in quel paese.

Libia 2011. All’epoca si chiamava Jamahirya Libia Popolare e Socialista, un nome mai ricordato dalla stampa occidentale dopo i bombardamenti e l’assassinio di Muammar Gheddafi.

Quel paese arabo occupava uno dei primi posti per sviluppo sociale del suo popolo di più di sei milioni di abitanti; era un produttore di petrolio leggero invidiato dalle multinazionali occidentali; nel suo sottosuolo esistono le maggiori riserve di acqua dolce della regione e una delle più grandi del mondo; offriva solidarietà a paesi africani bisognosi e contribuiva fortemente all’esistenza dell’Organizzazione per l’Unità Africana in quanto entità per la difesa dei diritti sovrani dei paesi membri.

Ma Washington e l’Europa non potevano permettere simili risultati e, approfittando di errori e incomprensioni fra gruppi tribali che pretendevano una maggior quota di potere, si sono lanciati come avvoltoi per fare a pezzi la Libia. Tutto in nome dei diritti umani. Aerei nordamericani e francesi si sono messi alla testa di quella caccia fino ad uccidere il presidente Muamar Geddafi, che, ancora sanguinante, è stato gettato sul pavimento di una camionetta per essere esibito come un trofeo.

Quattro anni dopo, la Siria. Poco più di quattro anni fa, gli Stati Uniti hanno deciso di “riscattare” i diritti umani in Siria e per farlo, come negli altri casi, hanno utilizzato il potere mediatico accusando il potere di Bashar al Assad di un presunto uso di armi chimiche contro la popolazione. Ma la Russia, ancora una volta, non solo si è opposta ai piani bellicistici nordamericani, ma ha riaffermato la sua collaborazione a tutto campo, compreso quello militare, al governo legittimo di Al Assad.

I possibili attacchi sono stati fermati ma nel fiume turbinoso creato dall’Occidente, sono comparsi mercenari e terroristi, fra cui più di 60.000 europei secondo alcune fonti, e oggi quella nazione araba è vittima delle azioni di gruppi, come lo Stato Islamico, che hanno massacrato città e popoli causando la morte di circa 210.000 persone e reso profughi più di sei milioni dei suoi abitanti.

Il patrimonio culturale siriano, riconosciuto dall’UNESCO, è stato pasto del terrore, come pure moschee, templi, edifici di abitazioni e tanto altro, tutto per “proteggere” i diritti umani.

Palestina, ogni giorno. Non è un segreto per nessuno il piano di sterminio di Israele contro la popolazione palestinese, ripetuto nei giorni scorsi quando il primo ministro Benjamin Netanyahu, rieletto nelle recenti elezioni, ha affermato che la Palestina non avrebbe mai avuto un proprio Stato.

Bombardamenti, massacri; occupazione del suo territorio e istallazione di villaggi di coloni ebrei; non permettere che più di un milione di palestinesi, obbligati ad emigrare possano tornare nelle loro terre; costruzione di un muro dell’apartheid intorno alla Cisgiordania, sono, fra tante altre, le azioni criminali sioniste in nome dei diritti umani e con l’appoggio nordamericano.

Che fa Washington, in nome dei diritti umani, in Palestina? Niente meno che consegnare ogni anno più di tre milioni di dollari in armamenti a Israele; appoggiare Tel Aviv in tutte le istituzioni internazionali; non permettere nessuna condanna delle Nazioni Unite; e utilizzarlo come punta di lancia nei piani del Pentagono per il Medio Oriente.

(Granma, 27.3,2015)

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