Alessandra Riccio – Il VII Vertice delle Americhe

Barack Obama e Hugo ChávezIl Vertice delle Americhe di questo aprile 2015 si è dimostrato turbolento anche prima di cominciare. Le aspettative della grande politica erano tutte centrate sull’incontro fra Obama e il presidente di Cuba, riammessa a furor di popolo –è il caso di dire- dopo essere stata per decenni l’unica esclusa dal massimo incontro fra nazioni americane. A Somoza, Duvalier, Pinochet e a tanti altri (per esempio i regimi militari di Argentina, Brasile e Uruguay) veniva riconosciuto di far parte dell’America. A Cuba no. Ora che la stragrande maggioranza dei paesi del continente è riuscita a far includere Cuba fra i paesi del Vertice delle Americhe, gli Stati Uniti stanno facendo goffe acrobazie per far intendere che ciò si deve alla propria magnanimità, una bugia che ha le gambe cortissime. Dal 17 dicembre scorso, quando ha annunciato la volontà di riallacciare le relazioni diplomatiche, Obama è incorso in una serie di intralci e di ritardi che pure dovevano essergli noti. Per esempio, che riaprire le ambasciate non era facile; che era indispensabile togliere Cuba dalla lista dei dieci paesi terroristi; che chiudere Guantánamo era complicato e abrogare la legge sull’embargo, quasi impossibile; che discutere di diritti umani con Cuba, quando la società afroamericana è in rivolta per le discriminazioni e i morti ammazzati dalla polizia; quando imporre una legge di sanità pubblica non progredisce; quando Snowden e Wikileaks hanno dimostrato che i governi degli Stati Uniti operano con disinvolto cinismo e senza rispetto per i diritti, includendo le pratiche di tortura, i rapimenti e gli omicidi con l’uso di droni.

Sembra assurdo, ma i consiglieri di Obama, quando si tratta del “cortile di casa”, non ne azzeccano una nonostante il denaro con cui inondano ONG, fondazioni, bloggers, ecc. Quanto è accaduto alla vigilia del Vertice, negli incontri fra integranti della “società civile” cubana ne è l’esempio. Cuba, il paese, la nazione, il governo, si era preparata con cura ad un incontro che, se fosse stato improntato alla buona volontà, avrebbe potuto essere delicato ma proficuo. Cittadini giovani e anziani, di lungo corso o debuttanti, integranti di associazioni, gruppi, comitati, hanno chiesto di essere ammessi a partecipare e sono stati accettati via mail. Una volta a Panama, numerosi accrediti non c’erano, non erano pronti, un disguido, qualche errore adesso impediva ai cubani dell’isola di partecipare all’incontro. Però erano stati accreditati dissidenti di ogni tipo e portatori di valori per niente “civili”, come aver partecipato all’invasione della Baia dei Porci, aver appoggiato l’autore del sabotaggio all’aereo delle Bahamas o aver partecipato alla cattura e all’uccisione del Che. Davvero troppo per la delegazione cubana che pare sia perfino venuta alle mani con alcuni di questi individui.

Naturalmente, nel suo discorso al Vertice dei Presidenti, Raul Castro ha lavorato di fioretto, ne ha cantate quattro al potente vicino del Nord e ai dieci presidenti che hanno tentato di strangolare Cuba, badando bene di trincerarsi dietro la diplomatica formula: “Esclusi i presenti”. Ne hanno approfittato i giornalistucoli dei (tele)giornalucoli al servizio dei padroni per fingere che tutto sia andato benone, alla grande. Ma per fortuna ci sono i discorsi –davvero importanti- di Raul Castro e soprattutto di Cristina Fernández, per poter capire in maniera piana e semplice due secoli di storia americana e il nodo complesso in cui quel continente si trova in questo momento. Se Obama ha dichiarato di non essere interessato alla storia, Cristina e Raúl ne hanno ricordato a tutti l’importanza.

Ma Obama non è cortese e non sembra disposto all’ascolto: Cristina e Correa hanno fatto rilevare l’assenza del Presidente degli Stati Uniti che, assentandosi per un incontro privato con Santos, ha perso così una grande occasione di imparare. Gli avrebbe giovato ascoltare le parole di Cristina a proposito dell’enormità di aver emesso un Ordine Esecutivo contro il Venezuela, il ridicolo in cui sono caduti gli Stati Uniti anche dopo aver tentato di camuffare lo sproposito in una rituale formula burocratica.

D’altra parte, sembra che questa sia la strategia messa in pratica da Obama in questo ultimo scorcio di presidenza: promettere, affermare, dichiarare, promulgare cose che poi vengono smentite, corrette, camuffate. Così per il Venezuela, così per Cuba. Come ciliegina sulla torta, questo VII Vertice delle Americhe, storico per la riammissione di Cuba, per il definitivo cambiamento di equilibri fra i paesi del continente, per l’isolamento in cui si è trovato Obama, resta senza documento finale per l’opposizione di Stati Uniti e Canadà. Infatti, finché Cuba non verrà tolta dall’elenco dei paesi canaglia, sponsor del terrorismo, risulta difficile poter dare coerenza a un qualsiasi documento che veda insieme la superpotenza e i paesi del “cortile di casa”.

E mentre i governi americani erano riuniti nel VII Vertice, una ventina di ex presidenti –in verità non tutti e non sempre presentabili- fuori tempo e fuori luogo, reclamano dal Venezuela il rispetto dei diritti umani e il rilascio di personaggi accusati di tentativo di colpo di stato. Insieme a loro Felipe González, tornato a fare l’avvocato dopo una lunga carriera politica nel partito socialista spagnolo, per difendere Leopoldo López, oppositore di Maduro, che si era già fatto notare per azioni violente durante il brevissimo colpo di stato contro Hugo Chávez nel 2002.

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