Alessandra Riccio – José Revueltas, l’indemoniato

coverPrendo l’epiteto da un articolo del filosofo messicano Leopoldo Zea, che ricordando i marcati accenti dostoievskiani della vita e dell’opera di José Revueltas riassumeva così l’aspetto più identificante di questo romanziere, drammaturgo, sceneggiature, saggista, militante di un comunismo di cui fu sempre spietatamente critico e appassionatamente militante.

Nato nello Stato di Durango nel 1914, è il nono di 12 figli in una famiglia dalla marcata vocazione artistica. Un fratello, Silvestre Revueltas, figura fra i più noti compositori nella storia della musica messicana, Fermín ha integrato la corrente pittorica “estridentista” (una sorta di futurismo messicano rivendicato in anni recenti da Roberto Bolaño), e Rosaura vanta una brillante carriera di attrice, ballerina e scrittrice. La tradizione familiare continua: sua figlia Olivia e il nipote Julio onorano il panorama della musica contemporanea in Messico.

Ma lui, l’indemoniato, posseduto da una natura ribelle, a undici anni ha rifiutato la scuola e si è formato come autodidatta; a quindici anni, per aver partecipato a una manifestazione nel Zócalo, il cuore della capitale messicana, passa sei mesi in un riformatorio e pochi anni dopo gli toccano altri mesi nel carcere di Islas Marías, famigerata galera sperduta nell’oceano Pacifico, un’esperienza che ha ispirato il suo primo romanzo/cronaca, Los muros de agua, nel 1941. Fin da giovanissimo milita nel Partito Comunista Messicano, mantenuto dal governante Partito Rivoluzionario Istituzionale in una tollerata clandestinità, ma da subito si mostra assai sensibile al pericolo dell’autoritarismo gerarchico e di quello che poco tempo dopo verrà chiamato stalinismo. Obbediente e ribelle allo stesso tempo, con El luto umano (1943) vince il Premio Nazionale di Letteratura; si tratta di una storia densa d’immaginazione poetica, i cui personaggi si muovono intorno ai lavori e alle speranze di un progetto di irrigazione nell’agrario e remoto Nuevo León. Frutto sempre di esperienze personali, la narrativa di Revueltas entra nell’intimità più profonda di personaggi proletari, contadini, operai, militanti, partecipi e strumenti di grandi progetti, tormentati da contraddizioni sulle quali Revueltas indaga con spietata tenerezza.

Nel 1949, in Los días terrenales, configura la sua ipotesi narrativa che prospetta le problematiche conseguenti all’inserimento dell’individuo in grandi progetti sociali e politici, impegnato a conoscere i propri limiti ma anche i limiti di un credo politico collettivo eppure sempre minacciato dal morbo dell’autoritarismo, dal culto della personalità e dalla fatale, progressiva distanza del leader dalla sua stessa base costituita da una folla di diseredati votati all’obbedienza dettata dalla cieca fiducia nel Partito. Revueltas ha dichiarato che tutta la sua opera narrativa dovrebbe andare sotto il titolo di I giorni terreni, a significare che senza identificarsi e senza comprendere, mettendosi raso terra, l’umanità dolente a cui vuole rivolgersi l’ideologia comunista, si finisce col tradirne gli ideali di giustizia e di uguaglianza. In agguato, fra coloro che vogliono e devono guidare le masse, c’è dunque questo pericolo ed è lui stesso a farne le spese quando la storia di Gregorio, mandato a fare lavoro sindacale in una comunità di pescatori, si scontra con la solitudine del potere di Fidel, un capo che va perdendo ogni vestigia di comprensione verso le umane debolezze per trasformarsi in un’implacabile macchina priva di umanità. Una simile visione non poteva piacere al Partito Comunista Messicano che proibisce la distribuzione del libro già stampato. Revueltas obbedisce al diktat, ritira il romanzo dalle librerie pur di dimostrare al Partito che la sua volontà militante è superiore alla sua volontà artistica, ma deciso a mettere in guardia il partito, la sinistra, i suoi contemporanei dal rischio che il novecento possa essere ricordato più per i processi di Mosca che per la rivoluzione di ottobre. In una intervista a Marìa Josefina Tejera, qualche anno dopo, l’autore racconta: “Siccome l’attacco dei marxisti era molto violento, la reazione aspettava in silenzio, con la speranza che io finissi per consegnarmi a loro, visto che già mi consideravano dei loro. Per dimostrare che si sbagliavano e per evitare equivoci, ho ritirato la mia opera dalla circolazione. Ma non ho abdicato. Mi sono proposto di studiare me stesso, è stata un’eccellente idea, perché adesso sono più antistalinista e più antidogmatico”.

La storia del comunismo nel Messico rivoluzionario è una storia molto tormentata: clandestino, proscritto, catacombale, diventa semiufficiale durante la presidenza di Lázaro Cárdenas (1934-1940) e la sua successiva presenza al governo come ministro durante tutti gli anni quaranta. In questo momento particolarmente felice della storia del paese, Revueltas produce tutta la sua opera narrativa con l’esclusione di Le scimmie (El apando, 1969), l’ultimo suo romanzo che chiude, narrando di un carcere e della reclusione aberrante di esseri umani, il ciclo iniziato con la descrizione della vita in una altro carcere, circondato da “mura d’acqua”, quello di Islas Marías. Il testo letterario è, per questo militante, drammaturgo, sceneggiatore, analista politico, un’esperienza liberatoria che comporta un braccio di ferro con le parole le quali, Revueltas lo spiega bene nel Prólogo a mi obra literaria (1967), sono dotate di un carattere ideologico e, dunque, fanno parte della lunga battaglia che ha comportato espulsioni, repressioni, privazioni di libertà, esperienze insopportabili di reclusione, da lui intrapresa, nel cuore del novecento, nel luogo della precoce rivoluzione sociale per conquistare terra e libertà al seguito di Pancho Villa e di Emiliano Zapata. Negli anni cinquanta, proprio a quel tempo e a quegli uomini ha dedicato due sceneggiature, Tierra y Libertad e Zapata.

Esibisce un paio di baffi alla Zapata nel 1968, quando entra a Lecumberri, il famigerato carcere di Città del Messico, oggi trasformato in Archivio di Stato. Ha partecipato al grande movimento studentesco del Sessantotto ed è stato considerato uno degli agitatori del movimento sanguinosamente represso nella Piazza delle Tre Culture. Ne uscirà con una barbetta ascetica alla Ho Chi Minh, ormai canuto ma indomito. Negli anni precedenti era stato clamorosamente allontanato dal Partito e aveva fondato e fatto parte della Lega di Spartaco; come non è difficile immaginare, anche da questa organizzazione verrà espulso nel 1963. Prolifico nello scrivere, attivo nei dibattiti, esperto di cinema, si dedica all’insegnamento e si avvicina al mondo studentesco ricoprendo un ruolo di leader intellettuale antisistema ma fortemente politicizzato. Negli agitati mesi del 1968, identificato come istigatore e sobillatore di disordini, viene condannato a 16 anni (ma ne trascorrerà solo due –durissimi- a Lecumberri) mentre fuori dalle mura del carcere cresce la sua immagine di uomo puro e incorruttibile.

Dopo anni di silenzio a seguito della polemica su Los días terrenales, ha pubblicato En algún valle de lágrimas (1957), Los Motivos de Caín (1958) e Los errores (1964) oltre a racconti e saggi politici di notevole densità come Ensayo sobre un proletariado sin cabeza, che è il suo libro teorico sullo spartachismo, México, una democracia bárbara, e, nel 1960, una Lettera a Sartre in cui si rivolge direttamente al guru dell’esistenzialismo –la colpa di cui il partito l’aveva sempre accusato- per illustrare la sua lotta infruttuosa contro lo stalinismo.

Instancabile polemista, attivo militante, ardito nella partecipazione e nelle polemiche, la sua letteratura, narrativa o saggistica, ha rivendicato la dignità dell’essere umano visto spesso nel suo degrado, nella sua miseria materiale e spirituale, convinto che la povertà non sia una colpa dei poveri, una verità che ha espresso a gran voce e che ha descritto nei suoi personaggi, spesso ridotti al ruolo di bestie. Carlos Monsiváis, il compianto editorialista messicano che ne fu amico, ricorda di lui il rifiuto di transigere, scegliendo sempre la strada più difficile per dare senso al suo percorso vitale.

Come Pablo Neruda, il poeta comunista cileno da lui amato tanto da dedicargli Le scimmie, ma non del tutto ricambiato, Revueltas può dire: confesso che ho vissuto. Ha transitato per le esperienze più varie, nell’attività sindacale su territori difficili, nei castighi che gli è costata la sua persistente indisciplina, nel resistere al riformatorio, al carcere, nella sua agitata vita sentimentale che annovera mogli e figli di vario letto, compresa una figlia cubana, frutto di una sua permanenza nell’isola nel 1961 per collaborare con il recentemente fondato Istituto Cubano Arte e Industria Cinematografiche essendo un riconosciuto esperto nel panorama del cinema latinoamericano. Ha dovuto fare i conti con un corpo sottoposto a stress insopportabili; suo fratello maggiore, il musicista Silvestre Revueltas, ha raccontato la sua commozione e tenerezza nel vedere il fratello, appena adolescente, malato di paludismo nel carcere di Islas Marías. Anche da Lecumberri è uscito con il corpo ammalato. La sua salute malferma lo portò a curarsi negli Stati Uniti, dove poté mantenersi proprio grazie alle sue riconosciute competenze di cineasta autore di numerose sceneggiature per il cinema messicano, fin dalle origini il più prolifico, strutturato e interessante fra i cinema latinoamericani. Nel 1975, un anno prima della sua morte il regista Felipe Cazals ha firmato, con la sua sceneggiatura, il film tratto da Le scimmie, l’atroce storia dei tre detenuti, tossici, cinici, imbestialiti dalla laida e violenta vita di Lecumberri. Polonio, Albino e il Coglione, tre relitti umani, ritrovano nella penna di Revueltas –un compagno di galera- non certo la dignità, ma la voce per far sapere che anche loro fanno parte dell’umanità. Quel che ha rappresentato la repressione della Piazza delle Tre Culture, nel 1968, per il Messico intellettuale e di sinistra è simbolicamente rappresentato nella ricezione trionfale al breve romanzo che Revueltas ha scritto durante la sua detenzione superando tutte le aspettative suscitate da quell’ennesimo castigo. Ci si aspettava uno scritto autobiografico, forse un’esaltazione del proprio ruolo di vittima di un potere violento, fuori dal tempo che si stava vivendo, e ci si è trovati davanti a pagine terribili che ricreano un cosmo verosimile attraverso un attento lavoro letterario che opera sulla scrittura senza respiro per poter descrivere la cieca disperazione di chi perde ogni connotazione umana quando viene trasformato in un animale in cattività, ridotto dietro le sbarre, anche simboliche, di una carcerazione imposta da una società contro la quale dopo il 1968 si stava ribellando quella gioventù alla quale Revueltas ha deciso ormai di rivolgersi. Non un saggio politico, non un’apologia, non un pamphlet: dal carcere di Lecumberri viene fuori un libro dal poderoso, soffocante linguaggio senza respiro. L’esempio migliore per confermare che Revueltas ha faticato, con successo, per ricreare in letteratura l’esperienza della sua vita.

(José Revueltas, Le scimmie, SUR, Roma, 2015)

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