Tom Engelhardt – Contare i cadaveri, prima e adesso

f0029155Assassini eccezionali.

Nelle sue pubbliche scuse per delle morti che lo mettevano in una situazione chiaramente imbarazzante, il presidente Obama se l’è cavata ricorrendo a un tropo che in anni recenti è diventato sempre più un luogo comune politicamente corretto. Anche nel contesto di una situazione in cui erano morti due ostaggi innocenti, lui si è congratulato –con se stesso e con tutti gli statunitensi- per l’eccezionale indole degli Stati Uniti. “Si tratta di una verità crudele e amara” ha detto, “[il fatto] che nella nebbia della guerra in generale e nella nostra guerra contro i terroristi possono verificarsi degli errori –a volte errori letali-. Ma una delle cose che colloca gli Stati Uniti in una posizione diversa da quella di molti altri paesi, una delle cose che ci rendono eccezionali è la nostra disposizione ad affrontare le nostre imperfezioni con onestà e a imparare dai nostri errori.”

In altre parole, quali che siano i nostri sbagli, in un mondo di assassini mediocri, noi statunitensi siamo degli assassini eccezionali. Questa nozione o questo atteggiamento hanno consentito il programma globale di omicidi di Obama e la “lista dei morti” della Casa Bianca contenuta in quel programma. La superbia della lista di omicidi si è resa evidente nella decisione del maggio del 2012 di lasciar filtrare sul New York Times notizie della lista. Questa versione dell’eccezionalità degli Stati Uniti si sposa perfettamente con la stessa eccezionalità dei droni, un’eccezionalità sempre minore nella misura in cui tale arma verrà utilizzata da un numero crescente di paesi (in parte grazie al via libera che gli USA hanno concesso alla vendita di droni ai propri alleati).

Nella più unica delle occasioni, Obama ha ammesso in quella sala stampa della Casa Bianca, che gli attacchi con i droni possono arrivare ad uccidere persone eccezionali (come noi) che devono essere tenute in conto dal governo, la cui morte merita delle scuse, la cui vita deve essere messa in rilievo specialmente sui media e il cui valore è tale che i loro familiari devono essere indennizzati a dovere. Tuttavia, coloro che vengono assassinati per errore nella maggior parte dei luoghi dove i droni attaccano sono, per definizione, persone comuni e correnti. Non meritano di fare notizia, né meritano scuse o un indennizzo. Non contano niente.

C’è un fatto che rende il drone un’arma unica al mondo in cui i morti non contano in un pianeta nel quale l’omicidio parrebbe un’attività a buon mercato: i piloti, il loro “equipaggio”, coloro che sparano il missile, stanno a centinaia, addirittura migliaia di chilometri dal pericolo. Anche se parliamo senza eccessivo rigore di “guerra” di droni, il funzionamento di queste macchine ha scarsa relazione con la guerra così come è stata definita. Concettualmente, il drone rappresenta una forma di distruzione a senso unico. E’ così perché in questa versione della “guerra” c’è solo un lato che può essere colpito. La sua “firma” è l’omicidio, non la guerra; non importa quanta attenzione si impieghi nell’ usarla. E’ un’arma boia, un’arma che mette a morte.

In parte proprio per questo, il drone è anche un’arma con rinculo. Anche se può sorprendere gli statunitensi, a quelli che saranno massacrati –le prede di questa caccia- non piace per niente il costante ronzio dei droni nel loro cielo. E’ noto che stanno manifestando sintomi della sindrome di stress post traumatico; sono arrabbiati; intuiscono l’ingiustizia soggiacente in questa macchina e nello stile di “guerra” e non sono convinti della pretesa eccezionalità degli statunitensi che la utilizzano. Conseguenza di tutto ciò, i droni che volano per tutto il Grande Medio Oriente finiscono per essere il pretesto per quelli che vogliono vendicarsi e così pure per i gruppi estremisti di qualunque parte del mondo.

I droni dovrebbero essere delle armi di cui vergognarsi, eppure, nonostante la recente raffica di critiche suscitate dalla morte degli ostaggi, il loro utilizzo gode ancora di un ampio appoggio a Washington e fra il pubblico in generale. La giustificazione di questo utilizzo, quali che siano quelle esposte nei documenti “legali” presentati da Washington per giustificarli, è piuttosto semplice: l’esercizio del potere. Mandiamo i droni attraversando frontiere sovrane a nostro piacimento in cerca di quelli che vogliamo assassinare perché possiamo farlo, perché noi siamo noi.

E allora, lode a quei pochi nel mondo che pensano che valga la pena prendersi il fastidio di contare quei morti che per noi non contano nulla. Invece sì, contano.

*Co-fondatore di American Empire Project e autore di The United States of Fear e The End of Victory. Dirige TomDispatch.com, del National Institute. Il suo libro più recente è Shadow Government: Surveillance, Secret Wars and a Global Security State in a Single-Superpower Word, Haymarket Books.

Il brano qui tradotto fa parte di un più lungo articolo dallo stesso titolo. La versione completa su: (http://www.rebelion.org/noticia.php?id=198590)

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