Alessandra Riccio – Gli afrodiscendenti, un gruppo umano di cui sospettare?

tumblr_n8tjdfjGSm1qhgy7po1_1280Ormai è chiaro: non basta un Presidente afrodiscendente alla testa della nazione più potente del mondo, per rendere giustizia ai milioni di persone che vivono, lavorano, pensano in territori lontani da quelli in cui stanno le loro radici. E’ il caso dei negri d’America –e per America intendo tutto il continente- nel cui Dna c’è un trauma terribile, quello di essere tutti discendenti di africani cacciati come animali, ammassati nelle stive di navi negriere, venduti al mercato come merci e condannati agli ordini di un padrone con licenza di vita e di morte su di loro e sui loro figli e nipoti.

Ne ha coscienza la Presidente del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sugli Afrodiscendenti, Mireille Fanon, figlia del grande psichiatra della Martinica, che lamenta proprio la gran fatica che è costata convincere il consesso internazionale dell’opportunità di dichiarare un Decennio afrodiscendente (dicembre 2014 – dicembre 2024) all’interno della battaglia che le Nazioni Unite conducono da tanti anni nella Lotta contro il Razzismo e la Discriminazione razziale. In un articolo pubblicato nel n. 501 di América Latina en Movimiento la Fanon denuncia la sussistenza della «colonialità del potere e delle conoscenze che hanno strutturato e continuano a strutturare il mondo capitalista e imperialista, il quale non ha messo in discussione la gerarchizzazione delle razze o la superiorità della cultura occidentale in quanto principi fondanti delle società democratiche europee». In questo senso, il gruppo di lavoro dell’ONU si occupa di tre parole chiave: Riconoscimenti, Giustizia e Sviluppo. E’ questo un altro aspetto dell’obbligatorio riconoscimento dei diritti umani visto che «nascosto dietro i buoni sentimenti, il discorso dell’apartheid, della svalutazione e della disumanizzazione dell’altro con la scusa del colore della loro pelle continua a caratterizzare una visione patologica del mondo, alla quale alcuni mezzi di comunicazione di massa concedono una rispettabilità inaccettabile». Perfino coloro che non sono discendenti di schiavi sono vittime della discriminazione razziale e della xenofobia derivante dall’eredità storica della tratta attraverso l’Atlantico e dalla schiavitù, sostiene la Fanon, che auspica che vengano corretti gli errori del passato e che si avvii un processo di inclusione «per riabilitare la memoria e il risarcimento morale di uno dei maggiori delitti commessi contro l’umanità». E conclude con una richiesta che mi sembra fondamentale: se si vuole davvero porre fine all’assurdità della discriminazione è indispensabile «dare ascolto alle problematiche poste dagli afrodiscendenti rispetto alla storia e all’attualità» e riconoscere il loro contributo alla storia del mondo.

La letteratura da loro originata è ormai molto consistente; dal giamaicano Marcus Garvey a William E.B. Du Bois, a Langstone Hughes, a Nicolás Guillén, ad Aimé Césaire, allo stesso Fanon, a Malcom X, a Martin Luther King, ad Angela Davis, ecc. ecc. la voce degli afrodiscendenti si è fatta sentire con gran forza. Proprio in questi primi mesi dell’anno fa notizia il ritorno di plateali manifestazioni di razzismo da parte della polizia in vari stati degli Stati Uniti mentre la celebrazione dell’anniversario della Marcia di Selma pare si sia tramutata in una cinica farsa. In occasione del Mese della Storia Afroamericana, Mumia Abu Jamal, a febbraio del 2015, ha inviato un messaggio dal carcere dove è recluso (dal 1982 in attesa di condanna a morte tramutata nel 2008 in ergastolo), centrato sul ruolo di Obama in questa battaglia. Per Mumia, la forza del simbolismo contenuta nell’elezione di un afrodiscendente è ormai sbiadita e ha lasciato al suo posto il sospetto che «il Partito Democratico abbia cercato di assicurarsi un elettorato capace di sostenere il suo dominio per generazioni. Vista come un simbolo, la sua elezione è stata uno choc per il sistema, ma nella sostanza, non tanto. Accanto al simbolo, esisteva la realtà che le vite afroamericane erano sotto assedio».

Angela Davis, lottatrice di lungo corso per i diritti della sua gente, in un articolo su The Guardian del novembre 2014, denunciava: «I dipartimenti di polizia –compresi quelli dei campus universitari-, hanno comprato attrezzature usate dalle guerre in Iraq e in Afganistan attraverso il Programma di Eccesso di Proprietà del Dipartimento della Difesa. Così, in risposta alla recente morte di Michael Brown per mano della polizia, i manifestanti che hanno sfidato la violenza razzista poliziesca sono stati affrontati da agenti di polizia vestiti con uniformi mimetiche, con armamento militare e con veicoli blindati».

Su Il Manifesto del 13 marzo, Sandro Portelli ci ricordava la catena infinita di incidenti isolati e aggiungeva questa terribile verità: «La pagina facebook Killed by Police elenca con nomi e foto 33 morti (quasi tutti neri, latini o nativi americani) nei primi 15 giorni di questo mese di marzo 2015, più di due al giorno. In 15 anni di guerra in Irak e Afganistan i caduti americani sono stati 5281: circa 350 l’anno, contro i 400 l’anno che secondo i dati ufficiali governativi, sicuramente sottostimati, sono gli americani uccisi dalla polizia». Mi viene una battuta cinica: saranno contenti quelli del Programma di Eccesso di Proprietà del Ministero della Difesa di constatare che il sur plus di equipaggiamento bellico non sia andato sprecato!

Il 31 dicembre del 2014, ha fatto sentire la sua voce dal fondo del palenque in cui vive dal 1984, Assata Shakur, «una schiava del ventesimo secolo in fuga». La militante del Black Panther evasa clamorosamente da un carcere statunitense dopo varie assoluzioni e una condanna per la morte di un poliziotto bianco di cui Assata si è dichiarata sempre innocente, vive da allora a Cuba, paese da cui non può essere estradata e che le ha offerto generoso asilo politico. Un palenque è un luogo appartato dove gli schiavi fuggitivi, evasi dalle piantagioni dei loro padroni, trovavano rifugio e una misera forma di libertà. Questa schiava fuggiasca è tornata di attualità nel 2013, quando l’FBI ha raddoppiato la taglia sulla sua testa facendole battere il record di essere la donna per la cattura della quale si è stabilito il prezzo più alto e la sola donna presente nella lista dei dieci più ricercati al mondo. Nel suo rifugio, Assata ha condotto una vita molto ritirata, interrotta solo da qualche sortita pubblica come quando, in occasione della visita di Papa Wojtila (1998) a Cuba, gli ha inviato una lettera esponendogli il suo caso, un caso che ha avuto a sua ripercussione in Italia, visto che, per l’eclatante evasione della Shakur, è stata accusata e condannata anche la nostra concittadina Silvia Baraldini che, dopo più di venti anni di carcere, è riuscita ad essere estradata in Italia dove un indulto le ha restituito finalmente la libertà.

Il fatto che l’FBI abbia raddoppiato la taglia ha riportato d’attualità la autobiografia (1987) della militante delle Black Panthers, ripubblicata nel 2013 con un prologo di Angela Davis dalla casa editrice di Madrid, Capitán Swing. E’ una lettura che ci parla a chiare lettere della condizione di una donna afrodiscendente, nata in uno stato del sud, emigrata al nord dove ha potuto constatare la stessa discriminazione, ribelle insieme a tutta una straordinaria generazione di giovani che sognavano un altro mondo possibile, vinta ma non sconfitta, che racconta, fra le tante, struggenti esperienze, della rimozione della memoria operata sulla/dalla gente nera nel territorio vasto, sconfinato, nuovo in cui sono stati tradotti per vivere la loro nuova vita con l’indelebile marchio della schiavitù. Ricorda Assata: «Da piccola, se mi avessero chiesto cosa mangiano gli africani, avrei risposto: ‘la gente’»

(“Leggendaria”, n. 111/2015)

Bibliografia

Assata Shakur, Assata: an autobiogrphy, Zed Books, London, 1987

Assata Shakur, Una autobiografía, Editorial Capitán Swing, Madrid, 2013

Assata Shakur, Assata. Un’autobiografia, a cura di Giovanni Sensani, postfazione di Lennox Hinds, Erre emme edizioni, Roma, 1992.

Mireille Fanon Mendes-France, “El decenio afrodescendiente. Un desafío al mundo”, in América Latina en Movimiento, 14. Feb. 2015

Angela Davis, “Da Michael Brown a Assata Shakur, lo stato razzista degli USA persiste“, The Guardian, nov. 2014.

Sandro Portelli, “Usa. Il sogno vicino all’esplosione”, Il Manifesto, 13 marzo 2015.

Mumia Abu-Jamal, “Obama y el mes de la Historia afroamericana”, 10.2.2015, Audio registrato da Noelle Hanrahan: http://www.prisonradio.org.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI DI ALESSANDRA RICCIO e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.