Giuseppe Cassini, La 17°Agenzia. L’America al bivio: recuperare o recidere le gloriose radici pre-imperiali, Marsilio, 2015, pp. 313.

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Diplomatico attento e curioso, Giuseppe Cassini deve avere molto amato quella che noi chiamiamo America ma che sarebbe più giusto chiamare Stati Uniti. Parlo al passato perché l’autore di La 17° Agenzia, sa che quel grande paese vive i tempi torbidi della decadenza, o meglio, della fine del suo impero. E’ questo il nodo, secondo Cassini, che ha soffocato quel grande paese nato per stabilire in terra il diritto alla libertà e alla felicità e –questa è la sua ipotesi- se i governi non si fossero lasciati tentare dall’ingorda ipotesi imperiale, le cose sarebbero andate diversamente, soprattutto per il 44° Presidente di quel grande paese.

Le simpatie di Cassini sono tutte per Barak Obama mentre va dipanando il suo percorso critico lungo le strade tortuose, assai poco limpide, piene di sussurri e grida degli anni 2000. Vorrebbe assolverlo, salvarlo, aiutarlo ma, di fronte alla cruda realtà dei fatti storici, risolve di farne un martire, ucciso dall’esplosione di una bomba nascosta sotto il grembiule di una cuoca in una remota base aerea del Medio Oriente. E siccome Cassini è un attento studioso dei classici e un appassionato di storia –per lui sempre magistra-, in questa sua fantasia, fa ripercorrere al Presidente Obama, i passi fatali di Giuliano l’apostata, con il corollario della catastrofe che si abbatte sulla più forte e temibile potenza mondiale. Requiescant in pacem l’imperialismo e il primo presidente mulatto.

Ma per arrivare a questo l’autore divide il suo saggio in tre parti. La prima, gli Stati Disuniti d’America, ci introduce in un paese in cui si vanno sgretolando, uno dopo l’altro, vari gruppi di stati, ciascuno per motivi differenti, ciascuno richiamandosi a tradizioni particolari e stridenti con quelle degli altri stati, alcuni addirittura attratti dalla vicinanza di altri paesi: la Russia per l’Alaska, il Canada per gli stati dei grandi laghi. L’effetto domino che ne scaturisce è esilarante, scritto con molto senso dell’umore; eppure ci lascia un gusto amaro in bocca perché sancisce la fine di un grande e nobile sogno e rivela le falsità, le ipocrisie che hanno coperto le diversità in nome di una comunità d’intenti a volte forzata, quasi sempre insincera.

Di questo parla la seconda parte, la più corposa, dal titolo Le dieci piaghe d’America come per le piaghe d’Egitto. Cassini snocciola, una dopo l’altra, le grandi problematiche che quasi nessuno ha voluto vedere, pur avendole sotto gli occhi. Esse sono: il militarismo, la violenza, il capitalismo predatore, le disuguaglianze, il manicheismo religioso, il razzismo, l’emergenza ambientale e sanitaria, il consumismo e il populismo. L’analisi è accurata e attenta e conduce il lettore lungo le contraddizioni, le problematiche, gli scontri che hanno marcato il paese da Kennedy in avanti, senza trascurare il ruolo della FBI, della CIA e delle altre Agenzie con licenza di delinquere e di operare anche al di sopra della legge. Sono 16 le Agenzie che conta Cassini, e ne ipotizza una 17ma, quella che –forse- ha messo il suo zampino nella morte (ipotizzata) di Obama salvato in questo modo dalla vergogna di aver accettato un Premio Nobel della Pace, non sostenuto dalle sue azioni.

La terza parte, La Nemesi, è di lettura godibilissima; l’autore stesso entra nella narrazione con ricordi, personali, testimonianze raccolte da voci ancora vive, e da alcuni passaggi nel mondo arabo, in quei paesi invasi, messi a ferro e a fuoco, tormentati dagli omicidi via drone con relativi effetti collaterali. Cassini conosce bene anche quel mondo e ce ne sa parlare con equanimità. Il suo Obama inciampa, si contraddice, resta impigliato nella selva oscura di un mondo lontano e radicalmente diverso e resterà vittima –nella fantasia di Cassini- di una nemesi inevitabile.

La figura del primo presidente di colore della storia degli USA, piace a Cassini che ne rivendica le eccellenti intenzioni, basate su un solido pensiero politico molto up to date: coscienza ambientalista, anti razzismo, necessità di una protezione sanitaria per la cittadinanza, urgenza di uscire dall’Iraq e dall’Afganistan, impegno a chiudere l’ irregolare prigione di Guantánamo e via dicendo. La figura che emerge desta simpatia anche in chi, come me, continuerà sempre a rimproverare la kill list, Guantánamo, la tortura, le destabilizzazioni intorno al mondo, perché l’autore ce lo presenta come impossibilitato ad agire, smentendo la leggenda dei poteri quasi assoluti dei Presidenti degli Stati Uniti. Su Obama, ci dice Cassini, ha aleggiato sempre l’ombra del magnicidio, il pericolo di restare vittima di un attentato, così come nella storia di quel paese è capitato a più di un presidente, ultimo il fascinoso Kennedy, la cui morte è ancora un semi-mistero. Una sinistra, ipotetica 17ma Agenzia lavora nell’oscurità e senza scrupoli per dominare il mondo, per continuare ad essere l’impero che decide i destini del pianeta. Seguendo questa ipotesi scherzosamente fantapolitica, c’è da pensare che quel 17 dicembre, quando Obama ha annunciato l’intenzione di riannodare le relazioni con Cuba, ha segnato il gesto di ribellione di un giovane mulatto, figlio di un keniota e di una cittadina statunitense, cresciuto a Giakarta e poi nelle Hawaii, conoscitore di tre mondi, Africa, Asia e America, mulatto non solo di pelle. E forse quel gesto –se riuscirà a portarlo a compimento- sarà il gesto per cui la Storia lo ricorderà.

Alessandra Riccio

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