Piero Gleijeses – Back Channel to Cuba

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Alla fine del 1988, visto che fra Washington e Mosca fioriva la distensione, Fidel Castro disse al presidente dell’Angola, José Eduardo dos Santos: “Non sappiamo come gli Stati Uniti interpreteranno la pace e la distensione, se sarà pace per tutti, distensione per tutti, convivenza per tutti, o se i nordamericani interpreteranno ‘convivenza’ come pace con l’Unione Sovietica –la pace fra i potenti- e guerra contro i piccoli. Non lo sappiamo ancora. Noi abbiamo l’intenzione di mantenerci fermi, ma siamo disposti a migliorare le relazioni con gli Stati Uniti se c’è un’apertura”.

Non c’è stata nessuna apertura. Per i seguenti tre anni, visto che l’Unione Sovietica era al bordo del collasso, i funzionari statunitensi fecero pressione su Gorbaciov per togliere tutto l’aiuto di Mosca a Cuba. Il collasso dell’Unione Sovietica, a dicembre del 1991, ha lasciato l’Avana sola e in una situazione economica disperata. Washington ha indurito l’embargo rendendo ancora più difficile per i paesi terzi commerciare con Cuba. I funzionari statunitensi si aspettavano che la fame e la disperazione obbligassero il popolo cubano a ribellarsi al proprio governo. Perfino quando si sono resi conto che il regime cubano non sarebbe crollato, Bill Clinton e George W. Bush e –fino a qualche mese fa- Barak Obama, hanno mantenuto l’embargo.

Perché tutto questo odio? Leycester Coltman, ex ambasciatore britannico a Cuba, ha scritto nel 2003 che Fidel Castro era “ancora una pietra nella scarpa degli statunitensi. Ha sfidato e burlato l’unica superpotenza del mondo, e non potrà essere perdonato”. Per molto tempo funzionari statunitensi ed esperti hanno riflettuto su quali condizioni pretendere dai cubani disobbedienti prima che Washington si degni di togliere l’embargo, dimenticando che sono gli Stati Uniti che hanno cercato di assassinare Castro, che hanno messo in opera azioni terroriste contro Cuba e che continuano ad occupare territorio cubano –Guantánamo, la vile ricompensa del 1898. La memoria selettiva permette agli statunitensi di trasformare Cuba in aggressore e gli Stati Uniti in vittima.

L’affermazione insistente di funzionari statunitensi che l’embargo era stato motivato dalla preoccupazione per la democrazia e per i diritti umani a Cuba è tanto ridicola quanto disonesta. Gli Stati Uniti mantengono eccellenti relazioni con la scoria della terra, come l’Arabia Saudita; e con gli stati canaglia come Israele, una potenza coloniale i cui insediamenti trasformano in uno scherzo macabro la promessa di permettere la creazione di uno Stato palestinese. Non è stato l’amore per la democrazia o la preoccupazione per il benessere dei cubani a motivare la politica statunitense. Il voto dei cubano-americani e il desiderio di vendetta –niente altro- spiega la continuazione dell’embargo. Alla fine, il presidente Obama ha fatto il passo, molto in ritardo, che segna il principio della fine di un capitolo vergognoso della politica estera degli Stati Uniti.

E’ questo capitolo sordido che viene dissezionato da Peter Kornbluh e William LeoGrande. Back Channel to Cuba prende in esame la “storia occulta dei negoziati fra Washington e l’Avana” da Eisenhower fino ad Obama. Gli autori sono assai qualificati per farlo. Hanno visitato Cuba molto spesso negli ultimi decenni acquisendo una profonda conoscenza del paese. Kornbuh ha scritto la migliore analisi della politica di Richard Nixon rispetto al governo di Salvador Allende, e vari saggi pionieristici sui rapporti degli Stati Uniti con Cuba. LeoGrande è autore del miglior libro sulla politica degli Stati uniti in America Centrale negli anni di Carter e Reagan, e di un saggio molto acuto sulla politica cubana nel Corno d’Africa, pubblicata nel 1980, quando i documenti –di Cuba, degli Stati Uniti o sovietici- non erano stati desecretati. Questo saggio ha resistito alla prova del tempo ed è ancora la migliore discussione della politica cubana nel Corno fino ad oggi – adesso verrà scalzato, dopo 35 anni, dall’analisi magistrale di Nancy Mitchell in un libro di prossima pubblicazione su Carter e l’Africa.

Kornbluh e LeoGrande hanno setacciato tutte le fonti possibili degli Stati Uniti per Back Channel –documenti, interviste, memorie inedite di protagonisti. Un lavoro impressionante. L’esame della politica statunitense è ben documentato, ben argomentato e ben scritto. Back Channel è, insieme a That Infernal Little Cuban Republic di Lara Schoultz, di gran lunga il migliore studio sulle relazioni degli Stati Uniti con la Cuba di Castro.

Ho solo una riserva su Back Channel, la stessa che ebbi per l’eccellente libro di Schoultz: non ci sono documenti cubani. Quando ho letto Back Channel ho avuto la stessa sensazione di quando ho letto Thet Infernal Little Cuban Republic, di stare guardando una partita in cui potevo vedere solo uno dei giocatori mentre l’altro era fuori campo.

Non è una colpa degli autori; è la conseguenza inevitabile dell’ostinato rifiuto dei cubani ad aprire gli archivi. Né Schoultz, né Kornbluh e LeoGrande hanno mai preteso di saperne più di loro, una virtù rara fra gli studiosi dei rapporti fra Stati Uniti e la Cuba di Castro, che così spesso fingono di sapere quale era il pensiero di Castro e quali erano le sue “vere” intenzioni. Scoultz, Kornbluh e LeoGrande vanno solo fin dove l’evidenza lo permette.

Ho un forte disaccordo con Back Channel. Kornbluh e LeoGrande affermano che “una delle cose più evidenti della lunga storia di antagonismo fra Cuba e gli Stati Uniti è la frequenza con cui i cubani hanno cercato di trovare la maniera di ridurre la distanza… Ogni volta che un nuovo presidente entrava in carica, Castro porgeva un ramoscello di olivo per vedere se l’amministrazione –non importa quanto conservatrice o ostile- poteva essere aperta a migliori rapporti”. Questo è giusto letteralmente. Aggiungono poi che per Castro “in certi momenti altri interessi superavano chiaramente le migliori relazioni con gli Stati Uniti”. Anche questo è vero. Ma non sono d’accordo quando aggiungono che ciò dipendeva dal fatto che “Castro calcolava che Cuba aveva più da guadagnare con i suoi rapporti con Mosca e con la sua posizione nel Terzo Mondo, intervenendo in Africa negli anni settanta”. Questo non coincide con la storia. A novembre del 1975, Castro ha sfidato Breshnev inviando truppe cubane in Angola. Nel novembre 1987, ha sfidato Gorbaciov, decidendo per proprio conto, di espellere l’esercito sudafricano dall’Angola. Qui mi associo a Kissinger contro Kornbluh e LeoGrande: nelle sue memorie, Kissinger ha spiegato che nel 1975 Castro aveva sfidato Mosca con un fatto consumato e correva il rischio dell’ira del Cremlino, perché “era probabilmente il più genuino leader rivoluzionario allora al potere”. Castro aveva inviato le truppe perché era convinto che la vittoria dell’asse del male –Pretoria e Washington che partecipavano ad un’importante operazione segreta paramilitare per imporre i suoi clienti a Luanda –avrebbe rafforzato gli artigli della dominazione bianca sul popolo dell’Africa del Sud. Castro non ha mantenuto le truppe cubane in Angola dopo il 1975 per compiacere i sovietici ma per preservare l’indipendenza dell’Angola” dall’aggressione del Sudafrica, come ha ammesso la CIA. Quanto all’intervento cubano nel Corno d’Africa alla fine del 1977 per difendere l’Etiopia da un’aggressione somala suggerita dal governo di Carter, i documenti degli archivi cubani come quelli della Germania dell’Est e quelli sovietici che sono stati resi pubblici, mostrano che i cubani credevano erroneamente, come poi si è visto, che “una vera rivoluzione” si stesso realizzando in Etiopia. E’ stata questa certezza –non la speranza di conquistare il favore del Cremlino- a indurre Castro a mandare 13.000 soldati cubani per difendere la rivoluzione etiope dall’invasione della Somalia. In ogni momento, ciò che ha spinto la politica di Castro in Africa è stato il suo senso di missione. Come la CIA ha notato, era un leader “impegnato in una grande crociata”.

Naturalmente il senso di missione di Castro non era l’unica forza nella formazione di una politica estera, ma ne era il fondamento. Questo senso di missione –e non il desiderio di compiacere Mosca o di impressionare i paesi del Terzo Mondo- è stato il motore della sua politica estera e ha superato il desiderio di migliorare i rapporti con gli Stati Uniti.

Il mio disaccordo con Kornbluh e LeoGrande su questo punto non modifica il fatto che Back Channel sia un tour de force che migliora la nostra comprensione della politica degli Stati Uniti verso Cuba dal 1959.

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