Juan Francia -Venezuela: breve cronologia di un’ingerenza

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Nel gennaio 2015 gli ex presidenti Felipe Calderón del Messico, Sebastián Piñera del Cile e Andrés Pastrana della Colombia si sono recati in Venezuela, volevano incontrare il politico detenuto Leopoldo López, leader di Voluntad Popular (VP), un partito politico estremista della destra venezuelana. López è accusato dei delitti di istigazione pubblica (per aver commesso atti di violenza contro persone e beni pubblici) e di associazione a delinquere. Gli ex presidenti non sono stati autorizzati a recarsi in carcere per parlare con l’imputato accusato di essere l’organizzatore della violenza scatenata in Venezuela a partire dal 12 febbraio 2014, quando ha convocato a manifestazioni di piazza allo scopo di provocare la caduta del governo, come lui stesso ha riconosciuto dando all’operazione il nome di “La Salida”, l’uscita. Queste violenze di piazza (in Venezuela le chiamano “guarimbas”) hanno prodotto 43 morti e centinaia di feriti.

Il 9 marzo scorso il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama ha emesso un decreto in cui si affermava che il Venezuela rappresenta “una minaccia insolita e straordinaria” per la sicurezza nazionale statunitense. Una delle ragioni fondamentali era che in Venezuela ci sarebbero stati dei prigionieri politici; una volta, Hugo Chávez ha detto, con sottile ironia, che “in Venezuela non ci sono prigionieri politici, ma politici prigionieri”. E’ il caso di ricordare qui che il prigioniero politico di Portorico, Oscar López Rivera, da 34 anni è stato privato della libertà negli Stati Uniti con l’accusa di pretendere la liberazione di Portorico dal dominio degli Stati Uniti. López Rivera è il prigioniero politico vivo che sta da più anni in prigione in America, ma Obama è preoccupato dei prigionieri politici in Venezuela.

Un mese dopo il decreto di Obama, un gruppo di 31 ex presidenti, i più bellicosi fra questi sono José María Aznar, Felipe González, Alvaro Uribe, Andrés Pastrana, Felipe Calderón e Sebastián Piñera, in sintonia con gli Stati Uniti, hanno reclamato in Panama la liberazione dei “prigionieri politici” in Venezuela.

A maggio sono trapelate delle intercettazioni in cui Leopoldo López parla con un altro politico prigioniero, Daniel Ceballos, in cui li si sente organizzare una manifestazione in Venezuela per il 30 maggio scorso, allo scopo di reclamare la sua libertà, dove intendevano provocare delle morti che servissero alla loro causa e indicassero il governo di Maduro davanti agli occhi del mondo come un violatore dei Diritti Umani. Una volta resa nota la convocazione alla mobilitazione del coordinatore nazionale di Voluntad Popular, in un twitt, Lilian Tintori, moglie di Leopoldo López, che è alla testa della lobby per la liberazione di suo marito, ha scritto : “anche se dovesse costare la vita di migliaia di venezuelani, continueremo a lottare”, ma appena si è accorta di aver fatto una sciocchezza si è affrettata a cancellare il messaggio dalle reti sociali.

Capitolo spagnolo

Domenica 7 giugno è arrivato in Venezuela l’ex presidente spagnolo Felipe González, circondato da un clima di ostilità, dichiarato “persona non grata” dall’Assemblea Nazionale del Venezuela e ripudiato dai movimenti sociali e dai partiti politici attraverso manifestazioni realizzate nel paese e sulle reti sociali. L’hashstag #FelipeFueraDeAquí è arrivato al primo posto della tendenza twitter venezuelana e sesto a scala mondiale.

Alla fine González ha dovuto abbandonare il Venezuela il martedì 9 giugno senza aver ottenuto l’autorizzazione della giustizia a lavorare come consulente tecnico di Leopoldo López come si era proposto di fare; e se ne è andato con un aereo che la Presidenza della Colombia ha messo a sua disposizione. Cosa che ha prodotto qualche tensione fra il Venezuela e la Colombia perché il governo del Presidente Juan Manuel Santos ha offerto la logistica all’incursione dell’ex presidente spagnolo in Venezuela. Dopo il suo passaggio nella Repubblica Bolivariana, González ha incassato l’adesione via twitter del giornalista spagnolo Federico Losantos, “molto bene se Felipe González difende i dissidenti. Certo, sarebbe stato meglio che avesse bombardato il Palazzo di Miraflores, ma mi accontento”.

Non abbiamo sentito gli ex presidenti Felipe González e José María Aznar esigere il rispetto dei Diritti Umani nel loro stesso paese, che è accusato di detenere prigionieri politici dalla Commissione Giustizia dell’Unità Europea. Non abbiamo sentito questi paladini della giustizia difendere mai la libertà d’espressione di fronte a casi come quello del consigliere socialista del paese basco arrestato per aver espresso a viva voce la sua opinione contraria alla monarchia. Seguendo la pista iberica, è normale vedere in Spagna come la destra del Partito Popolare agiti il fantasma rosso del Venezuela per spargere accuse nello stile del maccartismo della guerra fredda, indicando i posseduti dal diavolo chavista fra i politici sorti dal movimento degli “indignados”. Come nel caso di Podemos e le accuse che gli rivolgono con frequenza Esperanza Aguirre o José María Aznar, di essere praticamente agenti del chavismo, di avere dei piani per distruggere la democrazia occidentale e di voler trasformare la Spagna in un Venezuela europeo.

Capitolo messicano

L’11 giugno, in un’intervista a Bruxelles, il Presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, ha chiesto il rispetto per i Diritti Umani in Venezuela. Questa posizione è parsa particolarmente sorprendente perché il Messico è il paese dove si verificano più morti violente di tutta l’America e il terzo paese al mondo dopo l’Iraq e la Siria, a quanto rivela il rapporto dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici. E’ nella memoria di tutti noi il caso emblematico dei 43 studenti della Scuola Normale di Ayotzinapa scomparsi l’anno scorso, eppure, nonostante ciò, il Messico non è al primo posto nella lista delle preoccupazioni degli ex presidenti della destra latinoamericana e neanche di quella spagnola.

In un twitt recente, l’ex presidente del Messico, Felipe Calderón, è tornato ad attaccare il Venezuela, questa volta criticando il gioco di squadra della selezione di calcio venezuelana che ha vinto la Coppa America in Colombia. Calderón, in un modo che appare addirittura infantile, affermava nel suo messaggio che il Venezuela aveva fatto un gioco sporco e che sicuramente doveva aver ricevuto istruzioni dal Presidente Maduro per giocare in quel modo. Ma questo commento non sembra ingenuo se si pensa alla connessione fra il calcio e lo stato d’animo della popolazione. In effetti, uno dei pochi momenti in cui i venezuelani mettono da parte le rivalità politiche e si identificano in una casa comune è quando gioca la loro squadra e ciò non piace a chi cerca di approfondire la divisione e lo scontro fra venezuelani.

Capitolo brasiliano

L’ultimo tratto di questa saga riguarda a visita del 18 giugno di un gruppo di senatori della destra brasiliana in Venezuela, guidata da Aécio Neves, ex candidato alla presidenza nelle ultime elezioni contro la presidente Dilma Roussef. Questa comitiva, con le stesse finalità delle personalità della destra internazionale che l’avevano preceduta in processione a Ramo Verde, il carcere dove si trova l’imputato Leopoldo López, hanno visto frustrate le loro intenzioni di irrompere nel carcere, ma hanno raggiunto lo scopo di seminare la discordia con il governo del Brasile, destabilizzare il governo di Maduro e cercare di infangare la Rivoluzione Bolivariana con una serie di qualificativi, reiterati dal discorso reazionario locale e internazionale, che in Venezuela non c’è libertà, che si tratta di una dittatura che. perseguita l’opposizione politica, ecc. La visita di questi senatori è stata ripudiata dai familiari delle vittime delle “guarimbas”; ma è stata anche criticata dalla presidente del Brasile Dilma Roussef che l’ha giudicata un attentato alla sovranità venezuelana.

Lasciamo per un’altra occasione i capitoli Colombia e Stati Uniti, per evitare di allungare troppo questo articolo.

Conclusione

Questo tipo di grossolana ingerenza ha indotto il presidente Maduro a concludere “che la destra estrema, che ha fatto colpi di stato in Venezuela, pretende di imporre un ricatto internazionale affinché restino impuniti i loro crimini”.

Ci sono molti indizi che indicano che lélite internazionale, questa minoranza organizzata e potente, sta lavorando in maniera pianificata e congiunta contro il Venezuela. La maggiorana dovrebbe contrastare questa operazione, anche con organizzazione e unità, prima che venga distrutta la speranza che ha illuminato il Venezuela con la Rivoluzione Bolivariana e il suo Socialismo del secolo XXI.

Dalla morte del comandante presidente Hugo Chávez, l’oligarchia mondiale, attraverso le grandi corporazioni multinazionali, il governo degli Stati Uniti, le sue agenzie ufficiali e parastatali (ONG), i suoi mezzi di comunicazione di massa, i suoi politici ben remunerati in tutto il mondo, ha lanciato un’offensiva contro il popolo venezuelano con lo scopo di metterlo in riga, di disprezzarlo affinché non persista nell’errore di pretendere di decidere sulle proprie ricchezze e sul proprio destino.

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