Juan Villoro – Il fuoco racconta

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Il multiforme scrittore, giornalista, cineasta e drammaturgo messicano Juan Villoro ha pubblicato il 13 settembre questo necessario e doveroso commento alle indagini falsate, tergiversate, inquinate sul caso dei 43 studenti scomparsi della Scuola Rurale di Ayotzinapa di cui, fra pochi giorni ricorre il primo anniversario senza che si sia fatta luce sul caso né giustizia per le vittime e per i familiari.

El País, importante giornale di Madrid, nella sua edizione “América”, è una vera arma di destabilizzazione, di propaganda per le destre regionali, di diffamazione per tutti i governi rappresentati nell’ALBA, primi fra tutti, Cuba e il Venezuela. La campagna che conduce contro la sentenza che ha condannato a 13 anni Leopoldo López, si serve di pezzi da novanta e occupa molte colonne del giornale. Ma il 13 scorso ho trovato questo pezzo di grande giornalismo di denuncia e di sostegno alla verità, nascosto fra il solito ciarpame e ho deciso di tradurlo per: nostramerica.wordpress.com

In che modo circola la verità? Nelle società autoritarie anteriori a Internet bisognava andare all’estero per sapere cosa stava succedendo. Per decenni le notizie sul franchismo circolavano meglio in Francia che in Spagna.

Terra di paradossi, il Messico conta su numerose istituzioni per indagare sui fatti, ma sono abituate a patteggiare con il segreto. Quasi sempre i fatti si conoscono attraverso le evanescenti risorse dei “si dice”. La sparizione forzata di 43 studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa, il 26 settembre 2014, è un esempio del laboratorio sulle difficoltà di accedere alla verità.

Ignorare quel che è successo è grave; ancor più grave è il fatto che l’indagine sia stata sostituita da ipotesi non provabili. Il procuratore Jesús Murillo Karam, responsabile dell’indagine, ha presentato una tesi non verificabile che ha chiamato “verità storica”. Secondo le sue supposizioni, gli studenti sarebbero stati portati da membri della delinquenza organizzata nel deposito di immondizie di Corcula, nello Stato di Guerrero, per essere bruciati all’aria aperta. Molti esperti credono che sia impossibile incenerire tanti corpi in quelle condizioni ma il governo ha risposto evasivamente; il presidente Peña Nieto ha suggerito di “voltare pagina” mentre il procuratore ha fatto la più celebre delle sue dichiarazioni che ha dato luogo a un immediato hashtag “Adesso sono stanco”.

Nel febbraio 2015, Murillo Karam ha lasciato il suo incarico per dirigere la Segreteria dello Sviluppo Agricolo, Territoriale e Urbano (teatro di ambivalenze, il Messico ha un ministero dove “territoriale” è diverso da rurale e da cittadino: un limbo per un creatore di simulacri).

Il 6 settembre sono stato presente alla presentazione del rapporto del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti sul caso Ayotzinapa. Alle 11 di mattina, nel Salone Digna Ochoa della Commissione per i Diritti Umani del Distretto Federale, i genitori degli scomparsi hanno gridato lo slogan “Vivi se li son presi, vivi li rivogliamo”. Poi c’è stato un silenzio reverente. La campana di una chiesa ha suonato lontano, ma la rivelazione di domenica non aveva niente a che vedere con un mistero della fede, ma con qualcosa di più sfuggente: la verità.

Mi concentrerò su un solo punto del rapporto: la notizia sulla fiamma. L’ipotesi che i corpi abbiano bruciato su una pira all’aria aperta è stata analizzata da José Torero, specialista in Sicurezza del fuoco di origine peruviana, dottorato a Berkeley, che ha insegnato all’Università di Edimburgo e attualmente lavora alla Queensland, in Australia. Secondo la sua perizia, per incenerire 43 corpi in una radura sarebbero stati necessari più di 30.000 chili di legname e più di 13.000 chili di pneumatici. Il falò sarebbe durato per lo meno 60 ore, con fiamme di sette metri di altezza e un pennacchio di fumo di 300 metri, fenomeno difficile da nascondere agli abitanti della zona. Tenendo conto dei venti e della prossimità del bosco, ci sarebbe stato un incendio forestale. Le piante intorno avrebbero dovuto mostrare evidenti deformazioni. Niente di tutto questo è successo: “I ragazzi non sono stati bruciati nell’immondezzaio di Cocula”, ha detto il relatore dei fatti.

I pochi resti di cui fino ad ora disponiamo (mandati a periti del tribunale in Austria) sono il saldo di una cremazione. Se tutti i corpi hanno subito lo stesso destino, la chiave sta nei forni crematori di imprese di pompe funebri, di ospedali o dell’esercito.

Chi parla in nome della “verità storica” vuole cancellare altre spiegazioni. A un anno da quei fatti, una commissione indipendente ci offre lo studio che la nostra Procura non ha voluto fare.

Quello che il Governo ha taciuto, ce lo ha detto il fuoco.

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