Alessandra Riccio – Ana Belén Montes e gli altri: gli USA non perdonano

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Un bel po’ di anni fa, una persona reclutata dalla Cia incautamente, visto che si era rivolta subito ai servizi di sicurezza cubani e aveva lavorato come doppio agente fino a quando la rete a cui apparteneva non fu scoperta a causa di un tradimento, mi aveva confessato di avere ancora molta paura a muoversi in giro per il mondo perché –diceva- la CIA non perdona. Con il tempo siamo diventati amici e la sua testimonianza mi ha aiutato a capire il meccanismo perverso dello spionaggio ma anche il trauma individuale e lo stress personale di chi decide di mettersi a servizio di uno Stato; beninteso che nel caso del mio amico o di Raúl Capote (Daniel), si tratta di persone che hanno servito Cuba, senza trarne alcun particolare beneficio economico o sociale.

Anche Assata Shakur, ormai da vari decenni rifugiata a Cuba dopo un’evasione sensazionale da un carcere Usa, ricercata dal Burò Federale di Investigazione che due anni fa ha aumentato la taglia sulla sua testa di ricercata, mi ha detto più volte che l’FBI non perdona.

Gli Stati Uniti non perdonano. Lo sa il soldato Chelsea Elizabeth Manning (nata Bradley Edward Manning), lo sa il funzionario Edward Snowden che ha chiesto asilo a Mosca, lo sa molto bene Julian Assange, ancora rifugiato nei locali dell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra, che teme fortemente di finire nelle mani della polizia inglese o davanti a una corte svedese che lo deporterebbero immediatamente negli Stati Unit dove lo attende la punizione per aver fatto sapere al mondo cose che dovevano restare off-limits.

E lo sa benissimo Ana Belén Montes, funzionaria della DIA, l’Agenzia per la Difesa del Pentagono, che dal settembre 2001 è in carcere per aver trasmesso a Cuba informazioni nel campo finanziario e militare. Con il n.25037-016 è reclusa nella prigione del FBI a Carswell, nel reparto psichiatria, in regime di completo isolamento. La sua condanna spira nel 2027. Per incarico del suo Dipartimento, Ana Belén ha lavorato a Cuba presso l’Ufficio di Interessi degli Stati Uniti e ancora nel 1998 per osservare la visita di Papa Giovanni Paolo II. Per le sue alte competenze, era entrata a far parte di un ristretto gruppo di lavoro di varie agenzie, compresa la CIA. Ana Montes non ha trovato asilo politico né rifugio; è stata scoperta e arrestata, ha ammesso le sue responsabilità e ha spiegato, davanti al tribunale, le ragioni che l’hanno indotta a tradire il suo paese.

E’ partita citando il proverbio italiano Tutto il mondo è paese, e ha aggiunto: “In questo paese mondiale, il principio di amare il prossimo suo come se stesso, è la guida essenziale per delle relazioni armoniose fra tutti i paesi. Questo principio implica tolleranza e comprensione per il modo di comportarsi verso gli altri. Ciò implica che dobbiamo trattare le altre nazioni altre nazioni come vorremmo essere trattati noi: con rispetto e considerazione. Ma questo è un principio che disgraziatamente non abbiamo mai applicato a Cuba. […] Ho obbedito alla mia coscienza invece che alla legge. Io credo che la politica del nostro governo nei confronti di Cuba sia crudele e ingiusta”.

Le sue parole, al terminare la sua dichiarazione davanti al Tribunale, oggi suonano come un annuncio di qualcosa che nel 2001 era ancora impensabile e oggi è cronaca di attualità: “Il mio più grande desiderio sarebbe poter vedere stabilite relazioni amichevoli fra Cuba e gli Stati Uniti. Spero proprio che il mio caso contribuisca in certo modo ad incoraggiare il nostro governo ad abbandonare la sua politica ostile verso Cuba e a collaborare con l’Avana in uno spirito di tolleranza, di rispetto mutuo, di comprensione”.

Ana Belén è in carcere da quindici anni, non riceve visite, non riceve posta, non ha contatti con altri prigionieri. Nella disperante solitudine del carcere, paga per aver tentato di portare all’attenzione del suo governo gli errori di una politica aggressiva verso un paese vicino di cui, oggi, sembra convinto lo stesso Presidente Obama.

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