Rosa Miriam Elizalde – Cuba è un paese povero che fa miracoli per i poveri

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Rosa Miriam Elizalde è una prestigiosa giornalista cubana -e quindi latinoamericana. In occasione del viaggio del Papa in America, ha potuto seguirlo a Washington sul suo stesso aereo e partecipare alla visita di Francesco alla Casa Bianca. Una giornalista cubana infiltrata nei giardini della White House! Mi è sembrato interessante tradurre il suo sconcerto rispetto alle misure di sicurezza statunitensi, il commento sul parterre delle persone presenti in quei giardini, la simpatia che le ha suscitato lo “stile” del Papa e le vicende della “papamobile” e l’emozione di scoprire una patria “nostramericana” anche sui prati della Casa Bianca.

Ci siamo svegliati, come tutti i giorni, “all’ora del Papa”. Francisco è in piedi già dalle quattro del mattino e il gruppo di giornalisti che lo accompagna deve svegliarsi presto per poter effettuare il rito dei controlli di sicurezza, a volte più lunghi del tempo che ci vuole per i fatti che poi saranno notizia.

Ma è un giorno speciale. Il Pontefice fa una visita di cortesia a Barak Obama, alla Casa Bianca, e il solito rituale si trasforma in un esagerato operativo delle guardie del Servizio Segreto che ispezionano puntigliosamente i bagagli mentre i giornalisti stanno in fila per poi salire sul bus quasi a ritmo dei rintocchi a morto.

Prima di entrare nella residenza ufficiale del Presidente degli Stati Uniti, ci sarà una nuova tornata di ispezione ma ciò nonostante, la stampa vaticana non avrà carta bianca per sistemarsi dove vuole. Solo un fotografo si avvicinerà un poco ai due capi nel giardino della Casa Bianca. Il resto potrà scattare qualche fotografia in cui entrambi sembrano teste di spillo in mezzo a una folla di funzionari separati da noi da una striscia di prato e dal filo di ferro. Alcuni poliziotti taglia extra large sono stati collocati in punti strategici, non si sa mai! Dietro a varie centinaia di giornalisti sono sistemati gli invitati alla cerimonia ufficiale per la visita di cortesia del Sommo Pontefice ad Obama, la maggior parte sono immigranti latinoamericani. Lo so perché ho sentito per tutto il tempo il loro spagnolo alle mie spalle.

Ma non pensate che io voglia criticare le misure di sicurezza. Anche se a Washington ci sono limitazioni per il porto d’armi e le norme di controllo durante la visita del Papa abbiano un tono drammatico, l’indice di omicidi con armi da fuoco in questa città è di 19 ogni 100.000 abitanti, quasi il doppio di quelli del Messico (10) e un po’ più alto di quello del Brasile (18). Non lo dice qualcuno che vede la cattiveria imperiale anche nella minestra, ma The Atlantic, una delle pubblicazioni più serie di questo paese e senza nessun sospetto di “sinistrina”, graziosa parola usata dal Papa in conferenza stampa durante il volo che lo portava negli Stati Uniti.

E Joge Bergoglio, che sembra più un pastore che un monarca della Chiesa, non vuole rinunciare al contatto con il popolo. Benedice chiunque gli si avvicini e bacia tutti i bambini che può. Uno dei giornalisti che viaggiano al seguito del Papa racconta che a Napoli, all’inizio dell’anno, Francesco ha ricevuto un regalo inaspettato. Il proprietario di una pizzeria ha scavalcato la barriera e gli ha consegnato una pizza che il Papa ha accettato sorridendo. Si è trattato di un momento divertente per tutti, tranne per gli agenti di sicurezza. Azioni come questa –dice Rosie Scammell nel blog Crox, del vaticanista John Allen Jr., anche lui in questo viaggio insieme a noi- sono una prova della “vulnerabilità del Papa” che, per giunta, insiste a viaggiare in un veicolo scoperto, la così detta “papamobile”, utilizzato per trasportarlo nelle città di tutto il mondo.

Negli 85 anni di storia, la papamobile ha offerto ai Papi la possibilità di addentrarsi fra le moltitudini e ha reso possibile che molta gente possa vedere il capo dei cattolici. “Sono noti i numerosi tentativi del Vaticano di equilibrare sicurezza, accessibilità, spontaneità e innovazione tecnologica”, assicura Scammell.

Prima dell’invenzione dell’automobile, i Papi viaggiavano su un trono portato da 12 uomini vestiti di rosso. La prima papamobile è comparsa nel 1929 e fu utilizzata da Pio XI. Visti i tentativi di assassinio, la sicurezza del veicolo è aumentata sensibilmente con l’uso dei vetri antiproiettile. Poi è arrivato Francesco che ha definito la papamobile classica “una scatola di sardine. Ha rinunciato al blindaggio con piena coscienza del rischio. In una dichiarazione ad un giornale parrocchiale argentino del marzo scorso, ha ammesso che qualcosa potrebbe succedergli, ma che “la vita è nelle mani di Dio. Ho detto al Signore: proteggimi tu. Ma se la tua volontà è che io muoia o che mi facciano qualcosa, ti chiedo solo un favore: che non sia doloroso. Perché io sono molto vigliacco riguardo al dolore fisico”.

A questo cocktail bisognerebbe aggiungere l’odio, che in questo paese è come una crosta dura e spessa. Il deputato Paul Gosar, un repubblicano –e cattolico- dell’Arizona, ha annunciato che intende boicottare il discorso di Bergoglio al Congresso. “Visto che il Papa ha deciso di agire e parlare come un politico di sinistra, può pure aspettarsi di essere trattato come merita”, dice. Le opinioni del senatore Marco Rubio le conosciamo. Questo signore di origine cubana, ex battista e ora cattolico, aspirante alla presidenza degli Stati Uniti e un critico ricorrente del rappresentante di Dio in Terra –secondo la religione che Rubio professa-, pochi giorni fa ha scritto un articolo in cui sfida il Pontefice per la sua decisione di visitare Cuba prima degli Stati Uniti: “Il regime di Castro non ha nessun potere sui diritti che Dio gli ha dato”.

Queste opinioni non sono isolate. Un’inchiesta Gallup registra che meno della metà dei conservatori statunitensi dice di avere un’immagine favorevole di Papa Francesco. I punti di vista del Pontefice sulla “idolatria del denaro” e il fatto che abbia vincolato il cambio climatico all’attività umana, sono il motivo di questo cortocircuito che potrebbe incoraggiare un pazzo armato.

Ma Francesco ha le sue priorità altrove –il dramma degli immigranti in questo paese, il cambio climatico, la pace, aprire la Chiesa ai poveri e alla pratica della Dottrina Sociale …- e intanto sbaraglia nelle reti sociali l’immagine della carovana con la quale Bergoglio è arrivato alla Casa Bianca. Ieri, durante una conferenza stampa, padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, ci aveva avvertiti: “Riconoscerete immediatamente la macchina di Francesco, è la più piccola”.

Cuba, Cuba

Il tema Cuba è stato presente nei discorsi di Obama e di Francesco, anche se il Papa vi ha alluso ellitticamente, come ci aveva anticipato conversando con la stampa nell’aereo che lo portava da Santiago di Cuba a Washington. Il Presidente degli Stati Uniti ha intercalato una frase che resterà come una delle più attente e chiare fra i suoi ormai tanti commenti riguardo all’Isola dal 17 dicembre 2014: “Santo Padre, le siamo grati per l’inestimabile appoggio al nostro nuovo inizio con il popolo cubano, che offre la promessa di migliori relazioni fra i nostri paesi, una maggiore cooperazione in tutto il continente e una vita migliore per il popolo cubano”.

Francesco ha risposto ringraziando: “Gli sforzi compiuti recentemente per riparare rapporti rotti e aprire nuove porte alla cooperazione nella nostra famiglia umana, costituiscono dei passi positivi sulla strada della riconciliazione, della giustizia e della libertà”. Ogni volta che i due leaders citavano direttamente o indirettamente la ripresa delle relazioni con Cuba, gli invitati alla cerimonia che stavano alle mie spalle gridavano e applaudivano in segno di approvazione. Ho anche sentito varie volte un elettrizzante “Cuba, Cuba”. Quest’isoletta bloccata ha vissuto per vedere il suo nome gridato dai poveri della terra proprio nei giardini della Casa Bianca. Se questo non è emozionante, ditemi cosa lo è.

Naturalmente, non ho fatto altro che girarmi e chiedere perché applaudivano Cuba. Ho avuto tutte risposte affettuose, ma vi racconto solo un breve dialogo, anche per non allungare troppo questo pezzo. Lei si chiama Flores Díaz Pardo, è salvadoregna e “house Keeper” –pulizia domestica-. Avrà circa 60 anni. Sta in piedi dietro la quarta rete che separa i giornalisti e gli invitati dai principali oratori della cerimonia.

– “Perché ho applaudito Cuba? Ma perché Obama e Francesco hanno fatto bene … Perché non abbiamo mai avuto un Papa che parlasse così, che vuol bene agli immigranti e che vuol bene a Cuba.

– Perché credi che Francesco voglia bene a Cuba?

– Perché Cuba è un paese povero e fa miracoli per i poveri.

– Ma lei crede ai miracoli?

– Si. Questo Papa è un miracolo.

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