Alessandra Riccio – Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

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Il quotidiano messicano “La Jornada”, il 3 ottobre scorso ha dato una notizia davvero importante ma, purtroppo, non ritenuta tale da molta stampa, soprattutto nostrana. E per darle maggiore risalto, in un occhiello di prima pagina, scriveva: “Dopo le rivelazioni di Wikileaks, vi sembrano ancora paranoiche le esternazioni di alcuni presidenti dell’America Latina?”

La notizia di cui parla “La Jornada”, è che, attraverso le rivelazioni della rete di Julian Assange, raccolte in un libro da Alexander Main e Dan Beeton e da lui prologato, emerge con chiarezza la strategia statunitense per abbattere, destituire, eliminare i leader progressisti che stanno rivoluzionando le alleanze e le politiche tradizionali del sub continente.

Il primo della fila è il presidente della Bolivia, Evo Morales; nel 2008, il Dipartimento di Stato USA progettava l’organizzazione di un colpo di stato e, addirittura, l’assassinio del primo presidente indio della storia delle Americhe, in stretta sintonia con gli industriali e i latifondisti dei dipartimenti di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, la parte più ricca del paese, nota come Media Luna. I documenti resi pubblici da Wikileaks rivelano che gli Stati Uniti mantenevano uno stretto contatto con gli oppositori di Morales, discutendo su sabotaggi a gasdotti e sulla necessità di far ricorso alla violenza. La partecipazione a questi progetti dell’ambasciatore statunitense Philipe Goldberg fu così evidente da provocarne l’espulsione accompagnata dalla denuncia dei fatti da parte del Presidente Morales.

Secondo i due ricercatori del Centro di Ricerche Economiche e Politiche di Washington, la politica estera degli Stati Uniti mirava a sovvertire i risultati delle elezioni celebrate nel sub continente fra il 1997 e il 2008 con l’obiettivo di instaurare un governo neoliberale; hanno anticipato i risultati della loro ricerca sulla rivista “Jacobin Magazine” di fine settembre, pubblicando un capitolo del loro libro The Wikileaks Files: The World According to the Us Empire.

Le conclusioni dei due studiosi non ci sorprendono: queste manovre destabilizzatrici, la ripartizione di fondi per attivare gruppi di dissenso e di provocazione, lo zampino delle ambasciate degli Stati Uniti in gran parte delle dimostrazioni antigovernative, sono state denunciate più e più volte dagli stessi governi e dai loro presidenti. Ma adesso sono le carte a parlare, le carte provenienti dai sancta sanctorum dei servizi statunitensi e dei dipartimenti di quel governo.

Le manovre destabilizzanti, per quindici anni, sono state rivolte verso Il Venezuela, il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, la Bolivia, l’Honduras, l’Ecuador, il Nicaragua e il Paraguay. In Honduras e in Paraguay ce l’hanno fatta; gli altri paesi si sono dimostrati ossi molto più duri del previsto, ma si sa –gutta cavat lapidem– a furia di corrompere, di destabilizzare, di provocare, si logora l’entusiasmo, la partecipazione e la speranza.

Non è nuova nemmeno –ma adesso è provata dai documenti- la partecipazione degli Stati Uniti al golpe in Venezuela contro Hugo Chávez del 2002. Gli USA addestrarono e appoggiarono i leader studenteschi, anche i più aggressivi, anche quelli che proclamavano di voler linciare il presidente eletto. Fra i più facinorosi, è giusto ricordarlo, si era distinto già Leopoldo López che ci ha riprovato durante le sommosse note come “guarimbas”, determinate ad ottenere “la salida”, l’uscita di scena di Nicolás Maduro e del suo Governo. Leopoldo López è stato condannato a 13 anni e questa condanna ha suscitato lo sdegno di una manciata di ex presidenti latinoamericani, alcuni dei quali impresentabili, e del rocambolesco Felipe González, ex leader socialista spagnolo, ora votato a difendere “prigionieri politici” in giro per il mondo. Incautamente, anche qualche deputato del nostro PD si è unito alla campagna che esige che il Venezuela venga punito, bloccato, sanzionato, per aver arrestato, giudicato, condannato un uomo che, già nel 2002 aveva avuto la vigliaccheria di assaltare la casa di un ministro paralitico e di picchiarlo selvaggiamente davanti a moglie e figli.

La notizia, ripeto, non è nuova. Basta scorrere gli interventi dei leader latinoamericani negli ultimi, importanti eventi, dal Vertice delle Americhe, alla CELAC, alla 70 Assemblea Generale dell’ONU, per comprovare che hanno parlato tutti forte e chiaro, che hanno lanciato accuse gravi e motivate. Ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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