Alessandra Riccio – Formalizzazione, non normalizzazione

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Formalizzazione, non normalizzazione. Il sociologo Aurelio Alonso, in una recente intervista, precisa con queste parole lo stato dei lavori in quello che in questa tavola rotonda vediamo definito come “dialogo” fra gli Stati Uniti e Cuba*. Dal 17 dicembre 2014 ad oggi, sono trascorsi nove mesi ma non si è verificato nessun sostanziale cambiamento nei complessi rapporti fra i due paesi, se si eccettua l’apertura delle due ambasciate per altro, sia a Washington che all’Avana, negli stessi luoghi in cui da decenni stavano funzionando gli “uffici di interesse”. Va anche rilevato che il Congresso statunitense non ha ancora approvato la nomina del suo ambasciatore.

Il Presidente Obama ha addolcito alcune restrizioni che riguardano soprattutto i rapporti familiari fra cubani dell’isola e cubano-americani nel campo delle rimesse di denaro e dei viaggi. Ha anche favorito, dietro pressanti richieste e quando ormai molti Stati dell’Unione lo consentivano, l’esportazione di prodotti agricoli, soprattutto grano, a Cuba. Tuttavia, ancora lo scorso 11 settembre, il Presidente firmava l’annuale rinnovo (fino al 2016) dell’applicazione della legge di commercio con il nemico che include ancora, paradossalmente, l’isola ribelle. Cuba, infatti, è dichiarata paese nemico dagli Stati Uniti con una legge di Stato che Obama a quanto pare non può rimuovere.

Viene da chiedersi che cosa abbia indotto, il 17 dicembre 2014, il primo presidente di colore di quel grande paese a decidersi a dichiarare inutile e controproducente la politica di undici amministrazioni verso l’isola ribelle, ben sapendo che non era nelle sue facoltà né la cancellazione della indebita classificazione di paese nemico, né quella delll’embargo (che i cubani hanno sempre chiamato “blocco economico, commerciale e finanziario”) e anche senso abbia riallacciare relazioni diplomatiche con un paese che, per legge, è considerato “nemico”.

Tutti ricordiamo la sequenza delle dichiarazioni dei due Presidenti, il riconoscimento della mediazione della Chiesa cattolica, l’intenzione di avviare rapporti rispettosi. Gli echi della stampa sono stati enormi e il “dialogo” fra i due paesi continua a far notizia. Eppure, in questi dieci mesi qualcosa è cambiato e, temo, non in meglio. Se Raúl Castro ad aprile, nel suo discorso al Vertice delle Americhe in Panama, dichiarava di credere nella buona fede di Obama, a settembre la pazienza del governo cubano sembra vacillare; a giugno il Rapporto di Cuba sulla Risoluzione 65/5 delle Nazioni Unite dal titolo “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba” conteneva, nelle sue conclusioni, la frase che cito: “Il Presidente USA dovrebbe concretizzare la sua volontà e utilizzare le sue ampie prerogative esecutive per svuotare il blocco del suo contenuto più sostanziale e negativo, mostrando di essere conseguente e di rispettare il richiamo della comunità internazionale rispetto a questa politica”. La comunità internazionale, infatti, ha riconosciuto in ventitré occasioni che il blocco è “assurdo, illegale e moralmente insostenibile” e lascia perplessi (mi lascia perplessa) la decisione di Obama di riallacciare i rapporti con Cuba sapendo di non poter far molto per rimuovere i provvedimenti coercitivi, destabilizzanti e usurpatori che sono corollario del loro embargo[1]. Nel suo discorso alla 70° Assemblea Generale delle Nazioni Unite del settembre scorso, Raúl Castro ha affermato con chiarezza e precisione: “Sta iniziando adesso un lungo e complesso processo di normalizzazione delle relazioni, che si raggiungerà quando verrà posta fine al blocco economico, commerciale e finanziario; quando sarà restituito a Cuba il territorio occupato illegalmente dalla Base Navale di Guantánamo, quando cesseranno le trasmissioni radiofoniche e televisive e i programmi di sovversione e destabilizzazione contro l’isola, e quando il nostro popolo verrà indennizzato per i danni umani ed economici che ancora patisce”.

Obama sostiene di non poter rimuovere il blocco, di non intendere neanche parlare della restituzione di Guantánamo e quanto a interrompere le trasmissioni radiofoniche e televisive e i suoi programmi di sovversione, silenzio assoluto. Sul tavolo delle trattative c’è, però, il tema degli indennizzi che riguardano tanto gli espropri di proprietà statunitensi fatti dalla rivoluzione come i danni causati dal blocco alla nazione cubana. E ci sono infinite questioni bilaterali, problemi migratori, applicazioni di leggi internazionali, insomma un ginepraio al quale stanno lavorando con alacre prudenza i funzionari dei due paesi.

Personalmente, non credo che Cuba debba rinunciare a nessuno dei punti indicati da Raúl , che costituiscono flagranti violazioni del diritto internazionale, e quanto alla questione dei diritti umani, che da anni costituisce il perno della politica ostile a Cuba, i dirigenti dell’isola sanno bene che ormai gli Stati Uniti non possono ergersi a controllori e difensori di quei diritti che essi stessi hanno violato e violano sia nel loro territorio che nel resto del mondo.

Il gran gesto di Obama –perché riconoscere l’inutilità di una politica aggressiva e sproporzionata praticata per cinquantatré anni è un gran gesto- è conseguenza della constatazione di essere rimasti isolati proprio in quel cortile di casa in cui gli Stati Uniti hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Dal 2005, quando nel IV Vertice delle Americhe a Mar del Plata, il progetto di un’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) è fallito miseramente; quando nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) si è cominciato ad esigere la presenza di Cuba in quel consesso; dopo Trinidad Tobago, quando Chávez offriva a Obama il libro di Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina; dopo Panama, anche un sordo avrebbe capito che adesso, nel continente, a restare isolati erano gli Stati Uniti. Questa solitudine andava spezzata e Obama ha usato le parole definitive: in fin dei conti, siamo tutti americani. Ha anche dovuto tener conto delle pressioni degli industriali e degli imprenditori del suo paese che non vogliono vedersi sfuggire l’affare Cuba e, certamente, del consenso ormai più che ventennale conseguito da Cuba alle Nazioni Unite sul tema del blocco. E sarà davvero interessante capire, nella prossima riunione di Ginevra, come voteranno gli Stati Uniti a cui probabilmente verrà a mancare il servile voto dello Stato di Palau e Isole Marshal che ha appena riannodato i rapporti con Cuba, sulla risoluzione in cui vengono accusati ormai da 23 anni di mantenere un provvedimento assurdo, illegale e moralmente insostenibile proprio con il paese con il quale hanno appena ripreso i rapporti diplomatici.

Ma la nuova situazione, che si è aperta il 17 dicembre 2014, coinvolge a fondo la società cubana, da cinquantaquattro anni amputata del suo più immediato e attraente vicino di casa. Il dibattito è aperto e non da oggi e, pur se non trapela nella stampa e nei mezzi di comunicazione, tutti di proprietà statale, impazza nella rete, nei social, nei blog; per questo, prestare attenzione al dibattito è estremamente utile. E, a proposito di circolazione dell’informazione, scommetterei che tutti gli ostacoli posti dagli Stati Uniti ai collegamenti alla rete del sistema informatico cubano, saranno presto rimossi, visti i vantaggi che ne possono derivare nell’ambito della destabilizzazione, come avrebbe dovuto dimostrare il fallito progetto zunzuneo.

Faccio ricorso al pensiero di Darío Machado Rodríguez, che occupa la cattedra di giornalismo investigativo del Centro Studi della Facoltà di giornalismo José Martí, che mi sembra particolarmente lucido rispetto alle incognite del futuro prossimo della rivoluzione cubana. Secondo questo studioso, negli ultimi anni la rivoluzione ha avviato profonde riforme che restaurano e ampliano la proprietà privata, che riattivano il mercato con la conseguente comparsa di tendenze all’individualismo, all’egoismo e all’avidità di lucro e al risorgere di vecchie ideologie liberali dipendenti. Il cambiamento dei rapporti con gli Stati Uniti incentiva queste tendenze sia per un naturale processo prodotto dalle aperture al mondo circostante, sia per le intenzioni politiche degli Stati Uniti verso la nazione cubana, chiaramente espresse sia da Obama il 17 dicembre che da Kerry il 14 agosto all’Avana, durante la riapertura della sede diplomatica. Sulle intenzioni della grande potenza continentale non si possono avere dubbi né fare dietrologia.

Caminante, no hay camino. Se hace camino al andar, avvertiva il grande poeta spagnolo Antonio Machado. I cubani si trovano adesso di fronte all’impegno di andare costruendo il proprio cammino in un tempo di incertezza globale ma con una consapevolezza ben descritta da un commento apparso sul blog “La Joven Cuba”: “Le ultime generazioni di cubani sono ormai stanche della resistenza strenua, di sacche di arretratezza tecnologica, ma sanno anche di essere gli eredi di una epopea del novecento”.

Quell’epopea e quella resistenza sono state davvero fondamentali per testimoniare al mondo (e soprattutto al Terzo Mondo) che un altro mondo è possibile. La rivoluzione cubana e Fidel Castro hanno lavorato per dare consapevolezza al subcontinente latinoamericano del proprio diritto alla sovranità nazionale, alla giustizia e all’uguaglianza. Sarà la storia a dirci, in futuro, le conseguenze che questa epopea avrà prodotto. Per il momento, Cuba esce da una fase della storia a testa alta e ben preparata per le prossime, inevitabili battaglie interne ed esterne.

Voglio concludere citando le parole di Ana Belén Montes, una funzionaria della DIA (Defense Intelligence Agency) condannata a venticinque anni di carcere per aver trasmesso a Cuba notizie top secret. Da tredici anni in stretto isolamento, senza poter ricevere visite né telefonate, senza poter parlare con nessuno, aveva dichiarato nel 2002 davanti al tribunale che la condannava: “Noi abbiamo dimostrato intolleranza e disprezzo verso Cuba per quaranta anni. Non abbiamo mai rispettato il diritto di Cuba di decidere il proprio destino, i suoi ideali di uguaglianza e di giustizia. Non capisco perché continuiamo a cercare di imporre come Cuba deve scegliere i suoi dirigenti, chi non deve essere un leader e quali leggi sono più adeguate per quella nazione. Perché non li lasciamo decidere come desiderano condurre le loro questioni interne, come gli Stati Uniti fanno da più di due secoli? Il mio maggior desiderio sarebbe veder sorgere una relazione amichevole fra Stati Uniti e Cuba. Spero che il mio caso, in qualche modo, stimoli il nostro governo ad abbandonare la sua ostilità verso Cuba e lavori, insieme all’Avana, con spirito di tolleranza, di rispetto mutuo e d’ intesa.”

Fuggito dalle rovine di Troia dopo una micidiale guerra durata dieci anni, nell’Eneide di Virgilio, l’eroe sopravvissuto lancia un ammonimento che è un buon viatico per il futuro prossimo dell’isola: “Timeo Danaos, et dona ferentes”.

[1] – Esteban Morales ha scritto in proposito: “ Obama non è stato capace neanche di togliere definitivamente le norme leonine che hanno regolato il commercio sui generis fra i due paesi fino ad ora. Ma Obama può manifestare buone intenzioni quando non è neanche capace di cambiare il commercio che abbiamo effettuato, senza crediti, pagando cash prima che le merci arrivino a Cuba, merci che non possono essere trasportate da navi cubane e nel cui processo l’isola non può vendere niente agli Stati Uniti? Non credo che Obama, con tutto rispetto, sia un “illuso” fino al punto di non riuscire a spiegarsi perché Cuba abbia diminuito questo commercio che credo continuerà a diminuire fino a renderlo zero, rivolgendosi ad altri mercati non altrettanto vicini ma più logici economicamente parlando. Contemporaneamente, Cuba ha accettato più voli charter, ma non è disposta ad accettare che le operazioni degli Stati Uniti siano dirette e omettano i canali cubani stabiliti”: (https://lapupilainsomne.wordpress.com/2015/10/10/la-prepotencia-los-mata-y-la-mala-idea-tambien-por-esteban-morales/)

* Il 14 ottobre 2015 si è tenuta presso l’Università degli Studi di Napoli – L’Orientale, una tavola rotonda dal titolo CUBA USA, L’ORA DEL DIALOGO, con interventi di Roberto Da Rin, del Sole 24 ore, Carlos Martí, ex vice ministro di Cultura di Cuba, Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique-Spagna, e Alessandra Riccio, condirettrice di Latinoamerica. Qui sopra ilmio intervento.

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