Helena Villagra – Accendere la vita

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Helena Villagra ha vissuto per quaranta anni al fianco di Eduardo Galeano che le dedicato quasi tutti i suoi libri. Qualche giorno fa, l’Università messicana di Guadalajara ha insignito il grande scrittore scomparso della laurea honoris causa. Nel riceverla a nome del marito, Helena Villagra ha voluto dedicarla ai 43 desaparecidos di Ayotzinapa, con queste parole in cui risuona l’eco dell’etica e dell’impegno del più amato degli scrittori uruguayani.

 

Voglio, innanzitutto, esprimere gratitudine per questo dottorato honoris causa al mio caro Eduardo, e quando dico mio, so che è anche vostro. Voglio dirvi quanto mi emozione essere qui … vedere tanti amici carissimi e sentire la presenza di coloro che ci riuniscono dalla lontananza.

In questo tempo della sua assenza, ho condiviso con voi quel testo di Eduardo su un uomo del villaggio di Neguá … che, dalla costa colombiana … è potuto salire in cielo: “al suo ritorno raccontò. Ci disse di aver contemplato, da lassú, la vita umana. E ha detto che siamo un mare di fuocherelli. Il mondo è questo, ha rivelato, un sacco di gente, un mare di fuocherelli. Ognuno brilla di luce propria in mezzo a tutti gli altri. Non ci sono due fuochi uguali. Ci sono fuochi grandi e fuochi piccoli e fuochi di tutti i colori. C’è gente di fuoco, fuoco sereno che non si accorge neanche del vento, e gente dal fuoco pazzo, che riempie l’aria di scintille. Alcuni fuochi, fuochi fatui, non illuminano e non bruciano, ma altri ardono la vita con tanta voglia che non si possono guardare senza socchiudere gli occhi, e chi vi si avvicina, si accende.”

Eduardo era questo fuoco…contagioso incendiario.

Torno ancora al libro che ha abbracciato tanti e tante, dove ricordare significava ripassare per il cuore. Per questo voglio raccontarvi qualcosa di molto personale.

Dopo il 13 aprile, quando se ne andò via, sono rimasta prigioniera dello stordimento e del dolore. Mi sono chiusa nel mio guscio: non volevo, non potevo uscire dalla nostra casa, fino a quasi un mese dopo. Sono uscita solo una volta per la cerimonia che lui aveva voluto: le sue ceneri mischiate con il Rio de la Plata, che lui chiamava sempre fiume-mare. In quel saluto ci accompagnavano i parenti più stretti, gli amici più cari e i fiori del nostro giardino. E naturalmente il nostro Maco, il cagnolino. E’ stata una cerimonia semplice e bella.

Più tardi, quando ancora l’aria feriva, ho letto una cosa che mi ha smosso. Ayotzinapa arrivava a Montevideo: era annunciata una marcia per la fine di maggio, a mezzogiorno, verso l’ambasciata del Messico. Non ho esitato; mi sono detta: “Devo andarci”, per me, per il compagno della mia vita. E’ certo che ci saremmo andati insieme dopo il dolore con il quale avevamo vissuto insieme tutto quanto era avvenuto quel 26 di settembre. E ci sono andata, con la mia bandierina nera, perché nel nero si riuniscono i colori e il silenzio parla. A mezzogiorno, ripeto, la marcia è arrivata all’ambasciata del Messico, protetta, circondata dalla polizia che la difendeva. Mi sono chiesta: da chi la difende? Dalle madri e dai padri che sono venuti qui? Da noi che vogliamo essere solidali con il loro dolore e con la loro lotta? E in questa frontiera con l’assurdo, verso la fine, ecco una ragazza con un cartello e con il suo accento messicano, che recita Los nadies

Per puro caso, mi trovavo proprio vicino a lei, anonima, nella cornice di quel silenzio, quando ha ricordato a tutti il senso di quelle frasi:

I nessuno, i figli di nessuno.

I padroni di nulla

I niente: i nessuno, i dimenticati.

Che non hanno faccia, ma braccia

Che non hanno nome, ma numero

Che non figurano nella storia universale, ma nella cronaca nera della stampa locale

I niente, che costano meno della pallottola che li uccide.

Io ed Eduardo abbiamo camminato molte volte per le strade del Messico-abbraccio, del Messico generoso, quello che ha accolto i rifugiati di tanti mondi, e tanti amici che fuggivano dalle dittature del Sud. Il Messico bello degli scheletri e dei boleri, quello dei cibi saporiti e piccanti, che a noi piaceva tanto. Ricordo i nostri pellegrinaggi in Chapas, negli accampamenti di Oventic, con Carlos Monsiváis, tanto amato. Quando l’abbraccio ne La Realidad rendeva evidente un tempo della coscienza che cercava di cambiare il tempo delle cose che passano. Nel celebrare quell’incontro, mi ha fatto piacere che dall’eco del Chiapas lo chiamassero “il raccoglitore di pioggia” e “delle pietre di sotto”.

E in un altro luogo dimenticato del mondo, dove la libertà è l’anelito di ogni giorno, per i saharaui, figli del deserto, Eduardo era il fratello “inseguitore delle nuvole”.

E allora, per concludere:

Signor rettore, membri della comunità dell’Università di Guadalajara, cari amici, con il dolore della sua assenza, che lo porta con amore nel presente, con l’orgoglio di averlo scelto come mio compagno di vita, nel nostro andare quarant’anni insieme. Con Eduardo, sempre coerente fra le cose che sentiva, viveva, pensava, scriveva. Per la sua permanente volontà di bellezza e di giustizia. E per riunire i fuocherelli, come nella storia di Neguá, affinché la vita si accenda. Come so che Eduardo avrebbe voluto. Dedico in suo nome questo dottorato honoris causa concesso dall’Università di Guadalajara, alla lotta di questi Nessuno dottorati in Ayotzinapa, i carissimi 43, che hanno insegnato al mondo che i muscoli della coscienza sono antidoti contro lo spavento, e che in questi tempi dove non abbonda la solidarietà, ci sono molti cuori decenti che battono all’unisono.

Grazie, Eduardo, l’ abeio dei nostri nipoti, mio carissimo Dudù, per tutte queste vite, quelle dei tanti nessuno del mondo che si riconoscono nei tuoi scritti.

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