Alessandra Riccio -Panama, dicembre 1989

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Era il 1989, era la settimana di Natale, ma a Cuba, allora, il Natale era in disuso. Ci si preparava invece a festeggiare il primo gennaio, anniversario della fuga di Batista dall’Avana e dell’arrivo dei barbudos in città, insomma, il trentesimo anniversario della Rivoluzione cubana. Ma non si stava tranquilli, ancor meno io –corrispondente dell’Unità in quel paese e in Centroamerica-, visto che proprio il 20 dicembre era accaduto l’incredibile: con una operazione coperta che comprendeva il più grande assalto aereo statunitense dopo la seconda guerra mondiale oltre ad operazioni di terra anche con l’impiego dei temibili SEALS (per intenderci, il corpo speciale dei marines che avrebbero poi fatto fuori Osama Bin Laden), gli Stati Uniti invadevano il Panama per arrestare il capo del governo, generale Antonio Noriega, accusato di narcotraffico e di violare i diritti umani; per proteggere la vita dei cittadini americani di stanza a Panama e, naturalmente, per difendere la democrazia. Il Presidente George Bush padre aveva fatto della lotta al narcotraffico il pretesto perfetto per sguinzagliare i suoi soldati e gli agenti della DEA e della CIA in tutto il “cortile di casa”.

Dopo venticinque anni da quell’avvenimento e dopo le successive malefatte di suo figlio George W., viene da chiedersi come sia possibile che questa ricca famiglia texana non solo non sia mai stata imputata per i disastri che hanno seminato per il mondo, ma che ancora si faccia il nome di un terzo Bush come candidato alla presidenza.

Già da qualche tempo gli Stati Uniti avevano messo sotto accusa il vecchio compare della CIA, Antonio Noriega, ma sotto accusa era anche il generale Raúl Castro, a capo delle forze armate cubane, processato in contumacia da un tribunale della Florida per narcotraffico insieme al capo della Marina, l’ammiraglio Aldo Santamaria e ad altri alti gradi dell’esercito rivoluzionario cubano. Qualche mese prima era scoppiato il difficile e doloroso caso del generale Arnaldo Ochoa condannato a morte per tradimento alla patria per aver stabilito dei contatti con il cartel del famigerato capo del narcotraffico colombiano, Pablo Escobar.

In quei giorni era possibile ipotizzare che l’inaudita invasione del Panama per arrestare un solo uomo potesse replicarsi anche a Cuba, isola ribelle e spina nel fianco del potere imperiale USA. E’ per questo, che in quelle notti seguenti al 20 dicembre, la sirena di un’ambulanza, svegliandoti di notte, poteva farti temere un attacco aereo sull’isola. Non fui la sola, in quei giorni, a credere che una simile eventualità fosse, non solo possibile, ma anche prossima.

Ero stata un paio di volte a Panama dove, a maggio dell’89, Noriega sconfitto nelle urne, aveva annullato il risultato di quelle elezioni e si manteneva al potere in una situazione piuttosto confusa e violenta. Ho ancora impressa nella memoria l’uscita da una chiesa dopo la messa domenicale, del candidato alla vicepresidenza Bill Ford che, qualche giorno prima aveva esibito davanti alle telecamere e ai flash la sua camicia macchiata di sangue per il gesto violento delle Brigate della Dignità, il corpo di miliziani voluto da Noriega. Alcune signore molto eleganti, pettinatissime e profumatissime, ci mostravano le pistole che portavano nel cruscotto delle loro belle auto, pronte a tutto per difendere il risultato elettorale e per cacciare il malvisto Noriega, “cara e’ piña”. Il quale Noriega si offriva ai giornalisti con grande e vanitosa disponibilità; si diceva buddista, vegano, mistico ma anche soldato disposto a tutto e patriota, difensore della sovranità del suo paese. Faceva grande affidamento sulle Brigate della Dignità ma disponeva anche di un corpo di élite che –diceva- si muoveva più silenziosamente di un serpente e colpiva con più forza di un giaguaro. Millantava, Noriega, già a libro paga della CIA, poi convertito al patriottismo sull’esempio del generale Omar Torrijos, ucciso in un misterioso incidente aereo, e adesso nemico numero uno degli Stati Uniti d’America; sequestrato dai suoi oppositori, era riuscito a sfuggire dalle loro grinfie, mentre la tensione fra i soldati yankee di stanza a Panama (circa 10.000) e le milizie e i regolari di Noriega era sempre più forte con continue e reciproche provocazioni. Che il Panama fosse un caos non era una novità: quel paese è un’ invenzione degli stessi Stati Uniti che ne guidarono la scissione dalla Colombia, per facilitare i lavori del Canale, dopo essersi sostituiti ai francesi all’inizio del 1900. La sua storia di poco più di cento anni è quella di un porto franco, di un luogo di transito, di contrabbandi, di traffici dei ogni tipo, compreso il traffico di persone cominciato con i colossali lavori per l’apertura del canale, che è ancora oggi reso evidente dalla grande presenza di discendenti di africani e di asiatici nella popolazione panamense. Non è facile capire cosa abbia indotto Bush ad invadere quel piccolo paese con un operativo che ha coinvolto 25.000 effettivi, aerei e truppe paracadutate, in quel 20 dicembre, senza aver dato nessun previo avvertimento e nel cuor della notte, quando la popolazione civile dormiva tranquillamente nelle proprie case.

Da Cuba noi corrispondenti della stampa estera eravamo pronti a imbarcarci immediatamente nel volo di circa un’ora per Città del Panama ma, con grande sorpresa, abbiamo appreso che l’aeroporto era nelle mani delle truppe di invasione nordamericane le quali autorizzavano solo l’atterraggio di poche, grandi agenzie di stampa. Delusi e arrabbiati, noi corrispondenti di giornali dei partiti comunisti, abbiamo poi sentito i racconti dei colleghi che ci erano sembrati più fortunati e che, invece, erano rimasti chiusi in aeroporto, informati nei breefing dai militari statunitensi di quanto avveniva secondo una vulgata scandalosamente parziale. E’ lì che ho sentito parlare, per la prima volta, di giornalisti “embedded”.

L’invasione si è svolta a sorpresa e senza testimoni. In pochi giorni sono state scaricate bombe al fosforo bianco, è stato distrutto il quartiere operaio di El Chorrillo, sono stati uccisi fra i 3.000 e i 5.000 civili e qualche decina di soldati nordamericani; Noriega è stato inseguito e braccato per giorni; l’ambasciata di Cuba –sospettata di dare rifugio al generale, ha subito un assedio di vari giorni, bloccate le sue uscite, tenuta sotto la mira delle armi yankee. Quando gli invasori hanno saputo che Noriega aveva ottenuto asilo nella Nunziatura apostolica, non hanno solo assediato la sede diplomatica del Vaticano, hanno anche messo in atto, per tre giorni, un’originale forma di coercizione per costringere il rifugiato ad arrendersi: giorno e notte altoparlanti a volume intollerabile hanno sparato musica heavy metal finché Noriega è stato stanato, immagino con un sollievo enorme per il personale della Nunziatura. Durante la caccia, un gruppo di truppe speciali si era diretto al piccolo aeroporto per velivoli privati, dove si trovava l’aereo del presidente, convinti che fosse custodito da poco personale. Pare invece che si trovassero lì molte più persone che, anche se non sono riuscite a impedire la distruzione degli aerei, hanno provocato il maggior numero di vittime fra i soldati invasori.

Con l’anno nuovo, il Panama si è risvegliato con un nuovo Presidente, Guillermo Endara, che aveva giurato la notte stessa dell’invasione, nei locali del Comando Sud statunitense. Il 12 gennaio, quando Bush ha dichiarato conclusa l’operazione “Justa Causa”, il Panama stordito e annichilito dalla violenza degli avvenimenti, dalle morti e dalle distruzioni, ha avuto solo voglia di dimenticare in fretta.

Questo eccidio poteva finire come il massacro di operai della compagnia bananiera, raccontata da Gabriel García Márquez in Cento anni di solitudine, cioè come una strage mai avvenuta, se film, documentari, foto, e soprattutto il coraggioso “El engaño de Panamá” della regista Barbara Trent, premiato con l’Oscar per il miglior documentario nel 1992, non fossero ancora lì a mostrarci immagini tragiche di una violenza irragionevole. Fosse o no il vero scopo di Bush, l’invasione del Panama è stata anche una cinica esercitazione militare in vista della guerra all’Irak. Che ne abbiano pagato il prezzo qualche migliaio di civili panamensi, non ha scandalizzato nessuno, neanche in Europa dove anche la redazione dell’Unità, sconvolta dalle foto sensazionalistiche dei cadaveri di Timisoara, in Romania, non badarono a quanto avveniva in Panama. Qualche tempo dopo, le immagini dei morti di Timisoara si sono rivelate frutto di una messa in scena creata allo scopo di liquidare Ceasescu e moglie senza accordare loro neanche l’ombra di un processo.

Da allora, scenari simili si sono ripetuti in giro per il mondo e anche se ormai il gioco appare chiaro a molti, si direbbe che funzioni ancora: demonizzare un uomo, distruggere un paese sono ormai strategie abituali, ma il linguaggio con cui vengono narrate parla di diritti umani, di democrazia da salvare, costi quel che costi, dalle grinfie di spietati dittatori.

Da quei giorni e quelle notti drammatiche a cavallo fra il 1989 e il 1990, ho imparato a mettere in dubbio le versioni ufficiali e a diffidare degli Stati Uniti d’America.

 

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