Fernando Moyano* – Haiti

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La sinistra uruguayana ha sempre sofferto per la presenza dei suoi militari ad Haiti, sotto i caschi blu delle Nazioni Unite. In questi giorni in cui le piazze dell’isola esplodono e nessuno intravvede una soluzione per quel disgraziato paese, il giornalista Fernando Moyano ci spiega alcune cose.

 

Martelly è riuscito nella difficile impresa di unificare il popolo haitiano. Ad unificarlo contro lui stesso. Il rifiuto unanime degli otto candidati dell’opposizione alla scadenza elettorale del 24 gennaio, la rinuncia di vari membri del Comitato Elettorale Provvisorio per cui questo organismo non può funzionare, e le manifestazioni di massa che rendono inefficace qualunque possibile controllo della polizia, hanno condotto forzatamente alla sospensione di questa farsa programmata per la continuità del regime, che adesso è stato ridotto all’angolo.

L’enorme frammentazione politica haitiana –quaranta partiti e forse più- rappresenta un grande ostacolo nella lotta attuale contro la dittatura duvalierista di Martelly, sostenuta esplicitamente anche dalle Nazioni Unite con il loro intervento armato, dall’Organizzazione degli Stati Americani, dall’Unione Europea e da vari organismi ad hoc nel nuovo stile dell’ “imperialismo collettivo”.

Questa frammentazione, il fatto che “tutti vogliono essere presidente” di cui parlava lo scrittore Jaques-Stephen Alexis, può essere il prodotto di una condizione della società haitiana che a noi sembra piuttosto strana. Dieci milioni, ma solo 300.000 circa sono lavoratori salariati.

Una grande sopravvivenza dell’economia familiare contadina, causata dalla difficoltà di impiantare un capitalismo tipico in questa società in cui gli schiavi hanno liberato se stessi per la rovina dell’economia tradizionale in quell’epoca di capitalismo globalizzato, trascina questo paese molto povero, disuguale e polarizzato, questa isola d’Africa nel Caribe, in un enclave sensibile che fa parte della Nostra America con una rete di vincoli con la sua storia e con la sua lotta.

Lì il fallimento della costruzione di uno stato neo-coloniale moderno e stabile nello stesso tempo, di una “Cina tascabile” per gli investimenti capitalisti, ha indotto a montare il recente esperimento di un intervento armato multilaterale “stabilizzatore”, iniziata dodici anni fa, con l’invasione che ha rimosso e sequestrato il presidente Aristide.

Hanno riempito di polvere da sparo il barile e ci si sono seduti sopra. E’ finita come doveva finire, l’unica novità è che è stata l’ostinazione di Martelly a restare incollato alla poltrona ad accendere la miccia, anche se in realtà quell’ostinazione a sua volta è il frutto della difficoltà a generare un ricambio tranquillo e sicuro in una società terribilmente polarizzata.

Da qui non posso dire cosa succederà laggiù, ma non mi pare che la soluzione verrà dall’appello che adesso stanno lanciando gli “otto candidati oppositori”, di evitare il “trionfalismo”. Sembrerebbe piuttosto il contrario; se le cose andranno per la strada che hanno percorso tradizionalmente le insurrezioni proletarie, bisognerà approfondire ed estendere l’avanzamento il più possibile, in quanto unico modo per non perdere poi nella lega quello che si è guadagnato in campo.

Haiti ha sempre proceduto con un’andatura diversa rispetto al nostro continente, in parallelo, ma controcorrente.

L’esperimento neo-coloniale haitiano è cominciato in simultanea con il ciclo di regimi post-neoliberali nel nostro continente, socialdemocratici, socialiberali, e/o nazionalisti. L’architettura del progetto includeva una quota sub-imperiale per alcuni di loro. La fratellanza continentale cominciava con l’abuso del fratello minore. Tutto ciò circa dieci anni fa.

Adesso le due parti entrano in crisi simultaneamente, e il crollo dell’esperimento neo-coloniale haitiano trova questo sostegno sub-imperiale d’accatto troppo occupato da problemi interni di ciascuna delle sue varianti, per andarsi a cercare nuovi problemi. Quel fratello problematico è stato lasciato a se stesso.

Ma non sarà così semplice, perché l’ordine imperialista ha sempre bisogno della continuità di quest’isola, una prigione per gli haitiani nel loro stesso paese. Non ha più con che pagare la terziarizzazione mercenaria, ma continua a reclamare a quei regimi i servizi per cui si sono impegnati.

Come sempre, gli uruguayani 100% crederanno di vederci una nuova opportunità per mostrare il suo “differenziale”, ma la cosa è più complicata.

E’ complicata perché si è complicata ad Haiti. I servizi mercenari dello Stato uruguayano sono un’offerta sostitutiva delle esportazioni tradizionali, che adesso attraversano tempi difficili. Si appoggiano sull’interesse corporativo della “famiglia militare”, che il regime attuale rispetta grazie a un patto strategico di convivenza. Il problema è che i “nostri soldati della patria” non sono preparati a giocare duro, non sono voluti andare in Africa Centrale perché non sono preparati per una vera guerra.

Dunque adesso, se Haiti esplode come l’Africa, non sarà una destinazione comoda per i MINUSTURISTI.

Un mese fa il parlamento uruguayano ha nuovamente prorogato la presenza di truppe ad Haiti. In maniera davvero irresponsabile hanno dato per certo che il “processo elettorale” si sarebbe concluso.

Il sottosegretario alla Difesa, Jorge Menéndez, ha sbandierato il concetto razzista che non ci si doveva aspettare da Haiti un processo democratico “come quello uruguayano”. In realtà, lo specchio haitiano riflette il processo dittatoriale uruguayano del 1973, come ha affermato lo stesso Luis Almagro quando era ministro degli Esteri, quando, insieme a Mujica, ha dichiarato che l’Uruguay non sarebbe stato la guardia pretoriana di una dittatura.

Non sarà grazie a loro se l’Uruguay domani abbandonerà il suo ruolo. Sarà perché questo ruolo ben presto non sarà più gratis.

 

*Giornalista e ricercatore uruguayano, dirige la rivista “Alfaguara” di Montevideo. (Resumen Latinoamericano, 26.1.2016)

 

 

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