Alessandra Riccio -Corvalán e Napoli

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Si sa che la giustizia tarda e che non sempre arriva. Ma ci sono notizie che riaccendono la speranza non che giustizia sia fatta, ma che la storia possa essere scritta alla luce della verità dei fatti, fatti documentati e indiscutibili.

Una notizia di questi giorni mi ha riportato indietro di molti anni. Un giudice della Corte d’Appello di Santiago del Cile sta processando 16 membri dell’Esercito ed altri con l’accusa di aver sequestrato e torturato, nelle prime settimane del golpe del 1973, nello Stadio Nazionale, Luis Alberto Corvalán Castillo che all’epoca aveva 25 anni, era ingegnere agronomo, sposato con un figlio. Testimoni oculari come suo cognato, arrestato insieme a lui, e altri prigionieri dello Stadio, hanno raccontato delle torture prolungate, del corpo lasciato per terra per ore, delle scariche elettriche e hanno indicato in membri dell’Esercito, dei Carabineros e perfino di medici civili, incaricati di somministrare il pentotal per rianimarlo, gli spietati torturatori.

Sua madre, che non si rassegnava alla scomparsa del figlio, era riuscita ad entrare nello Stadio con un’amica della Croce Rossa ed era riuscita a vederlo gettato per terra, ferito e brutalizzato dopo una seduta di tortura. Trasferito nel campo di lavori forzati di Chacabuco, dove languiva anche il cantautore Angel Parra, era riuscito a mandare una cassetta dove aveva registrato la sua denuncia prima di essere trasferito a Tres Alamos, dove fu recluso anche suo padre, e da dove fu liberato ed espulso dal paese nel luglio del 1974, trovando asilo in Bulgaria ormai minato gravemente nel fisico. Morì l’anno seguente dopo vere appena terminato di scrivere Viví para contarlo, una testimonianza/denuncia delle torture subite e per la libertà di suo padre.

Perché suo padre era quel Luis Corvalán, segretario del partito comunista cileno, per la libertà del quale si sono spesi tanto i partiti comunisti del mondo, a cominciare dal Partito Comunista Italiano, fino ad ottenere uno scambio di prigionieri fra Santiago e Mosca, consentendogli così, insieme a sua moglie, di rifugiarsi in Russia dove sono restati fino al 1988. Durante la prigionia a Tres Alamos, Maurizio Valenzi, primo sindaco comunista di Napoli, era riuscito a mettersi in contatto telefonico con il segretario cileno. Fu una telefonata emozionante poiché la condanna dei comunisti italiani per il golpe di Pinochet fu davvero forte e sentita. Per Enrico Berlinguer il caso cileno fu materia di un’amara e importante riflessione politica. Ma anche la Democrazia Cristiana, i Socialisti, il Governo si sono spesi generosamente per offrire asilo ai tanti fuorusciti. Luis Corvalán fu molto grato a Valenzi per quella ardita telefonata e, non appena libero nel marzo del 1977, subito dopo aver visitato a Sofia la tomba del figlio, volle venire a ringraziare di persona il sindaco e la città di Napoli che lo accolse con una manifestazione molto numerosa a Piazza Matteotti. Io ricordo bene quella piazza gremita perché ero in alto e a fianco di Corvalán come interprete e dovetti controllare emozione e commozione per quell’evento, aiutata dalla signora Corvalán che, alle mie spalle, più volte mi ha suggerito parole che non conoscevo o non avevo ben compreso. Nei giorni seguenti li ho accompagnati alle Frattocchie dove fummo ospiti di quella accogliente e modesta casa che fu scuola di pensiero. Anche il sindaco comunista di Roma, Giulio Carlo Argan, ricevette i Corvalán in Campidoglio e li accompagnò sul meraviglioso balcone da cui si dominano i Fori Imperiali. Sempre accanto a lui per i miei doveri di interprete e sempre accanto a sua moglie, non ho mai dimenticato –insieme alla gioia per la solidarietà, l’accoglienza e l’aria che si respirava a Roma e a Napoli- il dolore che li univa per la morte del figlio, colpevole solo di avere per padre un ostinato e lucido combattente per l’uguaglianza e la giustizia.

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