Alessandra Riccio – Per un nuovo mondo possibile: Eduardo Galeano

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E’ già un anno che Eduardo Galeano ci ha lasciati e quel mondo possibile nel quale aveva sempre voluto credere, scricchiola da più parti, soprattutto nella sua America Latina. Dire che ci manca è un’ovvietà, eppure ci manca proprio il suo commento, il suo modo essenziale di portare i termini delle questioni nel loro giusto ordine, la sua parola rigorosamente razionale che aveva saputo mischiare al sentimento in quella sua straordinaria formula del “sentirpensando”, che conciliava gli yin e gli yang, l’intuito femminile e la ratio maschile, gli eccessi e l’avarizia, i diritti degli uni e quelli degli altri.

Non era uno storico, non era un sociologo né un antropologo: era un giornalista e la sua visione del mondo scaturisce dal contatto diretto con la realtà, dal saper vedere e dal saper ascoltare. Proprio prestare orecchio è stata la sua dote maggiore, insistente, fondamentale. Dai racconti altrui ha ricavato lezioni di vita, teorie filosofiche, orientamenti politici sempre aperti a nuove inclusioni, a punti di vista di diversa natura. Non è un esercizio facile, costa la fatica di rivisitare sempre le proprie convinzioni, il travaglio di vivere nel dubbio sistematico, nella lacerazione di un’ incessante resa dei conti. Galeano si è sottoposto a questa fatica di Sisifo senza perdere la bussola, senza mai lasciarsi travolgere dai venti delle mode, dai dictat di una storia scritta solo e sempre dal vincitore e neanche dal sentimento e dalla passione che lo conducevano inevitabilmente a sinistra.

E’ stato spietato, accorto e vigile verso i movimenti, che tanto amava, e ancor di più verso i governi che gli sembrava rappresentassero una speranza e ai quali la sua etica non consentiva di perdonare il minimo errore. Ha attraversato entusiasmi e delusioni militando attraverso i suoi scritti per un mondo nuovo possibile, lavorando ai fianchi il lettore per ricordargli che è dal singolo, dai suoi comportamenti, dalla sua sensibilità, che cresce il sentimento collettivo, le richieste di cambiamento, l’atteggiamento responsabile verso il mondo e i suoi destini. Prima delle ideologie, prima della politica, Galeano ha posto la persona nel suo contesto naturale, nella sua lingua, nelle sue tradizioni, nella sua storia.

L’ho incontrato tante volte, fin dai tempi ormai remoti del suo esilio a Calella, in Catalogna; ho avuto l’esperienza indimenticabile di ascoltare le sue affollatissime letture pubbliche, l’ho avuto a pranzo a casa mia, l’ho accompagnato talvolta in giro per la mia città o per L’Avana, ma l’immagine di lui che mi resta più dolorosamente impressa lo vede, insieme a tante personalità latinoamericane, sulla tribuna del Centro Olof Palme di Managua, come sempre vestito di nero, mentre Daniel Ortega riconosceva la sconfitta elettorale del movimento sandinista nel 1990. Già era caduto il muro di Berlino, l’Europa dell’Est si sgretolava, dopo poco sarebbe scomparsa anche l’Unione Sovietica. Vivere quel momento, in quella sede, non si può dimenticare. Altre sconfitte, altre delusioni sono seguite, ma anche altre vittorie e altri entusiasmi: l’ammirazione per quel che Chávez stava facendo in Venezuela, la possibilità ormai vicina di una integrazione latinoamericana, la resistenza di Cuba, il rifiuto continentale dell’ALCA, il gesto grandioso di Chávez quando, al Vertice di Trinidad Tobago nel 2009, mette nelle mani di Obama Le vene aperte dell’America Latina, il libro che inchioda gli Stati Uniti alle sue responsabilità nella regione. Quel suo libro fondamentale si consacra così come una specie di Bibbio del ventesimo secolo per le Americhe.

Galeano stava già combattendo la sua battaglia contro il cancro, si muoveva poco, ma scriveva sempre. La sua compagna Helena ha mantenuto la stessa discrezione con cui avevano vissuto la loro lunga vita insieme. Adesso, a un anno dalla morte, ha fatto pubblicare, postumo, El cazador de historias, il suo ultimo contributo alla storia del senza storia come dimostra questa sua Brevissima sintesi di storia contemporanea pubblicata su El País di oggi, 13 aprile 2016.

 

Brevissima sintesi di storia contemporanea

 

Ormai da qualche secolo i sudditi si sono mascherati da cittadini e le monarchie preferiscono chiamarsi repubbliche.

Le dittature locali che dicono di essere democratiche, aprono le loro porte al passo trascinante del mercato universale. In questo mondo, regno di liberi, tutti siamo uno. Ma siamo uno o non siamo nessuno? Compratori o comprati? Venditori o venduti? Spie o spiati?

Viviamo imprigionati da sbarre invisibili, traditi dalle macchine che simulano obbedienza e mentono, cibernetica impunità al servizio dei suoi padroni.

Le macchine comandano nelle case, nelle fabbriche, negli uffici, nelle piantagioni agricole, nelle miniere e nelle strade della città, dove noi pedoni siamo intralci che infastidiscono il traffico. E le macchine comandano anche nelle guerre, dove uccidono tanto o più dei guerrieri in uniforme.

 

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