Alessandra Riccio – Alba de Céspedes: ricominciamo

images

Giornalista, sceneggiatrice, poeta, romanziera, Alba de Céspedes è stata sempre “multimediale” ma è adesso che ne scopro la modernità, rileggendo la sua vita, le sue opere, le sue letture, le sue inquietudini. C’è stato un tempo in cui sembrava destinata a restare confinata nel ghetto delle scrittrici per signorine, consigliata dalle madri alle figlie come narratrice innocua ma sensibile, conoscitrice profonda dell’animo femminile e delle relative inquietudini di fanciulle in fiore, di casalinghe, di giovani spose, di bambolone. Io l’avevo letta (Quaderno proibito), su consiglio di mia madre, poi l’avevo dimenticata come avevo dimenticato Brunella Gasperini e altre scrittrici adatte all’epoca e all’età come l’esotica Pearl Buck.

Me la sono ritrovata durante i miei testardi percorsi latinoamericani e cubani, incuriosita dall’intreccio fra questa scrittrice per me tutta italiana ed europea, e la storia dell’isola ribelle, piccola, povera, ma sempre al centro dell’attenzione internazionale. Ho saputo di lei, della sua vita ormai solitaria, a Parigi, nella casa dell’Ile Saint Louis; ho aspettato per anni il suo romanzo cubano; ho lavorato sulle sue parole traducendo i dialoghi dovuti alla sua penna per la sotto titolatura del monumentale film di Umberto Solás, El siglo de las luces; lei morta, sono andata a Roma nel 2001 a sentirla rievocare nel grande evento che annunciava l’edizione dei Meridiani Mondadori; ho chiesto di consultare il suo archivio, ormai custodito a Milano dalla Fondazione Elvira Badaracco, purtroppo senza successo.

Ho lavorato sul suo romanzo cubano, uscito postumo, in un articolo pubblicato nell’ultimo numero della non dimenticata rivista dell’indimenticabile Carlo Ferdinando Russo, Belfagor; ho inaugurato l’anno accademico dell’Università di San Jerónimo dell’Avana con una lezione proprio sulla sua vita, la sua opera e il tormentato romanzo (autobiografico) sulla terra dei suoi avi, da lei amata intensamente ma denigrata, incompresa, sfigurata nell’opinione generalizzata dell’ambiente europeo in cui si muoveva. Un’opinione preconcetta talmente radicata da sprofondarla nella paralizzante certezza di non sapere come dire quello che voleva dire, nell’incapacità di trovare le parole per dirlo.

A questo punto mi arriva il programma dei laboratori della Società Italiana delle Letterate per l’Assemblea di Firenze (novembre 2015). La cineasta Chiara Cremaschi, che si muove fra Italia e Francia, insieme a Sara Filippelli propongono di entrare dentro la casa parigina di Alba, suo luogo di scrittura nel fatale maggio 1968 che ha trascinato la scrittrice fuori casa per sorprendere le “filles de mai” nei loro gesti di ribellione e di libertà. Mi iscrivo subito con la curiosità di sapere come e quante donne la leggono e l’ammirano anche oggi. Ma ho anche la sensazione di essere fuori tempo massimo: ho 76 anni, le mie passioni politiche e culturali non sono l’ultimo grido della moda e Alba stessa non ha mai inseguito le mode: andava sempre un po’ più avanti e proprio per questo ha rischiato l’incomprensione. Non perché non abbia avuto successo, ne ha avuto e tanto, ma perché non è mai stata compresa fino in fondo, tranne forse per il suo primo romanzo Nessuno torna indietro, che è anche il più semplice.

Effettivamente sono la più anziana del gruppo, ma la cosa non guasta: siamo donne di tutte le età e di molte professionalità: registe di cinema e di teatro, insegnanti, giovanissime aspiranti letterate, ricercatrici, studiose, appassionate lettrici che, divise in gruppi, scavano fra i testi, le fotografie, le bibliografie. Ognuna ha scelto il laboratorio su Alba in ragione dei propri gusti e curiosità; tutte la amano, ma mentre ne parliamo insieme, mentre analizziamo le foto, mentre rileggiamo la foto fissa di ognuna delle sue delicate e indimenticabili ragazze, la sua impeccabile figura di signora di mezza età, sempre pettinatissima, sempre composta, sempre con la sua sigaretta fumante, siede in mezzo a noi viva, vivissima, corporea nella riproducibilità delle immagini che ci consentono di immaginarla proprio alla sua scrivania, proprio nel suo studio, proprio con i suoi amici. E mentre la teniamo in mezzo a noi, l’idea di tracciare “una mappa delle scritture e dei sentimenti” prende corpo; le prime immagini si materializzano, un filo di fumo sale dal portacenere, Alba entra con una tazza di caffè nelle sue mani ben curate: “Ciak, si gira”.

E’ novembre, siamo a Firenze, i telegiornali, le radio, tutti i media urlano le notizie delle stragi di Parigi. Ognuna ha qualcuno, qualcosa che ci porta in quella città così simbolica per noi ammiratrici di Alba. Pensiamo inevitabilmente che, se il maggio francese era stato per Alba un risveglio, la speranza che ricominciare fosse possibile, la strage del venerdì 13 non reca speranza. Ci rifugiamo nella “Chanson”, seguiamo Alba nelle strade del Quartiere Latino, scegliamo le nostre eroine, le ridiamo vita e movimento in qualche scheggia di sceneggiatura che forse, un giorno, troverà completezza.

Intanto, ognuna di noi ha riallacciato il suo personale rapporto di lettrice con una donna che ha saputo rimettersi sempre in discussione, che non ha cavalcato l’onda del successo ma ha concepito la sua opera come un grande impegno etico verso la società tutta ma con una particolarissima attenzione per quelle donne che –come lei- hanno attraversato un’epoca in cui la consapevolezza di se stesse suonava come una fastidiosa bizzarria.

(2.4.2016)

 

 

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI DI ALESSANDRA RICCIO, Senza categoria e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.