Alessandra Riccio – José Martí e la ballerina spagnola

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Maestro per Rubén Darío, José Martí respira l’avvento della modernità precocemente e ne avverte le possibilità, offerte al continente americano, di dar forma a nuove tendenze, non solo estetiche, che proprio nel Mondo Nuovo stanno avendo origine.

1887, siamo nel cuore della modernità. In angosciosa solitudine esistenziale, sperduto nella grande New York, il poeta si immerge nelle vie della città, fra gli alti edifici, per strapparsi all’ansia e alla solitudine. Una celebra ballerina si esibisce in uno spettacolo di danza flamenca. E’ Carolina Otero, la Bella Otero, regina delle Folies Bergere, celebrata da D’Annunzio, amante idolatrata di magnati e di teste coronate. E’ in tourné a New York dove è protetta e corteggiata da Cornelius Vanderblit, ma gira trionfalmente nelle principali città del mondo, arrivando persino a calcare il teatro dell’opera come Carmen. E’ un’occasione da non perdere: “Andiamo a vedere”, si dice il nostro personaggio, avviandosi sui marciapiedi della grande città. C’è un problema, però: la celebre ballerina è spagnola e se all’ingresso del teatro ondeggia la bandiera di quel paese, il poeta sa di non potere e di non volere entrare; Cuba, di cui si sente figlio, è una colonia ed è in guerra con la madrepatria. Quella temuta bandiera, simbolo dell’oppressione coloniale, è stata ritirata: il patriota può entrare.

Nelle prime due strofe del poema X° dei suoi Versos Sencillos (pubblicati nel 1891 e pagati di tasca propria), José Martí ha allestito, in uno spazio moderno, un succinto scenario esistenziale e politico che viene spazzato via da una sensazionale cascata di strofe –sono dodici- in cui l’entrata in scena, l’esibizione e l’uscita dal palcoscenico della Otero diventano pure emozioni, uno spreco sfarzoso di musica, di movimento, di zapateo, di colori, di malizia, di sensualità in un crescendo travolgente che si spegne nell’ultima strofa del poema, che vede quell’anima trémula e sola tornarsene nel suo angolo divenuto adesso fosco.

José Martí (La Habana 1853 – Dos Ríos 1895) è una delle figure più rilevanti della storia e della cultura antillane e latinoamericane; poeta, giornalista, saggista, ha fondato il Partito Rivoluzionario di Cuba, ha organizzato e partecipato all’insurrezione contro la Spagna ed è morto in combattimento per l’indipendenza e la libertà dell’ultima colonia spagnola. Era figlio di un poliziotto spagnolo e di Leonor Pérez, creola di prima generazione; una famiglia piuttosto povera che aveva cercato nell’emigrazione da una Spagna ormai sul lastrico il modo per stabilizzare la propria situazione economica. Colui che sarà l’organizzatore e il realizzatore della guerra di indipendenza (la terza, a partire dal 1868) e che per essa darà la vita, in realtà visse a Cuba per meno di quindici anni interrotti da un breve soggiorno in Spagna quando ne aveva quattro. Ad appena diciassette anni, a causa delle sue attività antispagnole, venne condannato prima ai lavori forzati e poi ad un esilio che, salvo brevissime e scarse parentesi, durò fino al suo sbarco in clandestinità sulle coste orientali dell’isola, nel 1895, per partecipare alle operazioni di guerra venendo, come si è detto, assai presto falciato da un colpo della fucileria nemica. Martí, dunque, figlio di spagnoli, era cubano per nascita eppure, visto che una “nazione Cuba” non era certo esistita prima della colonia, bisogna chiedersi se, nel caso di Martí, sia lecito parlare di nazionalismo, o se piuttosto non sia il caso di riconoscere in questo nazionalismo i germi di un discorso continentale, di un discorso anticolonialista, anticapitalista e di sovranità nazionale, di quello stesso veemente discorso che cinquanta anni dopo avrebbe portato a maturazione un altro antillano imprescindibile, Frantz Fanon. In tal caso sarebbe possibile ritessere la trama del dibattito latinoamericano del novecento senza più attardarsi sulla pretestuosa dicotomia “civiltà o barbarie” e sulla insistenza di un concetto di nazionalità ricalcato dal modello europeo ma in realtà fondato sul vuoto -non essendo le strutture socio-politico-culturali esistenti prima di Colombo, paragonabili al nostro concetto di nazione-, cercando di liberare il campo da schemi euro-ottocenteschi per lasciare agire concetti che all’epoca suonavano così nuovi e così diversi da risultare scandalosi e impraticabili; per esempio, considerare come nemico un sistema e non un paese. José Martí fu, fra i pensatori e gli intellettuali del suo tempo, colui che con maggiore lucidità, e senza sottovalutare la necessità primaria di liberarsi del giogo coloniale della Corona di Spagna, vide nello spazio continentale la possibilità di una organizzazione di uomini diversa e sovranazionale, fondata sulla composita realtà di un continente che proveniva da inedite esperienze storiche e che era il risultato di nuovi amalgami non riscontrabili altrove. La distruzione radicale delle civiltà presistenti, l’imposizione di modelli sociali e religiosi estranei al territorio, l’addomesticamento coatto delle popolazioni indigene, la tratta e il commercio di esseri umani provenienti dall’Africa, l’imposizione violenta della supremazia dell’europeo su indios, negri e criollos, al di là di qualunque (e a questo punto inutile) giudizio morale, hanno tessuto una trama di memorie che formano parte della complessità americana

Martí consacra la sua vita e le sue opere all’indipendenza dell’isola ma bisogna strapparlo dall’esclusivo cliché di patriota “risorgimentale” poiché la sua battaglia va molto oltre Cuba per diventare un discorso americano di decolonizzazione, di integrazione dei popoli, di multiculturalismo; egli lavora alla costruzione di una America Nostra che immagina come uno spazio culturale, più che geografico, disposto ad accogliere quel mondo nuovo che sullo scenario continentale americano era già visibile e tangibile. Questo mondo era nuovo non per il suo paesaggio, una natura ampia e selvaggia ormai in gran parte domesticata (industrializzazione delle piantagioni, ferrovie, ecc.); non per i modelli sociali che vi furono trapiantati e che erano modelli creati ed elaborati nella vecchia Europa (le idee illuministe, gli ideali della rivoluzione francese, l’utopia repubblicana); e neanche per la mescolanza di razze, una mescolanza che era anche all’origine delle popolazioni dell’Europa; questo mondo era nuovo perché offriva l’opportunità nuova di concepire la società come un organismo costituito da diversità conciliabili piuttosto che da una teorica omogeneità prodotta dal predominio di uno, diverso da tutti gli altri (un esempio per tutti: la società wasp). A questo alludo quando parlo di ibridità americana, cercando di sottolineare la differenza fra una concezione tollerante del diverso e una concezione integrante, agglutinante, del diverso non più inteso come altro da sé.

Martí si inchina davanti alla bellezza, alla perfezione della danza, alla tradizione culturale, alla padronanza del palcoscenico della ballerina spagnola. Anche quel travolgente spettacolo è parte della sua cultura ibrida. Di ritorno al fosco rincón il poeta dovrà venire a capo del difficile compito di conciliazione, di tolleranza e di inclusione senza cedere sui principi di libertà, di giustizia e di sovranità dei popoli. Ci riesce nel suo saggio Nuestra América, e ci riesce attraverso una serie di figure retoriche, di aggettivazioni ardite, di comparazioni calzanti, grazie a uno stile ostico per noi europei, quello modernista, l’unico in grado di trovare le parole per dirlo.

 

N: X de Versos sencillos

El alma trémula y sola
Padece al anochecer:
Hay baile; vamos a ver
La bailarina española.

Han hecho bien en quitar
El banderón de la acera;
Porque si está la bandera,
No sé, yo no puedo entrar.

Ya llega la bailarina:
Soberbia y pálida llega;
¿Cómo dicen que es gallega?
Pues dicen mal: es divina.

Lleva un sombrero torero
Y una capa carmesí:
¡Lo mismo que un alelí
Que se pusiera un sombrero!

Se ve, de paso, la ceja,
Ceja de mora traidora:
Y la mirada, de mora:
Y como nieve la oreja.

Preludian, bajan la luz,
Y sale en bata y mantón,
La virgen de la Asunción
Bailando un baile andaluz.

Alza, retando, la frente;
Crúzase al hombro la manta:
En arco el brazo levanta:
Mueve despacio el pie ardiente.

Repica con los tacones
El tablado zalamera,
Como si la tabla fuera
Tablado de corazones.

Y va el convite creciendo
En las llamas de los ojos,
Y el manto de flecos rojos
Se va en el aire meciendo.

Súbito, de un salto arranca:
Húrtase, se quiebra, gira:
Abre en dos la cachemira,
Ofrece la bata blanca.

El cuerpo cede y ondea;
La boca abierta provoca;
Es una rosa la boca;
Lentamente taconea.

Recoge, de un débil giro,
El manto de flecos rojos:
Se va, cerrando los ojos,
Se va, como en un suspiro…

Baila muy bien la española,
Es blanco y rojo el mantón:
¡Vuelve, fosca, a un rincón
El alma trémula y sola!

 

 

 

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