Marco Dotti – Dopo vent’anni chiude Lo Straniero, la rivista delle minoranze etiche

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Ha vent’anni e per una rivista sono tanti, ma la notizia arriva come un fulmine a ciel sereno. Fondata a Roma nel 1997 da Goffredo Fofi – che di riviste ne ha fondate e chiuse e riaperte molte – Lo Straniero è soprattutto un mondo di relazione, idee, studio e dure pratiche: un premio autorevole, 200 numeri, iniziative, inchieste. Una rivista che ha sempre coltivato con orgoglio la propria vocazione minoritaria.

«Quel che a me interessa – spiegava Fofi sono le minoranze che chiamerei etiche: le persone che scelgono di essere minoranza, che decidono di esserlo per rispondere a un’urgenza morale. Se alla fine ci ritroviamo sempre in un mondo diviso tra poveri e ricchi, oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori, nelle più diverse forme e sotto le più diverse latitudini, bisogna ogni volta ricominciare, e dire a questo stato di cose il nostro semplice “no’”».

Nel mondo dei giornalisti quelli che mi mettono più in imbarazzo sono i denunciatori di professione. Si domandano mai, i giornalisti, se qualcosa è cambiato in meglio grazie alle loro denunce, se hanno contribuito alla formazione di zone di resistenza alla corruzione? L’Italia non è certo migliorata, grazie a loro, ma almeno i più onesti di loro sapevano di condurre una battaglia minoritaria e perdente, e si comportavano di conseguenza, non avevano la spavalderia un po’ trucida degli attuali denunciatori. Guardiamo al cinema. Perché un film come Gomorra ha spiazzato tutti? Perché non denuncia proprio niente, o semplicemente denuncia limitandosi a mostrare una realtà. Ed è stato come se per la prima volta gli italiani avessero visto e capito cos’era la camorra, il contesto in cui prospera una camorra, dopo che giornali, televisioni e cinema si sono sbizzarriti per decenni a fare inchieste, film e telefilm, romanzi e fumetti e persino poesie contro la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la Sacra Corona

Oggi, spiega Fofi nella lettera che annuncia la chiusura dello Straniero, è difficile essere intelligentemente presenti al proprio tempo – a un tempo che cambia – molto a lungo. Resistere vent’anni, «come a noi è capitato, non invecchiando – ce lo diciamo da noi, e ne siamo seriamente convinti – e cioè riuscendo a mantenere un passo decoroso, a fronteggiare serenamente la mutazione del mondo, a studiarne le cause e a vederne gli effetti e le sofferenze che provocano, a individuare i nemici e le faticose risposte di gruppi sociali e gruppi politici o intellettuali, a indicarne i prodotti non indegni, le riflessioni necessarie e soprattutto attive, non è stato sempre facile. Abbiamo avuto i nostri momenti di sconforto e i nostri momenti di rabbia, e abbiamo sempre reagito con una certa fermezza, guidati dalla persuasione di fare una cosa piccola ma utile per noi stessi e per i nostri quattro lettori».

Quattro lettori, qui sta il punto. In un momento dove tutti scrivono, parlano, si indignano per conto terzi, c’è ancora spazio per le riviste di riflessione seria, concreta? La nostra decisione, spiega ancora Fofi, «nasce dalla constatazione che i nostri lettori sono più o meno sempre gli stessi, generoso e costante è il dialogo con loro che ci ha sostenuto in questi anni e ci ha spinti a continuare. Ce ne sono probabilmente tra di loro che ci usano come una sorta di cibo genuino, di consumo alternativo da “tribù dei lettori”, e siamo grati anche a loro del loro sostegno anche se abbiamo sempre preferito i più reattivi, quelli che, in qualche modo, sanno meglio tramutare le letture (le idee) in comportamenti e in azioni. Ma non sono sufficienti i nuovi lettori, forse per il motivo, bene individuato da un nostro scrittore molti anni fa, che “i giovani che scrivono si fanno una cultura leggendo i propri articoli”, ed è anche per questo che la risonanza delle nostre posizioni è minima, e incide ben poco sull’andamento della società e della cultura italiane».

Il gioco vale la candela? Alla fine, osserva Fofi, «ci si stanca della fatica di realizzare un prodotto decoroso e soprattutto utile; utile per chi, visto che l’idea dell’utile che hanno i leggenti-e-scriventi italiani è così diversa dalla nostra? Rivendichiamo, come sempre abbiamo fatto, la nostra fedeltà a un’idea di rivista che aiutasse noi, e i collaboratori, e i lettori, a capire la nostra società e questo tempo e questo mondo e ad agirvi con onestà e coerenza secondo principi chiari, senza megalomanie e narcisismi, senza esser supini a nessun dio, e aborrendo carrierismi e riconoscimenti perversi, con le sole incertezze originate dalla difficoltà di riuscire a capire il nuovo e le sue direzioni, i suoi effetti a breve e lunga scadenza, e a scegliere al suo interno quanto si muove nella direzione del giusto e non dell’ingiusto e del manipolato, non del superficiale e del transitorio. Ce la siamo cavata da soli, senza aiuti di sorta, grazie alla generosità di un piccolo editore amico e al contributo assolutamente gratuito di tanti collaboratori, di tanti amici. E in un’epoca in cui le riviste languono e in cui dominano i blog con il loro narcisismo (le eccezioni sono rare e fragili) e in cui le riviste “importanti” che sopravvivono sono schierate nel racconto difesa-accettazione del mondo così com’è e protette da sponsor dell’area dei potenti, essere riusciti a realizzare 200 numeri per quasi altrettanti fascicoli densi di idee e riflessioni (e di poesia) forse non è poco, e possiamo chiudere il nostro consuntivo abbastanza soddisfatti di quel che siamo riusciti a fare, e anzi con un certo orgoglio. Da organo di una minoranza informale e decorosa – minoranza sempre, ma attiva, e coerente e avvertita, curiosa e amante del mondo e bensì indignata dalle sue ingiustizie».

04 luglio 2016

 

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