Lucrecia Hernández Mack – Per lo meno non l’hanno desaparecida.

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Il Governo di Jimmy Morales, un divo della televisione guatemalteca assurto ai fasti di Presidente della Repubblica da qualche mese, ha nominato ministra della Salute una donna nata nel 1973, medico-chirurgo, specialista in analisi politiche del sistema di salute del suo paese, membro dell’Organizzazione Panamericana della Salute e dell’Organizzazione Mondiale della Salute. La donna giusta al posto giusto e nel momento giusto in cui la presenza femminile in posti di alta responsabilità sembra ormai diventata senso comune nel mondo intero. Ma il Governo di Jimmy Morales non gode di un grande prestigio e farne parte ha suscitato alcune perplessità, soprattutto se entra a farne parte una persona che appartiene a una grande famiglia di professioniste e intellettuali, un bel meticciato di discendenze maya e cinesi, che ha avuto una storia drammatica ed esemplare in Guatemala. La madre di Lucrecia, Myrna, antropologa e militante in difesa dei diritti umani, fu assassinata per strada nel 1990 da uno squadrone della morte agli ordini della Presidenza della Repubblica del Guatemala che ha dovuto riconoscere la sua colpa e risarcire la famiglia a seguito di un lungo processo condotto per l’accusa dall’avvocata Helen Mack, sorella di Myrna e zia di Lucrecia, testarda e coraggiosa nel pretendere giustizia. La nuova Ministra della Sanità ha spiegato con poche e chiare parole le ragioni per cui ha accettato l’incarico: “Quando c’è la possibilità di agire in uno spazio in cui le idee vengono tenute in considerazione, è il momento di valutare seriamente la possibilità di accettare la sfida”, e fra le sue priorità ha già previsto la riattivazione delle vaccinazioni. Qualche anno fa, Lucrecia ha scritto questo ricordo della madre in cui spiega la perversità della pratica delle desapariciones, una pratica messa in atto in Guatemala e che è servita di esempio all’Argentina dei Colonnelli, all’Uruguay e al Brasile dei golpes. (A.R.)

Mia madre è stata aggredita da due persone mentre tornava dal lavoro. Per ordine e opera dello Stato Maggiore Presidenziale. Era stata oggetto di pedinamento da vari giorni e un martedì pomeriggio l’hanno pugnalata e l’hanno lasciata morire per strada.

La sera stessa se la sono portata all’obitorio del Tribunale dove le hanno fatto l’autopsia; qualche ora dopo, nell’agenzia di pompe funebri l’abbia lavata, l’abbiamo vestita e l’abbiamo preparata per seppellirla il giorno dopo.

Non dirò che visito la tomba di mia mamma tutte le settimane e neanche una volta al mese. Ma andare al cimitero mi aiuta ad alleviare la sua assenza. Dopo aver pulito la lapide e il vaso di bronzo, sistemo e metto i fiori, accendo le bacchette di incenso cinese per lei e per gli altri familiari sepolti lì. Poi mi seggo a fumare una sigaretta, come faceva lei quando era viva. Strano come alcuni vizi ci fanno sentire più vicini.

Ma questo non è il peggio. Il peggio è che lei è solo una delle più di 250.000 persone che sono state vittime dello Stato del Guatemala e della sua politica contro le opposizioni. Chiunque aspirasse a un cambiamento in questo paese diventava “il nemico” da eliminare ad ogni costo. Il peggio è quando l’assassinio è il meno grave dei crimini, paragonato alle centinaia di massacri o alle 45.000 persone che sono sate sequestrate, torturate e poi fatte scomparire. Il peggio è quando ci sono centinaia di migliaia di persone che si chiedono ancora dove sono i loro compagni, i loro figli(e), i loro fratelli/sorelle, le loro madri, i loro padri.

Ricordo di essere andata a trovare un’amica quattro anni dopo che suo padre era stato sequestrato e non era stato ancora ritrovato; avremmo avuto 14 o 15 anni. Qualcuno ha bussato alla porta (eravamo già in un altro paese) e la sua reazione è stata di alzarsi correndo ad aprire la porta esclamando: “Forse è mio padre!” Perché se per me è stato difficile seppellire mia madre, non riesco quasi a immaginare quanto possa essere duro per la famiglia, per gli amici, la sparizione di una persona cara. Non riesco a mettermi nei loro panni e immaginare il dolore che si sente a partire dall’incertezza, dal non sapere cosa le sia successo né dove sia finita.

In Guatemala, quando ci succede qualcosa di brutto, cerchiamo di consolarci pensando che “avrebbe potuto essere peggio”. Ma quando noi familiari della vittima di un omicidio politico pensiamo “per lo meno non l’hanno sequestrata, non l’hanno stuprata, non l’hanno torturata e ci hanno consentito di seppellirla”, lo facciamo perché la nostra società è arrivata al cinismo estremo. Se poi non facciamo lo sforzo di condannare questi crimini passati o, peggio ancora, giustifichiamo la violenza e la crudeltà estreme pur di “salvarci dal comunismo”, non dobbiamo sorprenderci della debolezza attuale del nostro sistema di giustizia o dell’uso quotidiano della violenza per affrontare i nostri problemi.

Proprio come quando uno/a va con lo psicologo/a alla ricerca del processo o degli eventi della sua infanzia o della sua gioventù che possano spiegarne la personalità e i suoi problemi attuali, così una società trova nel suo passato i processi storici che spiegano le condizioni in cui versano oggi. Se vogliamo lavorare per un futuro più sano, ecco che la battaglia per la memoria e per la giustizia non può essere un compito solo di coloro che sono sate vittime (dirette o indirette) della repressione, ma è un compito della società nel suo insieme.

E’ quasi un anno che la Corte Interamericana per i Diritti Umani ha emesso una sentenza di condanna contro lo Stato del Guatemala per il sequestro e la sparizione di Fernando García, come pure per la sparizione di 27 persone individuate nel Diario Militare. L’attuale Governo non solo non ha fatto progressi rilevanti nell’eseguire la sentenza, ma ha portato avanti diverse manovre per ignorare la sentenza della Corte. La ricerca della giustizia è ancora in piedi per questi e per molti altri casi, ma anche se si riesce a portare a termine i processi nel nostro sistema di giustizia, la sparizione forzata è diversa rispetto agli altri casi di processi: le udienze, le condanne, i rimborsi economici o morali non sono sufficienti. I familiari restano nell’incertezza, ma conservano la speranza di rivederli, per questo la ricerca continua e il lavoro non finisce … fino a che non li trovano.

(aprile 2012, blog “¿Y ahora qué muchá?”)

 

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