Hebe de Bonafini – Lettera al Giudice Martínez de Giorgi

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Hebe de Bonafini è una donna davvero tosta. Non l’hanno piegata i dolori, le battaglie, il terrore di stato e neanche le lotte interne al movimento delle Madres e la scissione dalle compagne della Linea fundadora che mettevano in discussione proprio la sua conduzione. Lo scandalo Schoklender l’ha gettate in guai economici, in storiacce di corruzione e di lucro proprio sui progetti sociali che le Madres de la Plaza de Mayo, ormai diventata una holding, offrivano agli argentini. Il Premio Nobel per la Pace, Pérez Esquivel, vecchio amico delle Madri, in onore alla sua provata onestà, afferma che la corruzione e l’illegalità vanno perseguite sempre e comunque, e non gli si può dar torto. Ma come non solidarizzarsi con Hebe quando un giudice irruento (e magari fazioso) la vuole costringere con la forza di un apparato poliziesco, a recarsi in tribunale per dichiarare. Hebe è una donna molto anziana la cui storia induce al rispetto: il giudice non l’ha rispettata. Ha provveduto lei, con un atteggiamento ribelle e con la lettera che qui traduco, a indurre il giudice a più miti consigli.

Non molto tempo fa l’ex presidente del Brasile, Inacio Lula da Silva, si è visto arrivare in casa la polizia per tradurlo a dichiarare. La faccia di Lula, nelle foto che lo ritraggono in quel momento, è di quelle che non si dimenticano: rabbia, dolore, incredulità, sdegno in un uomo, un operaio metalmeccanico, che si è conquistato un posto nella storia del Brasile e del movimento operaio con la forza delle sue idee e la sua capacità di statista.

 

4 agosto 2016

Al sig. giudice della Nazione

Marcelo Martínez de Giorgi

 

Mi rivolgo a lei per manifestarle il motivo della risposta alla sua citazione.

Dal 1977, precisamente dal giorno 8 di febbraio di quell’anno, subisco le aggressioni della così detta giustizia, condotta dai giudici della Nazione. In quel momento è cominciato il mio calvario, ho presentato 168 denunce per mio figlio Jorge, poi quelle insieme per l’altro mio figlio Raúl, che è scomparso a dicembre dello stesso anno, con un costante pellegrinaggio per i tribunali, ho sempre sopportato le stesse ingiustizie, le stesse aggressioni. Poi, a maggio del 1978, è scomparsa anche mia nuora María Elena, niente è cambiato.

Sempre la stessa ignominia, la stessa indifferenza, io vedevo come la così detta giustizia era complice dei militari e dei marinai assassini. Una giustizia senza solidarietà, senza sentimento verso gli altri, senza sofferenza per loro.

Dopo anni, nel 2001, esattamente il 25 maggio, mia figlia María Alejandra, mentre era sola in casa e io ero in viaggio, è stata torturata fin quasi ad ucciderla. E allora di nuovo i miei pellegrinaggi sperando di trovare un giudice che ci mostrasse il valore della giustizia, che ci provasse che esisteva, ma di nuovo la burla e l’insensatezza.

Poi è arrivato il caso Schoklender, e allora noi madri, con grande sforzo abbiamo consegnato volontariamente 60 casse con le prove, insieme a 49 backup e altre prove al giudice Ovarbide e poi a lei, ma non avete letto proprio niente di quello che vi abbiamo consegnato.

Ci siamo presentate tutte le volte che ci avete chiamato a dichiarare, abbiamo fatto perizie delle firme che hanno affermato che non erano mie, sempre a disposizione della verità, addirittura qualche mese fa mi sono presentata volontariamente nel suo ufficio per avere notizie circa l’indegno progredire della causa.

Abbiamo ancora sofferto sulla nostra pelle la burla che castiga tutte noi, anziane dagli 85 ai 90 anni, e ci condanna a pagare debiti ingiusti e altrui.

Noi madri difenderemo sempre i valori della solidarietà sociale, porgeremo la mano agli offesi, ai loro sogni, in questo tempo e in quello che verrà. E lotteremo affinché venga il momento di trovarci di fronte a giudici onesti che ci aiutino a sentire sulla nostra pelle il valore della giustizia.

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