Alessandra Riccio -Fidel nella storia

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Fifo …, el caballo …, quien tú sabes … sono solo alcuni dei tanti nomi con cui i cubani alludono al lider máximo della loro Rivoluzione, eppure, su tutti ha sempre prevalso il semplice, familiare, amichevole Fidel, quel Fidel che adesso compie novant’anni, che da una decina ha abbandonato la vita pubblica, vive ritirato, esce poco anche se la sua casa è meta continua di visite di importanti personalità del mondo della politica, della religione, di massimi organismi internazionali, dei movimenti, ma anche di vecchi e nuovi amici. Certo, quelli ancora in vita, quelli ancora attivi, i sopravvissuti.

Giovanissimo avvocato disgustato dalla farsa democratica in atto nel suo paese e poi dal golpe e dalla dittatura sanguinaria di Fulgencio Batista, Fidel Castro organizzò, nel 1953, il rovinoso assalto alla Caserma Moncada, scegliendo la lotta armata che –ha spiegato anni dopo- “gli imperialisti hanno imposto ai rivoluzionari”. Un’impresa rovinosa che ha causato molti morti, molti arresti, molto dolore ma anche molta indignazione nel paese, molte coscienze in ribellione, molta eco dentro e fuori dall’isola. Nella sua autodifesa, Fidel Castro sfidava i giudici con una frase lapidaria: “Condannatemi, la storia mi assolverà”.

Nel momento in cui compie novant’anni lucido e vitale, credo che non vi possa essere alcun dubbio sul fatto che la storia lo ha assolto. La sua vita è nota, arcinote le sue imprese, schiacciante la sua onestà, schierata dalla parte della giustizia la sua visione del mondo, indubitabile il suo internazionalismo, cordiale la sua vicinanza al modo di sentire del popolo cubano.

Fidel si è esposto in molte occasioni alle più meticolose interviste, ha spiegato per ore idee, comportamenti, decisioni; si è fatto filmare a distanze ravvicinate mentre mangiava, sbrigava pratiche, chiacchierava; penso alle lunghe interviste di Gianni Minà, di Frei Betto, di Ignacio Ramonet, a documentari come quello di Oliver Stone, con la macchina da presa a pochi centimetri dai peli della sua barba. Non si è sottratto ai giudizi, ha cercato di farsi conoscere e comprendere, lui che da tanti decenni viene dipinto come il peggiore dei tiranni, il liberticida che tiene in scacco un popolo intero nella sua isola. Io l’ho seguito da vicino per molti anni, ma soprattutto quando lavoravo per l’Unità, il giornale del Partito Comunista Italiano che non ha mai amato Fidel e neanche la sua rivoluzione. Erano gli anni della perestrojka e della glasnost, della popolarità di Gorbaciov che annunciava nuove albe per il mondo. Fidel non si faceva incantare; aveva già stimolato in tutto il paese una grande campagna di “rettificazione degli errori” e aveva capito che Cuba doveva ormai cercare una sua indipendenza economica a tutti i costi. Furono gli anni dei grandi sforzi per incrementare il turismo nell’isola, della costruzione di aeroporti intercontinentali, grandi alberghi, ampliamenti di strade e terrapieni per rendere agibili i tanti isolotti delle coste. In quegli anni Fidel non mancava all’inaugurazione di una fabbrica di cemento o di un gruppo di case per i lavoratori della costruzione, di un asilo nido. Furono gli anni di un ennesimo, grande sforzo collettivo per tirare su l’economia di un paese privo di materie prime e sottoposto a un blocco economico, finanziario e commerciale sempre più spietato.

Quel periodo finì con il drammatico annuncio di un “periodo especial”, di una economia da tempo di guerra, di una richiesta di sacrifici per il popolo che proprio nella seconda metà degli anni ottanta aveva vissuto un mini boom confortante.

Il suo discorso in un settembre infausto fu spietatamente realista e al tempo stesso, mentre annunciava le restrizioni di energia elettrica, i tagli severi, la necessità di stringere la cinghia fino all’ultimo buco, garantiva la conservazione dei diritti alla salute e all’istruzione, assumeva la responsabilità di traghettare il paese fuori da quel drammatico empasse, chiamava, oserei dire, al lavoro e alla lotta. Non molto tempo dopo cadevano il muro di Berlino, il campo socialista e perfino l’Unione Sovietica.

Fidel Castro dovette volare basso, dedicarsi ai problemi interni, tirare fuori il paese dalle insopportabili difficoltà della vita quotidiana, ricorrere all’aiuto dei cinesi per il riso, indispensabile nell’alimentazione dei cubani, e per le biciclette che consentivano il trasporto per andare al lavoro, per vivere. Ma non ha smesso mai di guardare fuori dall’isola, di praticare l’internazionalismo delle sue idee, di sorvegliare il clima dei fraterni paesi dell’America Latina, i movimenti e le idee. Intuì la grande statura di leader di Hugo Chávez, seppe approfittare della straordinaria congiuntura di una serie di eterogenei, capaci governanti della regione per stabilire le basi di una integrazione latinoamericana che ha rappresentato, a mio parere, la conclusione più alta della sua carriera di uomo politico che non si è mai limitato ai problemi del suo piccolo, amato, difficile paese. Nel 2005, a Mar del Plata, in Argentina, il progetto statunitense dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) venne respinto in toto e sostituito con l’ALBA (Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America); cominciava una nuova, inedita fase per molti paesi dell’America Latina, quella desiderata da Simón Bolívar, dal patriota José Martí e da Fidel Castro, al quale veniva riconosciuto il ruolo di ispiratore del grande progetto. Un trionfo per la sovranità dei popoli latinoamericani vittime, fin dai tempi dell’indipendenza, dei rigori del neocolonialismo statunitense, l’isolamento degli Stati Uniti, soli contro (quasi) tutti in quello che hanno sempre considerato il loro “cortile di casa”.

L’anno dopo, gravissimamente ammalato, nel 2006 delega i suoi poteri e nel 2008 lascia definitivamente gli incarichi. Il tramonto del patriarca, così ardentemente desiderato dai suoi nemici, da quelli che pur di toglierlo di mezzo hanno fatto ricorso a numerosi tentativi di omicidio di stato, da chi si è affannato –da quando Fidel si è affacciato sulla scena del mondo- a diffamarlo e ingiuriarlo, dimostra che davvero, come sosteneva Martí, la gloria più grande è contenuta in un chicco di mais. Vecchio e invalido, è ancora non solo un grande simbolo, ma anche una coscienza lucida che guarda il mondo dalle sue ferme convinzioni anticapitaliste e antimperialista (con qualche sornione accenno ad una identità comunista mai rinnegata).

 

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