Elena Poniatowska – Las Patronas o della moltiplicazione dei pani

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Un avvenimento luminoso fra il nero delle brutte notizie è il debutto del documentario Llévate mis amores, diretto da tre ragazzi –tutti minori di trent’anni- che volevano riattivare una radio comunitaria a Paso del Macho, Veracruz, e sono rimasti colpiti dalle “Patronas”; Arturo González Villaseñor, all’epoca di 25 anni; Antonio Mecalco, fotografo, anche lui di 25 anni, e Indira Cato, la produttrice di 20 anni che ha dedicato sei anni della sua vita a questo progetto. Hanno trovato una meravigiosa editrice, Lucrecia Gutiérrez Mopomé, l’unica adulta di 50 anni. C’erano già stati reportage televisivi su “La Bestia” e gli emigranti, ma loro hanno voluto dedicarsi al lavoro delle “Patronas” e hanno girato il film con una macchina da ripresa prestata. Hanno pagato i loro viaggi nella località La Patrona, nel municipio di Amatlán de los Reyes e durante le riprese hanno aiutato a preparare i sacchetti e hanno mangiato quello che cucinavano le loro intervistate. Llévate mis amores dimostra che se il nostro paese fosse nelle mani di ragazzi di quel calibro, le cose andrebbero diversamente.

In un mezzogiorno del 1995, Bernarda Romero, che non è stata mai sposata, e Rosa Romero che non ha peli sulla lingua, tornavano a casa con le loro borse della spesa quando, passando a fianco dei binari del treno hanno sentito dire agli uomini aggrappati al vagone: “ho fame”. Si sono avvicinate al treno e hanno porto le loro buste di plastica a varie mani ansiose. Da quel momento gli è venuto in mente di preparare riso e fagioli, di riempire sacchetti di plastica e di aggiungere bottiglie di acqua bollita al passaggio del treno. Spingere in alto il lunch provvidenziale che poteva saziare la fame di uno sconosciuto. A loro si è poi aggiunta Guadalupe González Herrera, una piccoletta che è usa salutare con la mano fino a che il treno non scompare; Leonila Vásquez, la matriarca di 70 anni con sua nipote Karla Aguilar, come pure Daniela Romero, nipotedi Norma e di Rosa, che vorrebbe andarsene negli Stati Uniti per mantenere i suoi figli. Sono tutte parenti, Lorena Aguilar è andata all’ospedale a trovare il migrante Jesús, che ha perso le due gambe sotto il treno, e conclude: “Se questo ragazzo dice che ha voglia di andare avanti e non si arrende, neanche io mi arrendo”. A loro si sono aggiunte altre amiche e adesso 13 donne nutrono gli affamati che vanno negli Stati Uniti, paese che confondono con il paradiso.

Llévate mis amores è l’opera prima dei tre giovani; ha debuttato a novembre del 2014 al Festival de los Cabos ma adesso ci sono 15 copie a Città del Messico, Guadalajara e Monterrey. Prima, il film era stato proiettato in posti poco comuni, piazze pubbliche e riunioni studentesche. Il Festival Ambulante prima aveva detto che avrebbe concesso solo un certo numero di proiezioni, ma dopo aver visto la risposta degli spettatori le ha aumentate e il film ha partecipato a più di 60 Festival. Oggi, per la prima volta, entra nei circuiti commerciali. I ragazzi hanno impiegato quattro anni per filmarlo e per due anni l’hanno presentato solo in festival che si concludono con un dibattito. I ragazzi hanno vinto il premio del Pubblico.

Llévate mis amores non solo parla del grave pericolo che corre la migrazione centroamericana nel suo passaggio attraverso il Messico, ma evidenza la storia di ciascuna delle Patronas, donne che sanno del lavoro nei campi e della battaglia per portare avanti i loro figli e aprir loro il cammino in un paese e in uno stato marcati dal narcotraffico e dalla violenza. E’ curioso che, quando il regista Arturo González Villaseñor chiede loro di definirsi, parlano dei loro difetti, non si danno mai delle arie, non hanno coscienza del loro eroismo. Ognuna di loro, senza saperlo, mette in pratica il detto: non sappia la mano sinistra quel che fa la tua destra.

La storia di Norma Romero definisce questa manciata di donne che alleviano la fame dei migranti nel loro passaggio per il Messico. Nel 1997 una honduregna ha bussato alla sua porta perché il suo ragazzo era stato ferito da una piccozza in treno e nessun ospedale voleva ricoverarlo. Norma e le sue sorelle lo hanno curato per più di venti giorni e Norma ha capito quanta discriminazione sopportano i migranti. Si è rivolta all’Istituto Nazionale per l’Emigrazione per chiedere informazioni perché per paura molte donne temono di aiutare per non cacciarsi in problemi con le autorità

La peggiore minaccia che incombe sulle Patronas proviene dal crimine organizzato.

Veracruz, trasformata in un’immensa fossa da due sessenni, ormai è un inferno come Michoacán. Alla così detta “guerra al narcotraffico” del sessennio di Felipe Calderón bisogna aggiungere le amministrazioni corrotte di Fidel Herrera e Javier Duarte. Fra il 2006 e il 2012 si sono registrati 1.714 omicidi a Veracruz e nei primi due anni del governo di Peña Nieto la cifra ha raggiunto le 2.189 esecuzioni. Venerdì 7 ottobre sono stati trovati i corpi di cinque giovani scomparsi e il collettivo “Solecito”, formato da un gruppo di madri di scomparsi ha scoperto il 5 settembre di quest’anno, settantacinque fosse clandestine nel porto di Veracruz.

Nel mezzo della barbarie, la generosità delle Patronas è un’oasi nel deserto per le centinaia di migranti che quando tendono la mano ricevono pane e acqua. Le Patronas portano vita sui binari della morte. Una ragazza, Karla, domina la sua paura e si fa il segno della croce prima di porgere i sui sacchetti di plasrica. Molti sacchetti cadono per terra. Acqua, riso, fagioli, olio, tortillas e pane, il lavoro comincia di buon’ora perché bisogna riempire ogni sacchetto in modo che basti per tutti. Accendere il fuoco dopo aver preso la legna, prendere l’acqua al pozzo, lavare le bottiglie come fa José Luis Aguilar, il marito di Antonia Romero, riempirle e metterle sui carrelli del supermercato fino al binario è un quadro che ricorda quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci e ci fa pensare al Messico delle grandi gesta in occasione di catastrofi.

La solidarietà si è ampliata ai vicini che portano olio, riso e fagioli, e le collette fra gli studenti dell’Università Veracruzana, come pure il supermercato Chedraui di Córdoba, che si è impegnato a donare i suoi avanzi di pane tre volte alla settimana.

Padre Alejandro Solalinde, fondatore del rifugio per l’accoglienza ai migranti a Ixtepec, Oaxaca, e frà Tomás González, fondatore del Tenosique, Tabasco, hanno denunciato che chi aiuta i migranti viene discriminato dalla gerarchia ecclesiastica che non riconosce e non appoggia il loro lavoro. Ma questo non intimorisce le Patronas. Una di loro afferma che il suo lavoro è fra i binari, non fra le mura della chiesa.

Secondo vari organismi per i diritti umani, ogni anno attraversano il Messico circa 400.000 migranti centroamericani diretti negli Stati Uniti. Durante il viaggio sono vittime di sequestri, estosioni, violenza e morte non solo da parte del crimine organizzato, ma delle autorità migratorie del Messico, che li cosegnano a gruppi criminali. Davanti a questa infamia si ergono le Patronas che ci dimostrano che non tutto è perduto.

 

 

 

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