Tommaso Nencioni – Giovane, comunista, cilena. Esce in Italia una raccolta di interventi di Camila Vallejo

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Di cosa ci parla nel libro La mia terra fiorita (Castelvecchi 2016), Camila Vallejo Dowling, leader del movimento studentesco cileno e attualmente deputata al Parlamento per il Partito comunista cileno e per la coalizione di sinistra Nueva Mayoria? Innanzi tutto, della lotta degli studenti cileni per un sistema educativo più giusto e inclusivo, in un Paese in cui, come apertamente riconosciuto dall’OCSE, l’intero impianto scolastico e universitario è pensato e concretamente architettato per essere posto al servizio di una oligarchia di censo e di potere. Fino dall’epoca della dittatura di Augusto Pinochet la ristrutturazione in senso gerarchico ed elitista del sistema educativo fu individuata dai gruppi dirigenti del Paese andino come uno dei pilastri della propria auto-riproduzione come classe dominante, impermeabile alla mobilità sociale e ai desideri di emancipazione popolare.
In un panorama come quello italiano, in cui i mezzi di comunicazione di massa gettano su quanto avviene nel resto del mondo uno sguardo che oscilla tra il distratto, il deliberatamente deformato e il provincialmente ripiegato sulla ricerca forzata di analogie con ciò che si muove nel ristretto ambito della penisola, la riproposizione di questi interventi ha un valore di per sé. Attraverso gli scritti di Camila Vallejo possiamo ripercorrere le tappe di un movimento che ha sconvolto uno dei Paesi-chiave del continente latino-americano, ha rimesso in moto una stagione politica ingessata e ha contribuito in maniera forse decisiva alla costituzione di una nuova maggioranza politica che ha insediato di nuovo la socialista Michelle Bachelet alla Presidenza della Repubblica del Cile.
C’è stato un tempo della storia della nostra Repubblica in cui nel Cile ci siamo specchiati. Da una riflessione sui fatti del Cile Enrico Berlinguer fece scaturire la proposta del compromesso storico. E dal golpe in poi tra i due Paesi si è creato un legame che dura tutt’ora, grazie al ruolo giocato sia dai partiti italiani che dalle nostre istituzioni democratiche nella salvezza fisica e nell’accoglienza di centinaia di esuli dalla dittatura. E ancor oggi, attraverso queste pagine di lotta e di analisi , passione e speranza politica, da quanto accaduto in Cile possiamo trarre, se non lezioni, riflessioni utili a comprendere il presente globale.
Ai tempi della belle époque clintoniana e del Washington Consensus ci è stato raccontato un edificante apologo intitolato “globalizzazione”. L’impero del male era caduto, il matrimonio tra democrazia e libero mercato stava abbattendo tutti i muri e tutte le barriere, i benefici delle magnifiche sorti e progressive con un po’ di pazienza sarebbero ricaduti a pioggia su tutte le nazioni e su tutti gli strati sociali. Il conflitto sociale era bandito dalla narrazione ufficiale, e la Democrazia, salvata dai suoi eccessi, aveva davanti a sé un avvenire radioso, dal Baltico alle Ande. Il globo era finalmente libero dalla minaccia del “totalitarismo”, purché gli Stati si fornissero su un solido sistema di argini interni – il “bipartitismo” – ed esterni – le tecnocrazie virtuose insediate ai vertici dei ministeri del Tesoro e delle istituzioni sovranazionali, casta sacerdotale della nuova ortodossia neo-liberale chiamata a vigilare affinché i popoli non tornassero protervamente a “vivere al di sopra delle proprie possibilità”.
L’operazione riuscì perfettamente, ma un po’ all’improvviso, nel 2008, il paziente è morto. E l’autopsia ci ha permesso di ricostruire, a posteriori, tutt’altra storia. Una storia di espropriazioni, concentrazioni inimmaginabili di ricchezze, guerre, disastri ambientali, giganteschi indebitamenti privati e collettivi che facevano da sfondo (nascosto) alla favola bella della globalizzazione. Eppure, per chi lo avesse voluto vedere, proprio nel Cile di Augusto Pinochet il meccanismo della Grande Espropriazione era stato per la prima volta messo in moto. Abbattuto con la violenza il Presidente legittimo Salvador Allende, calarono sulle Ande le schiere dei “Chicago Boys”, gli allievi di Milton Friedman all’Università di Chicago, con il loro bagaglio di ricette neo-liberiste da applicare, per così dire, in vitro, senza le fastidiose interferenze dell’ambiente esterno corrotto dai movimenti sociali, i partiti politici e il ruolo diretto dello Stato nell’economia. Quel progetto che a Santiago (e a Buenos Aires) alla metà degli anni Settanta fu messo in pratica sotto forma di brutale dominio, nei paesi più avanzati giunse sotto forma di (apparentemente) placida egemonia, prima negli Stati Uniti di Reagan e nella Gran Bretagna di Margareth Thatcher, e poi giù per li rami, in varie guise, fin negli angoli più sperduti del globo.
Ed è proprio questo l’asse portante della globalizzazione/espropriazione: l’espansione orizzontale e verticale di ciò che viene sottoposto a “mercato”. Dallo spazio post-sovietico, alla Cina, all’Africa subsahariana, l’economia di mercato ha conquistato lo spazio terrestre in maniera totalitaria, sconvolgendo modi di vita ancestrali, comunità stratificate, ambienti umani e naturali. Ancor più in profondità di quanto aveva fatto la prima rivoluzione industriale, esportata sul dorso delle “mule” dei telai di Manchester, dalle bocche di fuoco delle cannoniere di Sua Maestà Britannica e dalle stive ricolme di schiavi e di spezie sulla rotta del commercio triangolare atlantico. In maniera apparentemente livellatrice, ma in realtà intimamente gerarchica. Costituendo divaricazioni di sviluppo e di ricchezza spaventose tra le zone ricche ed il “Sud globale”, così come recinti di lusso all’interno delle periferie sottosviluppate e sacche di miseria e privazioni fin dentro il cuore stesso dello sviluppo capitalistico. E, allo stesso tempo, “elevando” al rango di “merce” elementi costitutivi della vita in società, come la terra, il lavoro, le cure mediche e, appunto, l’educazione.
La crisi del 2008 ha messo in luce la filigrana dei meccanismi di espropriazione, e nella società, a livello globale, hanno preso l’avvio contro-movimenti emancipatori la cui portata comincia ad apparire sotto gli occhi di tutti. Dalla Wall Street assediata dal movimento Occupy del 99% a Piazza Tahrir, dalle acampadas degli indignados alla nuit debout francese, dalla rivolta di Gezi Park a quella di Piazza Syntagma, la storia si è rimessa in movimento. Il moto di emancipazione delle classi subalterne, privo della solida bussola della centralità del conflitto nella grande fabbrica fordista e della struttura politica che gli aveva dato istituzionalità nel Lungo Novecento, si è ri-strutturato lungo un’asse molteplice.
In questo panorama si inserisce a pieno il movimento studentesco cileno esploso nel 2011. Di fronte all’arroccamento dell’élite tradizionale a difesa di un sistema educativo oligarchico funzionale alla riproduzione del proprio potere e della mercificazione del sapere come una delle tante vie all’espropriazione capitalistica, la mobilitazione guidata da Camila Vallejo ha aperto spazi di riforma democratica del sistema scolastico universitario ed al contempo di cambiamento globale.
Perché non solo di riforma universitaria si parla in queste pagine. È continuo il richiamo di Camila Vallejo alla necessità di ampliare il raggio della protesta, di non isolare il movimento studentesco in una cappa “illuministica” (come Vallejo la definisce), di far comprendere alle altre fasce di popolazione escluse dalla Grande Espropriazione la valenza generale del movimento. E, insieme, è altrettanto continuo il richiamo alla necessità di inserire il movimento all’interno di una più vasta trama di “lotte per il potere” e per il recupero della “sovranità nazionale e popolare”.
È pressante, in questa giovane leader della Federazione degli studenti dell’Universidad de Chile e della Juventud Comunista, la necessità dell’articolazione unitaria del conflitto da un lato e del suo sbocco Politico dell’altra: la ricostruzione di quella che un altro grande pensatore del Sud globale, Ernesto Laclau, ha definito la dialettica tra la dimensione orizzontale dei movimenti sociali e la dimensione verticale della lotta per l’egemonia.
È stata infatti una caratteristica della sinistra nella prima fase della globalizzazione, l’accettazione subalterna della separatezza tra i due momenti in cui si articola della lotta politica. Per cui si è oscillato tra un’esaltazione delle virtù taumaturgiche intrinseche della società civile e dei suoi movimenti cosiddetti single issue da un lato, e l’arroccamento attorno alle Istituzioni della politica tradizionale, che ha reciso ogni legame con conflitto sociale in nome della governabilità. Così se i movimenti – che ignorando la questione del Potere non per questo l’hanno abolita – sono stati facilmente disarticolati dai centri oligarchici attraverso un mix di repressione e cooptazione, i partiti della sinistra storica sono stati travolti dal crollo di quelle stesse istituzioni alle quali si erano abbarbicati.
Nello sforzo di Camila Vallejo e di tutto il movimento cileno, così come di altre esperienze coeve sulla cui portata anche in Italia è più che mai necessario cominciare a riflettere, si possono scorgere un immane tentativo reale di emancipazione e un disegno complessivo di ricostruzione della trama del Politico.
Ancora una volta, a distanza di oltre quaranta anni, una lezione da apprendere da un remoto paese chiamato Cile.

 

 

 

 

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