Giuseppe Cassini – FIDEL CASTRO: IN MORTEM

fidel

Ho avuto la fortuna di condividere con Cassini un periodo della sua missione diplomatica a Cuba fra il 77 e il 78. Il suo misurato, lucido commento in morte di Fidel è stato l’antidoto necessario per neutralizzare i troppi veleni inghiottiti.

Solo i Grandi lasciano dietro di sé odi indelebili e ammirazione sconfinata. E solo chi è naturalmente dotato di straordinario carisma suscita emozioni straordinarie. Anche i diplomatici possono provare emozioni: noi giovani diplomatici in servizio all’Avana eravamo emozionati ogni volta che incontravamo Fidel per lavoro o in pubbliche occasioni. Erano gli anni Settanta. A Washington la Commissione Church aveva avuto il coraggio di scavare nei maleodoranti recessi della CIA e scoperchiare le sue “intrusioni” in mezzo mondo. Quelle che riguardavano Cuba avevano un sapore tragicomico, dato che per far fuori il lìder màximo le avevano pensate tutte: sigari avvelenati, mute da sub cosparse di sostanze letali, polverine depilatorie per rovinargli la barba… Lui ci scherzava su anche con noi: «Se la sopravvivenza ai tentativi d’assassinio fosse una prova olimpica, la medaglia d’oro l’avrei vinta io».

Occorre tornare a quegli anni per capire il castrismo. Cuba non era un Paese latino-americano come gli altri: dal 1898 Cuba era stata di fatto una colonia degli Stati Uniti più o meno come lo è tuttora Portorico. Non era possibile liberarsi dall’umiliante tutela yankee con metodi democratici: chi ci aveva provato (Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Mossadeq in Iran…) era stato spazzato via. Restavano altre due opzioni: il marxismo o il nazionalismo, Karl Marx o Josè Martì. Per proteggersi dalle aggressioni dal nord, Fidel non poteva far altro che ripararsi sotto l’usbergo sovietico: dichiarò dunque di scegliere Marx, ma in realtà optò per Martì. E divenne il caudillo sud-americano che tutti conosciamo.

Ora a Miami chi balla bevendo rum e cantando “Cuba sì! Castro no!” dimostra scarsa umanità e poco cervello. “Ai morti non si deve che la verità” insegnava Voltaire. Perciò, sull’altro piatto della bilancia va messo anzitutto il peso schiacciante dell’embargo nord-americano, disumano e contrario al diritto internazionale. Sul piatto vanno messi i primati raggiunti in campo medico, scolastico, musicale e sportivo da un popolo economicamente isolato; e va aggiunta la produzione culturale che ritrovo sfogliando in casa la ricca biblioteca di letteratura cubana, pur se precocemente ingiallita. Sul piatto vanno messi i tentativi di Fidel di trovare un’intesa con Washington ogni volta che alla Casa Bianca entrava un presidente meno ostile: se nel 1980 Carter avesse vinto un secondo mandato, i rapporti con Cuba si sarebbero normalizzati trent’anni fa (e noi all’Avana lo sapevamo). Vorrei infine metter sul piatto della bilancia un dettaglio non da poco per un politico di lungo corso: nella sua lunga gestione di potere Fidel Castro non è mai ricorso alla menzogna, non ha mai detto una bugia. Il ché fa una bella differenza rispetto alla genìa dei Nixon-Berlusconi-Trump.

26 novembre 2016                                                                Giuseppe Cassini

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