Marcos Roitman Rosenmann* – La rivoluzione cubana, Fidel e l’Europa

fidel

Nessuna rivoluzione è perfetta. Ci mancherebbe altro. Tutti i processi rivoluzionari hanno luci e ombre, è parte del lavoro politico. La rivoluzione cubana non fa eccezione. Non potrebbe. Come la rivoluzione francese, messicana o russa, è figlia di un tempo storico, di una realtà e di valori che le danno senso. Si rivendicano, si approvano o si respingono. Si lotta contro di loro o a favore. La rivoluzione francese è stata assediata fino a riuscire a piegarne le idee. Sulle sue ceneri si è alzato Napoleone. Così si è costruita un’Europa meno democratica e più monarchica. In America Latina la rivoluzione messicana ha corso la stessa sorte. Tradita e assassinati i suoi principali dirigenti, si è costruito un ordine post rivoluzionario mutilato nei suoi principi. La rivoluzione russa ha avuto uno stesso schema. Ha giocato un ruolo di rilievo durante la Seconda Guerra Mondiale. Grazie alla sua partecipazione, con più di sei milioni di sovietici caduti sul campo di battaglia, si è riusciti a contenere il fascismo e il nazismo. Oggi l’Occidente vive in libertà e ha un debito con l’estinta Unione Sovietica. Tuttavia, la rivoluzione russa, il suo processo interno, è stata preda di contraddizioni, miserie e mancanza di critica interna. Lentamente le idee socialiste si sono andate dissolvendo fino a diventare irriconoscibili. Negli anni ottanta del secolo XX era una caricatura di se stessa. Più o meno la stessa cosa succede in Cina.

In conclusione, non ci sono modelli. La sopravvivenza di processi di cambiamento sociale, soprattutto rivoluzionari, dipende dalla propria capacità di reinventarsi, invece di lasciarsi superare dalla storia. Questo è stato il cammino di quasi tutte. Ne sopravvivono poche. Fra queste, senza dubbio, la rivoluzione cubana. Esempio di dignità. Eppure esiste un interesse smodato per farla capitolare. Dal 1959 ad oggi, con la morte del Comandante Fidel Castro, si succedono i tentativi di piegare l’onore del popolo cubano. Di umiliarlo e di mantenerlo con la testa bassa. Questo fallimento è la sconfitta dell’Occidente. In quasi 60 anni non è stato capace di raggiungere quell’obbiettivo, da qui il suo odio viscerale. Così si spiegano le dichiarazioni della commissaria al Commercio dell’Unione Europea, Cecilia Malmström che ha dichiarato: “Castro è stato un dittatore che ha oppresso il suo popolo per più di 50 anni. Mi sorprende sentire tutti questi omaggi oggi nei notiziari”. E non è stata l’unica voce. I mezzi di comunicazione in Spagna, giornali come El País, El Mundo, La Razón, La Vanguardia, o emittenti radiofoniche come Cadena, SER, COPE, Onda Cero, le tre più importanti, si sono riempite la bocca con aggettivi come Castro il torturatore, assassino, dittatore. Senza parlare delle televisioni private dove viene messa in ridicolo la figura di Fidel fino a renderla irriconoscibile. Apportano solo odio viscerale e nessun argomento. Intanto la Spagna soffre povertà energetica, fame, mancanza di assistenza medica, corruzione, disoccupazione, tortura per gli attivisti sociali, o sfratti fra gli altri benefici di una monarchia parlamentare. L’Europa frustrata, vecchia e sclerotizzata del capitalismo selvaggio non può essere di nessun esempio, ma solo un bastione della controrivoluzione neoliberale.

Le controrivoluzioni si pianificano, si costruiscono, si portano a compimento metodicamente. Niente è lasciato al caso. Dentro e fuori si tesse la trama per farla fallire. Strangolarla fino ad asfissiarla. Boicottaggio internazionale, blocco, invasioni. Non si esclude niente, l’uccisione del capo, la calunnia. Per decenni l’Occidente ha cercato di fare inginocchiare il popolo cubano. Mai tanti hanno lavorato in questa campagna piena di falsità, in cui è impossibile segnalare i successi e gli errori della rivoluzione. Non c’è spazio per riconoscere i progressi che, per il popolo cubano, ha ottenuto il processo rivoluzionario.

Diciamo un’altra verità. Non c’è unanimità nell’appoggiare l’ordine politico, le riforme o i meccanismi di istituzionalizzazione del potere. Cuba non è un’eccezione. Ma dal trionfo della rivoluzione ad oggi, la critica è stata esercitata apertamente. I dirigenti hanno mostrato capacità di assumere responsabilità, di non innamorarsi delle proprie idee o di lasciarsi prendere dal culto della personalità. Serva da esempio il discorso di Fidel rispetto all’impossibilità di raccogliere 10 milioni di tonnellate di zucchero nella raccolta del 1970. Per decenni abbiamo assistito a dibattiti e contributi al pensiero politico. Cristianesimo e socialismo, economia di mercato e pianificazione centrale. Il ruolo dei piccoli e medi proprietari, il carattere della rivoluzione, la critica allo statalismo, il ruolo della proprietà privata, la riforma agraria. Il debito estero, la lotta contro il neoliberalismo, gli intellettuali e la rivoluzione, i diritti di transessuali, gay e lesbiche. Le forme di rappresentazione popolare. La formazione di partiti, il ruolo del partito comunista e le organizzazioni di massa. Il carattere della rivoluzione. Sono alcuni esempi. Ora più che mai prende senso la frase di Fidel pronunciata un 26 luglio nella Plaza de la Revolución alludendo al suo ruolo: “Nessuno di noi, come uomini individuali con i loro onori e le loro glorie, conta assolutamente niente, Non contano e non valgono niente. Se valiamo un atomo di qualcosa, questo atomo sarà in funzione di un’idea, quest’atomo sarà in funzione di una causa, quest’atomo sarà in unione con il popolo. Noi uomini siamo di carne ed ossa, fragili incredibilmente. Non siamo nulla, lo possiamo dire. Siamo qualcosa in funzione di questo o di quel compito. E saremo sempre, sempre, e sempre di più, sempre con maggiore coscienza, sempre più intimamente, sempre più profondamente, al servizio di questa causa”.

In questo modo, a Cuba, cambio e continuità coesistono e fortificano la rivoluzione. I fattori che hanno unito le forze rivoluzionarie, sintetizzati nel discorso di Fidel Castro, La historia me absolverá, costituiva una critica alle miserabili condizioni di vita del popolo di Cuba e un appello a insorgere contro lo sfruttamento, seguendo il pensiero dell’eroe rivoluzionario José Martí. Oggi, il cammino percorso indica la grandezza e la dignità del popolo cubano. Senza alcun dubbio, la storia assolve Fidel. I suoi nemici continueranno ad odiarlo.

(La Jornada, 3.12.2016)

*Professore di Scienze Politiche presso l’Università Complutense di Madrid. Cileno residente in Spagna ha partecipato all’incriminazione di Pinochet in Europa.

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