Alessandra Riccio – Per Antonio Melis

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Ripercorrere l’itinerario di Antonio Melis (1942 – 2016), a sei mesi dalla sua scomparsa, conferma e chiarisce le ragioni della mia stima. Ispanista formatosi in anni in cui l’America Latina e la sua cultura erano una parentesi secondaria nel patrimonio della grande cultura della Spagna, ne ha compreso ben presto l’importanza e si è lasciato soggiogare dal fascino di un mondo che stentava a rimontare il gap che castigava (e castiga ancora) un territorio subordinato, prodotto della colonizzazione e per definizione inferiore. Melis ha cominciato la sua carriera di studioso e di docente misurandosi con due giganti della poesia universale: Federico García Lorca, il poeta surrealista che seppe tirar fuori la Spagna dalla polvere conformista, e Pablo Neruda, i cui versi stavano riscrivendo l’America Latina, la sua geografia, i suoi sentimenti, le sue ferite. Due poeti al tempo stesso locali e universali. Con queste due monografie Melis si presentava all’accademia con tutte le carte in regola: possedeva i segreti della metrica, dell’analisi critica e della linguistica. Cultore appassionato della traduzione, della sua importanza e della necessità assoluta che il traduttore non fosse un mero traditore, ha anche dato vita a laboratori di traduzione per i suoi studenti ai quali ha rivolto sempre il primo dei suoi interessi, rivelandosi nella sua lunga docenza, un vero maestro. L’amore per la poesia non lo ha mai abbandonato; a lui dobbiamo eccellenti edizioni dell’opera del poeta nicaraguense Ernesto Cardenal, fino alla sua opera maestra Omaggio agli indios americani (2007), vero tour de force per il traduttore; a lui dobbiamo edizioni italiane di poeti come Rubén Darío, Roque Dalton, César Vallejo, Pablo Armando Fernández. Il suo interesse per il verso lo ha condotto a studiare il repentismo, l’improvvisazione poetica di tradizione orale, ancora in uso in America Latina, ma anche ad andare a scavare nel misterioso mondo della poesia indigena come evocazione dell’antico e sfida alla modernità. Anche su questo campo Melis non è rimasto in superficie ma si è immerso nello studio del quechua affrontando poi l’edizione di Ollontay, dramma quechua del Perù coloniale (2014), impresa davvero difficile che dà la misura di quanto profondamente lo studioso si sia calato nella cultura a cui ha dedicato a sua vita in una pratica inclusiva che non voleva sapere di cultura alta e cultura bassa.

Trovo particolarmente interessante questo aspetto degli studi di Melis: non aver cavalcato l’onda del boom della letteratura latinoamericana negli anni in cui questa viveva una straordinaria popolarità, aver trascurato i grandi scrittori di successo (con l’unica eccezione di Borges). Pur potendo rivolgersi a case editrici di grande portata e a giornali e riviste di primo piano, Melis ha privilegiato sempre l’ospitalità presso la rivista “In forma di Parole”, diretto da Gianni Scalia e di cui era redattore, per i suoi saggi più amati.

Più noto in America Latina che qui da noi, Antonio Melis è ormai consacrato per i suoi studi sulla cultura del Perù, incentrato su due grandissimi peruviani: lo scrittore marxista José Carlos Mariátegui e il tragico, ineguagliabile, ostico José María Arguedas. Il suo commento al romanzo La volpe di sopra e la volpe di sotto (Einaudi 1990) resta per me il suo scritto più rivelatore.

Ha scelto sempre la strada più difficile, la meno scontata. Aveva una buona attrezzatura scientifica ma, se questa non bastava, non ha esitato a rimboccarsi le maniche, a riprendere gli studi. Non è stato un universitario tutto aula e biblioteca, al contrario non ha stabilito mai una separazione fra il dentro e fuori di un’università, quella di Siena, dove aveva trovato ospitalità, collaborazione, amicizie e possibilità di praticare davvero l’interdisciplinarietà, tutte cose, ad onore del vero, sempre meno facili da rinvenire nelle nostre Accademie.

Ho avuto il grande piacere di trovarmi insieme a lui in occasioni per me importanti; nel 1992 fummo insieme nella giuria del Premio Casa de las Américas, di cui era un veterano, e fummo insieme anche sulla carta nella bella edizione dei saggi di Roberto Fernández Retamar che, con il titolo di Calibano, la Sperling e Kupfer ha pubblicato nel 2002 nella bella traduzione della moglie di Melis, Lucia Lorenzini, e –più care di tutti- le sue collaborazioni alla rivista “Latinoamerica”, all’epoca da me diretta.

L’aspetto conviviale del prof. Melis è stato un lato essenziale della sua figura di docente e di studioso; in compagnia, accompagnato dalla chitarra di Lucia e davanti a una bottiglia di vino, continuava ad essere un maestro le cui lezioni aiutavano a capire qualcosa di più non solo del mondo di cui era diventato specialista, ma anche di come si intrecciassero ritmi, idee, rime, ideologie di mondi distanti.

Il critico cileno Jaime Concha, che lo ha ricordato con grande rimpianto, si azzarda a dire che la sua morte, avvenuta in maniera repentina sull’altipiano boliviano, a La Paz, forse è stata il simbolo “final de su coherencia de vida y de trabajo intelectual”. Crederlo è consolatorio: volle essere presente alle XII Jornadas Andinas de Literatura Latinoamerica, che aveva contribuito a fondare anni prima pur sapendo che il suo cuore sarebbe stato messo a dura prova.

 

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